Donald Trump 160302125107
BASSA MAREA 2 Marzo Mar 2016 1247 02 marzo 2016

Elezioni Usa: Trump e il trionfo della lucida follia

Il magnate è diventato l'uomo da battere. Ha dato una lezione all'establishment Gop. E può insidiare seriamente Hillary Clinton. Azzoppata dal flop di Obama. E dal ridimensionamento del marito Bill.

  • ...

Donald Trump.

Come il pazzoide maggiore T.J. “King” Kong nella scena finale del Dottor Stranamore, Donald Trump si è sganciato ormai dal B-52 delle primarie americane e, a cavallo della bomba e agitando il cappello, fa rotta verso Washington.
In Italia gli americani come Trump non incontrano troppo favore e chi da noi (non moltissimi, in genere) segue un poco le cose americane ha già “votato” per Hillary Clinton.
Che potrebbe vincere, pur essendo rari tre mandati consecutivi a uno stesso partito.
LA STAGIONE È REPUBBLICANA. Dipende anche da che effetto avrà sulle sue chance una candidatura repubblicana di Trump, che potrebbe sia aiutarla spingendo alcuni a non correre rischi, sia danneggiarla perché se proprio si vuole il “nuovo” non c’è dubbio che il più “nuovo” fra i due è The Donald e non una signora che è di casa a Washington e al centro del potere dal gennaio di 23 anni fa.
Non bisogna comunque dimenticare che, come la secca vittoria dei candidati repubblicani al Congresso e nelle cariche locali nelle midterm del novembre 2014 ha confermato, la stagione è al momento repubblicana, cioè anti Casa Bianca e protestataria, nonostante l’evidente disgregazione di un Gop senza idee e incapace di selezionare i leader, come dimostra il trionfo dell’outsider Trump e dei suoi slogan tutti a sostegno del common man.
UNA LEZIONE ALL'ESTABLISHMENT. Trump ha fatto, a modo suo, quello che un partito repubblicano accorto e non fossilizzato sulle idee neoliberiste diventate un dogma irrazionale e una religione avrebbe dovuto fare almeno dal 2010: parlare di più la lingua dei “piccoli”, visto che il mondo dei “grandi” e la finanza di Wall Street in particolare, la lobby più potente a Washington, aveva nel 2008 fatto crac e imposto costi enormi al sistema, e visto che ormai i democratici da Bill Clinton in poi di quel mondo erano diventati referenti al pari dei repubblicani, alleato storico.
La risposta definitiva e senza ulteriore appello verrà il 15 marzo, perché se quel giorno il magnate vincerà in Ohio e Florida nessuno potrà più fermarlo. L’establishment repubblicano, ancora sotto choc per il fenomeno Trump, teme una sconfitta clamorosa, a novembre, con lui come candidato.

Lo spartiacque del Super Tuesday: Trump doppia Cruz

Il repubblicano Ted Cruz.

