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DIPLOMATICAMENTE 3 Marzo Mar 2016 1303 03 marzo 2016

Rohani, tempo scaduto: ora basta «guerre sporche»

Se vuole fiducia, il presidente iraniano mandi un segnale. In Siria come in Yemen.

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Il presidente Rohani al voto.

L’esultanza con la quale è stato generalmente accolto nel mondo occidentale l’esito delle elezioni iraniane del 26 febbraio è stata più che giustificata: in primo luogo, per quella parte della popolazione iraniana che aspira a liberarsi - o almeno a vedere allentata - la camicia di forza di un regime in cui le diverse facce della teocrazia imperante si disputano non solo il potere politico di decidere su qualsiasi questione ritenuta “sensibile”, ma anche e soprattutto un potere economico e militare tanto invasivo quanto percorso da una corruzione dilagante.
In secondo luogo, per quella parte della comunità internazionale che vorrebbe vedere questo grande Paese tornare alla pienezza di una sua cittadinanza internazionale ai più diversi livelli, culturale, politico e, diciamolo senza infingimenti, economico-commerciale.
LA VOLONTÀ LIBERATORIA DEI CITTADINI. In terzo luogo, per quanti hanno scommesso su Hassan Rohani e sul suo gruppo di sostegno quale veicolo più credibile per far avanzare il Paese in quella direzione grazie alla loro visione di futuro, in politica interna e internazionale, e hanno visto nell’accordo sul programma nucleare, siglato nel luglio del 2015 col cosiddetto Gruppo dei 5+1 (i membri del Consiglio di sicurezza più la Germania) il punto di partenza di una vera e propria svolta.
Si temeva che il brutale setaccio settario compiuto ai danni dei cosiddetti candidati “moderati e riformisti” avrebbe garantito ai “provincialisti” (l’area più conservatrice e fondamentalista) una vittoria sporca.
E invece no, il trucco non ha funzionato, segno di un’onda forte di volontà liberatoria che attraversa il Paese.
SUCCESSO INASPETTATO ALLE URNE. Rohani e il suo gruppo, al cui vertice sta il sempre-verde Hashemi Rafsanjani, hanno ottenuto un’affermazione superiore alle aspettative, loro, e della parte avversa.
Qualcuno ha affermato che potrebbero arrivare alla maggioranza assoluta con i 44 voti degli indipendenti, ma è da supporre che una parte importante di questi sia in realtà più propensa a saldarsi con i “provincialisti” che hanno conquistato 115 seggi e puntano ad arricchire il bottino con una discreta percentuale dei 39 seggi che andranno al ballottaggio di aprile.
La maggioranza dei seggi, cioè, appare più alla portata di questi ultimi che, soprattutto dopo la sorpresa del 26 febbraio, faranno di tutto per mettere al sicuro il loro già preponderante potere di controllo dell’economia e della forza militare del Paese.

L'auspicata svolta è ancora lontana

Hashemi Rafsanjani.

Rohani ha ottenuto uno straordinario successo, ma non sufficiente per imprimere all'Iran l’auspicata svolta: solo col tempo si potrà valutare il tasso di incertezza che questa situazione comporterà sul flusso degli investimenti esterni di cui il Paese ha assoluto bisogno per ridare slancio al sistema produttivo e occupazionale, sfruttare appieno la liberazione dalle sanzioni e dare una risposta alla domanda di miglioramento delle condizioni di vita della popolazione.
LA STRADA È TUTTA IN SALITA. Investimenti che, per di più, non saranno incoraggiati a dirigersi verso il settore energetico - che pure ne ha grande bisogno per tornare a essere fattore trainante della ripresa – a causa dell’imperante, bassissimo prezzo del petrolio.
E certo non saranno i grandi produttori del Golfo – Arabia Saudita in testa – a venire incontro alle aspettative di Teheran, se non all’interno di una partita tanto strategica da coinvolgere le rispettive ambizioni di supremazia che corrono lungo un perimetro geopolitico e settario che va dalla Siria all’Iraq al Libano allo Yemen agli sciiti dovunque si trovino e oltre.
Dunque una strada che, malgrado il successo elettorale, si presenta in salita.
LA RESILIENZA NON BASTA. Intendiamoci, l’Iran della Rivoluzione del ’79 ha dato prova di una notevole resilienza di fronte alle avversità: basti pensare alla decennale guerra con l’Iraq di un Saddam Hussein ampiamente sostenuto dall’esterno; alla capacità non solo di resistere sotto il peso soffocante delle sanzioni e di un vasto isolamento internazionale, ma anche di sviluppare l’ambizioso programma nucleare sopra ricordato.
Ma anche la resilienza più sperimentata può indebolirsi se, a fronte di aspettative crescenti, non è ossigenata dalla percezione di un concreto miglioramento delle condizioni di vita a portata di mano ed è, anzi, messa a repentaglio da perniciose alleanze e da improvvide ambizioni.
Questa è la vera grande sfida che Rohani si trova ad affrontare e che potrebbe pesare più del successo ottenuto nell’elezione degli 88 membri dell’Assemblea degli Esperti – pur importante perché sarà questo consesso a nominare il futuro Ayatollah – col pieno dei voti fatto da Rafsanjani e dallo stesso presidente.

Dalla Siria allo Yemen: tutte le guerre dell'Iran

Un gruppo di miliziani Houthi.

In questa sfida entra in linea di conto il costo del sostegno politico e militare assicurato a Bashar al Assad, conclamato criminale e responsabile dell’entrata in Siria delle milizie dell’Isis, di al Qaeda e delle altre milizie jihadiste, con la diretta complicità della Turchia e col (diverso) collateralismo di Doha e Riad.
Entra la strategia vessatoria e repressiva, quasi da pulizia etnica, portata avanti in Iraq dalle milizie iraniane contro le tribù sunnite al punto da rendere preferibile ai loro occhi lo stesso Califfato.
ROHANI MANDI UN SEGNALE. Entra anche il coinvolgimento dell’Iran nel colpo di Stato degli Houthi contro il presidente eletto Abd-Rabbu Hadi e poi nella guerra civile con l’intervento militare della coalizione a guida saudita.
Ed entrano i rapporti di collaborazione militare con la Corea del Nord. Quelli con la Russia sono sotto gli occhi di tutti.
Ebbene, a fronte di tutto ciò, è lecito domandarsi se, sull’onda di questo successo elettorale, Rohani riuscirà davvero ad allentare i lacci politici, settari economici e militari dei “principalisti” e se saprà/vorrà dare almeno un concreto segnale di quel ruolo costruttivo a livello regionale e internazionale di cui si è professato portatore fin dalla sua elezione del 2013 ma che, in questi due anni, è rimasto circoscritto al negoziato nucleare.
DUBBI SUL RUOLO COSTRUTTIVO DI TEHERAN. Penso che sul primo versante riuscirà ad avanzare. Nutro dubbi sul secondo, anche se credo che un’importante occasione per farlo gli sarà offerta il 7 marzo, data in cui, cessate il fuoco permettendo, dovrebbe riprendere a Ginevra il negoziato sul processo di transizione siriano.
Potrebbe per esempio concordare con Mosca sull’opportunità di indurre Assad a rivedere la sua decisione, a dir poco aberrante, di tenere le elezioni politiche il prossimo 13 aprile.
Sarebbe un gesto altamente qualificante. Ma se non avverrà, il ruolo costruttivo risulterebbe svilito e in definitiva poco rassicurante: con riferimento allo scontro politico-settario in atto nella regione e alla deriva stessa del terrorismo.

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