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LE TRATTATIVE 5 Marzo Mar 2016 1100 05 marzo 2016

Spagna, Podemos e il Pp bloccano la politica

Il socialista Sanchez non ottiene la fiducia. Madrid è ancora senza governo. Colpa del radicalismo di Iglesias e soci. E del veto del Pp. Rajoy spera di avere una seconda chance. 

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Il re di Spagna Felipe VI con Pedro Sanchez.

Non ce l'ha fatta Pedro Sánchez, candidato socialista alla presidenza del governo spagnolo, che con soli 131 voti a favore sui 350 del Congresso ha perso la corsa verso la Moncloa ed è il primo candidato premier a ricevere due 'no' del parlamento nella storia del Paese. La prima votazione di investitura, il 2 marzo, era finita allo stesso modo (130 i voti a favore), con il cammino interrotto dai 219 voti contrari del Partido Popular (Pp) e di Podemos, partiti così lontani per storia e programmi e pure così vicini nel determinare il fallimento di questo primo tentativo di formare un nuovo governo.
SALTATO IL PATTO CON CIUDADANOS. Nulla di fatto dunque, non ha funzionato il patto di governo tra il Partido Socialista (Psoe) e Ciudadanos, la formazione riformista e anti-indipendentista di Albert Rivera, che avevano concluso l’accordo dopo due mesi di negoziazioni.
Tanto è il tempo passato dalle elezioni del 20 dicembre, che hanno prodotto un risultato di sostanziale equilibrio tra quattro partiti e uno stallo destinato a durare ancora.
NESSUNO HA I NUMERI PER GOVERNARE. I tentativi di Pedro Sánchez, incaricato dal re Felipe VI di formare un governo dopo la rinuncia di Mariano Rajoy (premier in carica e leader del Pp, il partito più votato) non hanno dato frutti e il clima di tensione che si è visto nei due giorni del dibattito di investitura, nel quale il candidato premier ha presentato il suo programma di governo, non fa ben sperare.
Il Pp e Podemos non hanno intenzione di scendere a patti e appaiono trincerati nelle loro posizioni, mentre Psoe e Ciudadanos, da soli, non avranno mai i numeri necessari per un governo se nessuno degli altri due li appoggia o si astiene.

Ora probabile incarico a Rajoy per formare un governo

Mariano Rajoy.

Dopo il secondo fallimento di Sánchez, il re ha la facoltà di assegnare a un altro candidato l’incarico di formare il governo.
Potrebbe essere Mariano Rajoy, che avrebbe cambiato idea rispetto alla sua rinuncia iniziale, o un rappresentante di Ciudadanos o Podemos, anche se per convenzione il re non dà l’incarico ai partiti meno votati (il primo ha 40 seggi e il secondo 69 sui 350 totali del Congresso).
ALTRI DUE MESI DI TEMPO PER PROVARE. Dalla prima votazione di investitura (avvenuta il 3 marzo), i vari candidati che si succederanno hanno due mesi di tempo per formare un governo, altrimenti si procederà allo scioglimento delle Cortes Generales (l’insieme di Senato e Congresso).
Dal 3 maggio, secondo il regolamento, dovranno passare almeno 54 giorni prima di nuove elezioni, che quindi verrebbero fissate a partire dal 26 giugno.
SI TORNA ALLE URNE IL 26 GIUGNO? Incalzati dalla stampa e dall’opinione pubblica, tutti i leader dei principali partiti sostengono di non voler tornare al voto, a causa dei costi ma anche per l’urgenza di un nuovo governo che si faccia carico delle riforme di cui il Paese ha bisogno. Tuttavia, stando così le cose, sembra non esserci altra strada percorribile. A meno che le consultazioni che partono il 5 marzo non portino insperati frutti.

Psoe e Ciudadanos: un patto di governo che non ha retto l'ostracismo

Albert Rivera, leader di Ciudadanos.