È stata la grande tornata di martedì primo marzo, con una dozzina di Stati alla scelta dei delegati per la grande convenzione repubblicana di metà luglio a Cleveland, Ohio, a segnare un passaggio cruciale.
Trump ha vinto tutto fuorché Texas, Oklahoma, Alaska (andati a Ted Cruz) e Minnesota (a Rubio).
Ha vinto nel Deep South e nel Massachusetts e, questo è ciò che conta, dei 1.237 delegati necessari per conquistare la designazione repubblicana a luglio se ne è per ora aggiudicati circa 300, il doppio di Cruz.
RUBIO APPESO A UN FILO. Rubio è appeso a un filo, il 15 marzo, nel suo Stato, la Florida. Mentre la Clinton, che per la Convention democratica di Philadelphia a luglio dovrà avere per vincere non meno di 2.383 delegati, ne ha già un migliaio contro i meno di 400 di Bernie Sanders, che ha confermato di essere un candidato certamente innovativo per i democratici, forte al Nord, ma incapace di dialogare con il voto nero del Sud.
Nessuno può prevedere cosa succederà se un candidato atipico come Trump dovesse vincere fra otto mesi la partita per la Casa Bianca.
Fa un certo effetto come due elettori americani benestanti, di completa educazione universitaria, quindi non il classico blocco a bassa scolarità che sostiene il magnate, non da sempre repubblicani, descrivono in una recente lettera al Financial Times la loro scelta di schierarsi per Trump, il “meno peggio” dicono fra i candidati: «Sì, potremmo essere come quei bravi cittadini che votarono per un “addomesticabile” Hitler nel 1933 per riportare le cose al loro posto. Ma le alternative sono peggiori».
«L'UOMO DI CHI LAVORA DURO». Che cosa significhi per molti sostenitori di Trump «portare le cose al loro posto» lo spiega il deputato repubblicano Tom Marino della Pennsylvania, che vede nel suo distretto uno «schiacciante appoggio» per l’immobiliarista miliardario newyorchese, «l’uomo dei non garantiti, non quello dei garantiti, non della gente di Wall Street, non degli insider di Washington, ma di chi lavora duro e paga le tasse». C’è una buona dose di retorica.
Trump parla alla pancia, da populista. Obama nel 2008 era profetico, hope and change, parlava dell’audacity of hope, l’audacia della speranza, e pur dandogli atto di avere avuto soprattutto all’inizio tempi difficili, un commento valido sulla sua presidenza, e preveggente, resta quello citatissimo dell’attore Matt Damon, suo fervente sostenitore della prima ora, che nel marzo 2011 concludeva: «I no longer hope for audacity».

Clinton ridimensionato, Obama deludente: ora tocca al magnate?

Barack Obama con Hillary Clinton.

Trump piace a tanti «perché per la prima volta sentono un candidato che parla la loro lingua», scrive dal Massachussetts il Washington Post.
Il che non garantisce sulla qualità concretezza e credibilità del tutto.
Ridimensionata la presidenza di Bill Clinton dalla crisi finanziaria di cui le sue leggi e i suoi uomini furono pronube e propiziatori, fallita e male in Iraq la presidenza di Bush figlio, controverso il successo della presidenza Obama, potrebbe essere in arrivo l’improbabile Trump.
Le sue sparate sul rimpatrio degli illegali, messicani soprattutto (sarebbe un guaio per l’economia americana, sono una decina di milioni), sul blocco all’ingresso degli islamici sono una cosa, i suoi messaggi rassicuranti a una classe medio bassa impoverita e ai blue collars che hanno perso i buoni posti industriali e si devono accontentare di assai meno sono un’altra cosa.
TEMI SIMILI A QUELLI DI SANDERS. Nessun attacco allo stato sociale, anzi, lotta alla delocalizzazione, protezione del made in Usa soprattutto dalla concorrenza cinese, meno potere al big business nel processo politico, fine della revolving door, della porta girevole tra Washington e Wall Street (grande promessa mancata di Obama) per cui due anni a Washington a 150 mila dollari servono a guadagnare poi 2 milioni l’anno a Wall Street.
Queste le promesse di un Trump che parla come l’americano qualunque al bancone del bar di fronte a una birra.
In parte sono gli stessi temi di Sanders. Che ha segnato per la vera sinistra un momento alto nella storia politica americana. Ma che deve arrendersi all’evidenza.
UN MITO TUTTO AMERICANO. L’alleanza tra le classi di successo con educazione universitaria di livello e redditi oltre i 150 mila dollari con le minoranze etniche che non si fidano di un vecchio ebreo di Brooklyn trapiantato nei boschi del Vermont e preferiscono la collaudata Hillary e il suo blocco sicuro di interessi non gli hanno consentito di più. Ma resta per ora in lizza.
Trump non ha mai avuto una carica elettiva. È il mito tutto americano del businessman che promette di mettere in riga lo strapotere del business.
Vedremo. Intanto Slim Pickens/Donald Trump – Pickens era l’attore nel ruolo del pazzo maggiore T.J. “King” Kong – sta lasciando la pancia del B-52 a cavallo della bomba.

Articoli Correlati

Potresti esserti perso