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ELEZIONI 29 Febbraio Feb 2016 1800 29 febbraio 2016

Primarie Usa, verso la sfida finale Clinton-Trump

In vista del SuperTuesday, un sondaggio dà il 55% delle preferenze Democratiche all'ex segretario di Stato e il 49% di quelle Repubblicane al tycoon. Si delinea il duello conclusivo per la Casa Bianca.

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Hillary Clinton e Donald Trump.

Si stanno delineando i confini di quella che sarà la corsa alla Casa Bianca tra il candidato Democratico e quello Repubblicano. E i due contendenti non potrebbero essere più diversi di così.
Donald Trump, anti-establishment e fautore di una politica aggressiva, e Hillary Clinton, donna del partito dai toni moderati e concilianti, volano verso la sfida finale di novembre, e altri scenari a questo punto delle primarie americane risultano estremamente improbabili.
A confermarlo sono gli ultimi sondaggi alla vigilia del Super Tuesday del 1 marzo, giorno in cui a votare andranno 11 Stati per la sfida tra i Repubblicani e 12 per quella tra i Democratici (guarda la mappa interattiva del voto).
TRUMP AL 46% TRA I REPUBBLICANI, CLINTON AL 55% TRA I DEM. Secondo la Cnn/Orc, Trump ha aumentato il suo vantaggio a livello nazionale portandolo a oltre 30 punti sugli inseguitori, col 49% delle preferenze contro il 16% di Marco Rubio e il 15% di Ted Cruz.
In campo Democratico, la Clinton è avanti di quasi 20 punti su Bernie Sanders, col 55% delle preferenze contro il 38% del senatore autodefinitosi “socialista”.
SUPER TUESDAY DETERMINANTE. I candidati dei due schieramenti arrivano al SuperTuesday dopo essersi scontrati in Iowa, New Hampshire, Nevada e Sud Carolina: solo quattro Stati, ma, come spesso succede nelle primarie americane, determinanti per scindere fin da subito gli sfidanti con possibilità da quelli che non ne hanno. Dopo il SuperMartedì, quando circa il 25% dei delegati totali saranno assegnati, il Democratico e il Repubblicano destinati a scontrarsi nelle presidenziali saranno fondamentalmente decisi.

Democratici, lo spettro svanito di Sanders

La nomination di Hillary Clinton alla Casa Bianca (se non addirittura la vittoria finale) non era mai stata messa in dubbio prima dell'inizio delle consultazioni tra i Democratici. Prima donna presidente, grandissima esperienza, moglie di uno dei capi di Stato più amati degli ultimi decenni, l'unico ostacolo sulla via della Clinton sembrava lo scandalo delle e-mail, prima che Bernie Sanders, senatore del Vermont per sua stessa definizione “socialista” si mettesse nella sua strada.
LA VELOCE ASCESA DI SANDERS. Dopo il primo voto nell'Iowa, che ha visto un sostanziale pareggio dei due, e ancor più dopo quello del New Hampshire, dominato da Sanders, la Clinton e i suoi sostenitori avevano per un attimo perso tutte le certezze su quella che pensavano fosse una passeggiata verso la nomination.
Il sogno dell'anziano senatore del Vermont, e dei suoi sostenitori stufi dei candidati “predestinati”, è sfumato con il voto di sabato 27 in Sud Carolina, dove l'ex segretario di Stato ha ottenuto il 73,5% dei voti, dimostrando così di avere una carta fondamentale nella manica: il favore delle minoranze.
A BERNIE MANCA IL VOTO DELLE MINORANZE. La travolgente ascesa di Sanders è stata resa possibile dal voto dei giovani e della sinistra socialista-radical americana, ma ha subito una battuta d'arresto quando a scegliere sono stati gli afro-americani e gli ispanici, gruppi fondamentali all'interno del voto democratico.
I due gruppi si sono dimostrati molto più legati alla Clinton, anche per il poco spazio ricevuto nei comizi di Sanders, che ha puntato tutto sulla critica a Wall Street e alla rivoluzione nelle politiche sociali.
Con il voto nel Sud Carolina, la mancanza del senatore del Vermont si è rivelata fatale, così come probabilmente lo sarà in tutti gli stati con una componente nera-ispanica determinante.
Sanders sembra il primo ad essersi arreso all'evidenza. Dopo la batosta in Sud Carolina, l'eroe dei giovani americani di sinistra ha dichiarato che «l'unica nota positiva è che abbiamo vinto fra i più giovani, nella fascia d'età fino a 29 anni. Per il resto siamo stati massacrati».

Trump, la forza dell'anti-politica

Da parte Repubblicana, la corsa è cominciata con uno stuolo di candidati molto diversi tra loro, con in comune solo l'ostilità reciproca e la ferrea decisione di non tirarsi indietro per avvantaggiare gli altri. Se i sondaggi, e il buon senso, di un anno fa davano ancora come molto improbabile la vittoria di Trump alle primarie, dopo appena quattro Stati il tycoon è diventato l'uomo di punta del Gop (Grand Old Party). O meglio, dei Repubblicani. Perché Trump è tutto fuorché un uomo legato all'establishment, che considera una struttura del passato e dal quale è fortemente osteggiato.
IL RITIRO DI BUSH. E probabilmente è stata proprio questa la sua forza, che gli ha permesso di mandare a casa con la coda tra le gambe Jeb Bush, il candidato inizialmente considerato più papabile per la vittoria. Dopo la batosta subita in Sud Carolina, l'ultimo membro della casa dei Bush si è ritirato dopo essere riuscito a raccogliere più soldi di qualunque altro candidato.
Degli altri sfidanti principali (Ted Cruz, Marco Rubio e Ben Carson), solo i primi due sono rimasti in corsa, mentre il terzo non è mai riuscito a ottenere risultati soddisfacenti negli Stati in cui si è votato.
POPULISMO ALL'AMERICANA. Dopo aver vinto i caucus dell'Iowa, Ted Cruz non è riuscito ad attrarre i voti dei Repubblicani, conquistati dall'aggressività e dalle sparate populiste di Trump. Il giovane Marco Rubio, l'unico candidato vicino all'establishment Repubblicano, avrebbe dovuto teoricamente ereditare i voti di Bush, ma l'onda presa dal magnate del petrolio, a questo punto della corsa, non lascia spazio a nessun altro. Al di là dell'esito finale della corsa alla Casa Bianca, le primarie Repubblicane 2016 verranno ricordate come quelle della fine del Gop e dell'arrivo del populismo nella politica americana.

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