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POLITICA 2 Marzo Mar 2016 1630 02 marzo 2016

Primarie Usa, Trump mette in crisi i Repubblicani

Trump vola nel super tuesday. Ma il suo estremismo può essere un boomerang per il Gop. Così la convention di luglio potrebbe incoronare un altro candidato.

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Donald Trump.

Le primarie del Partito repubblicano al cortocircuito. La netta e perentoria vittoria di Donald Trump nel Super tuesday dimostra come il magnate si stia avviando con una marcia trionfale alla conquista della nomination del Grand old party (guarda la mappa interattiva del voto).
«Guardate i numeri. Sono tutti dalla sua parte», ha detto a Fox news Charles Krauthammer, uno dei più rispettati commentatori politici conservatori, «è troppo tardi per fermarlo».
RISULTATO ANCORA INCERTO. Cifre alla mano, in realtà, l’aritmetica non dà ancora la vittoria a Trump. Dopo il voto di martedì 1 marzo il miliardario ha raccolto 274 delegati, contro i 149 di Ted Cruz e gli 82 di Marco Rubio. La vittoria finale sarà garantita solo a chi arriverà prima ai 1.237 delegati e le primarie negli altri Stati sono in programma fino a giugno.
Ma il calcolo da fare più che matematico è politico. Trump sta conquistando il voto dell’elettorato bianco conservatore in tutti gli Stati: ha vinto in Georgia e in Massachusetts facendo breccia tra gli evangelici del Sud e tra gli operai del New England. Ha unito un malcontento profondo nella destra americana, insoddisfatta di Obama, ma ancor più sfiduciata dai propri rappresentanti.
LE GAFFE NON BASTANO A FARGLI PERDERE PUNTI. Da vero candidato anti-sistema, l’imprenditore si è infine dimostrato impermeabile agli attacchi dei suoi rivali e della stampa. Le gaffe non lo scalfiscono, le polemiche lo rendono più forte.
Quando a fine febbraio non ha preso le distanze dall’appoggio ricevuto da David Duke, un politico vicino al Ku Klux Klan, in molti avevano previsto che sarebbe stato un passo falso potenzialmente fatale.
Invece no. «Pensavamo che questo lo potesse affondare», ha spiegato Krauthammer, «ma non è successo. E se neppure questo lo tocca, Trump continuerà a crescere».

Giù le mani dal partito di Lincoln

Ma proprio questo inatteso trionfo apre scenari inediti e configura un potenziale collasso del sistema delle primarie repubblicane. È stato Marco Rubio a ipotizzare quanto potrebbe accadere in un’intervista alla Cnn rilasciata dopo il voto di martedì 1 marzo.
RUBIO: «NON MI RITIRO». «Normalmente nelle primarie», ha detto il senatore della Florida che ha ottenuto la maggioranza nel solo Minnesota, «c’è un front-runner e c’è un momento in cui i contendenti si ritirano per compattare il partito dietro un candidato forte. Questa volta è diverso. Non ci sarà mai un momento in cui i nostri supporter ci chiederanno di ritirarci per sostenere Donald Trump. La gente ci chiede di combattere con tutte le nostre forze per salvare il partito di Lincoln e Reagan da un falsario che rifiuta di criticare il Ku Klux Klan. Se nominiamo Trump sarà la fine del Partito Repubblicano e Hillary Clinton alle elezioni di novembre lo spazzerà via. Combatterò finché potrò e fino all’ultimo per salvare il movimento conservatore».
Le sue parole fanno eco a quelle di Paul Ryan, presidente repubblicano della Camera: «Se qualcuno vuole la nomination del Partito repubblicano, non ci possono essere né ambiguità né trucchi. È necessario rifiutare ogni movimento che è fondato sul fanatismo. Questo partito non raccoglie i suoi voti sui pregiudizi. Ci richiamiamo agli ideali più alti. Questo è il partito di Lincoln».
IPOTESI CONVENTION SELVAGGIA. Il messaggio non potrebbe essere più chiaro. Trump rischia di uscire trionfatore nelle primarie di un partito che potrebbe non sostenerlo. Si può anche prevedere quella che il celebre consigliere politico conservatore Karl Rove ha definito una «wild convention», una «convention selvaggia». Le primarie infatti selezionano dei delegati, grandi elettori che a loro volta designano chi avrà la nomination. In un clima di aperto conflitto non è impossibile uno scenario in cui si arrivi alla convention repubblicana (in programma il 18 luglio a Cleveland) ancora senza un candidato in-pectore e in cui i delegati non assegnati a Trump possano coalizzarsi su un altro ticket elettorale costituendo un’altra maggioranza. In questo caso saranno decisivi i numeri.

Non sarebbe la prima volta nella storia del Gop

C’è chi consulta il passato per possibili scenari. Nel 1912 il Gop utilizzò per la prima volta le primarie. Le stravinse Theodore Roosevelt, ma alla convention l’establishment del Partito repubblicano sostenne l’allora presidente in carica William Taft. Il partito arrivò alle elezioni spaccato e i democratici riconquistarono la Casa Bianca.
NEL 1984 TOCCÒ AI DEM. L’ultimo episodio di una convention spaccata risale al 1984, quando il Partito democratico arrivò a dover scegliere tra due candidati, Walter Mondale e Gary Hart. Nessuno di loro aveva una maggioranza assoluta e alla fine pesarono i voti dei cosiddetti «superdelegati», cioè un gruppo di grandi elettori che costituisce un sistema di garanzia. Ottenne la nomination Walter Mondale. Ma alle elezioni presidenziali contro Ronald Regan rimediò la più clamorosa sconfitta della storia elettorale americana perdendo in tutti gli Stati tranne nel natio Minnesota.
Precedenti che fanno rabbrividire l’establishment repubblicano perché a novembre ci sarà in gioco anche la maggioranza del Congresso.
TRUMP ALLONTANA LE MINORANZE DAL PARTITO. C’è un ulteriore elemento che rende la candidatura di Trump un incubo per il partito dell’elefantino. Queste primarie stanno radicalizzando al massimo l’elettorato conservatore. Il trionfo alle primarie del magnate sta allontanando dal Gop le minoranze, neri e ispanici su tutti.
Nel 2012 Mitt Romney perse malamente le elezioni contro Obama ottenendo il 27% del voto ispanico. Se questa percentuale dovesse scendere ulteriormente i Repubblicani non avrebbero speranze in tutti gli stati a Ovest del Texas e la Casa Bianca sarebbe solo un miraggio.
Qualcuno ormai sostiene apertamente che il partito dovrebbe intervenire bloccando Trump. Una «missione disperata» l’ha definita il New York Times. Ma è in gioco la sopravvivenza del Grand old party.

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