Il patto per un’ipotesi di governo di coalizione che Psoe e Ciudadanos hanno firmato il 24 febbraio (e che al momento sembra saltato) consiste in quasi 200 proposte di leggi e riforme ed è il perno attorno a cui ha ruotato il primo dibattito di investitura.
È stato il primo passo di due partiti dopo settimane di immobilismo e una campagna elettorale in cui gli stessi Rivera e Sánchez si erano attaccati più volte escludendo accordi post voto.
RIFORME DEL LAVORO E DEL SENATO. Le due formazioni, con posizioni diverse su alcuni punti ma molto vicine in molti altri, si sono venute incontro dando vita a un programma concordato, che tra l’altro include: la riforma della legge sul lavoro con l’introduzione di due tipi di contratto, uno indeterminato e uno determinato di durata massima di due anni; il rispetto degli accordi presi in sede europea su deficit e stabilità di bilancio; la netta opposizione a referendum o accordi sull’autodeterminazione dei popoli o l’indipendenza dei territori in ambito nazionale; la trasformazione del Senato in una Camera territoriale con 100 membri.
Contro il patto si sono schierati sia il Pp che Podemos, sia per ragioni di contenuto che per ragioni di strategia e opportunità politica.
LE ACCUSE DI LIBERISMO AL PATTO. Per Podemos l’accordo Psoe-Ciudadanos prevede una «nuova riforma del lavoro nel segno della continuità con quella neoliberista del Pp», o che «non considera l’aumento del salario minimo».
I viola inoltre hanno attaccato il “doppio gioco” dei socialisti, sostenendo che negli stessi giorni in cui negoziavano con loro, avevano già definito il programma economico con Luis Garicano, responsabile economico di Ciudadanos e promotore di riforme improntate al neoliberismo.
IL RADICALISMO DI PODEMOS. Del resto, che la politica economica della formazione guidata da El coleta Iglesias sia inconciliabile con le posizioni in merito di tutti gli altri partiti, non è una novità. Così come lo è la questione dell’indipendenza: proprio il referendum sull’autodeterminazione delle comunidades autónomas, che Podemos considera imprescindibile, è un punto su cui nessuno degli altri è disposto a trattare.
Anche il Pp appare irremovibile, e non tanto per i contenuti dell’accordo Psoe-Ciudadanos, dove su alcuni temi non sarebbe difficile trovare unità d’intenti.

La maggioranza dell'elettorato chiede un accordo di compromesso

Pablo Iglesias, leader di Podemos.

Rajoy e i suoi, che fin dall’inizio hanno deciso di votare contro qualsiasi ipotesi di coalizione che non abbia il Pp alla guida, fanno ostracismo più per strategia politica che non per la reale distanza dai programmi di Psoe e Ciudadanos (anzi, guardando solo ai programmi, un accordo Pp-Ciudadanos sarebbe il più naturale di qualsiasi altra ipotesi).
IL PP DIFENDE IL RISULTATO DEL 20 DICEMBRE. Agli azzurri infatti interessa difendere la vittoria del 20 dicembre, costi quel che costi, convinti che questa carta, in caso di ritorno alle urne, potrebbe rivelarsi un asso nella manica davanti all’elettorato.
Rajoy resiste e vuole essere lui a dire l’ultima parola, anche se all’interno del suo partito crescono i rimproveri per la mancanza di iniziativa e le pressioni per abbandonare l’inattività e l’ostracismo delle ultime settimane.
L'ELETTORATO STANCO DI ATTESE E GIOCHETTI. L’ultimo sondaggio di Metroscopia, uno dei principali istituti di ricerca spagnoli, rivela anche quasi un terzo degli elettori del Pp (il 29%) crede che bisognerebbe appoggiare la candidatura di Pedro Sánchez come presidente del governo. Anche tra i votanti Podemos c’è una buona parte (il 39%) convinta che è arrivato il momento di abbandonare l’immobilismo e sostenere un governo per far ripartire il Paese, anche se non con le condizioni auspicate all’indomani delle elezioni.
RIVERA L'UOMO PREFERITO DALLA GENTE. Mariano Rajoy avrebbe fatto il suo tempo (il 37% dei suoi elettori crede che sia ora di lasciare la scena), mentre è Albert Rivera, secondo il 24% del totale degli intervistati, a uscire vincente dal dibattito sull’investitura. A premiare il 35enne catalano, probabilmente, l’attitudine da mediatore e le aperture mostrate ai colleghi degli altri partiti al fine di trovare una strada comune.
È un quadro che riproduce abbastanza fedelmente gli umori della piazza, con la maggior parte dei cittadini che, ora, alle trincee preferisce l’assunzione di responsabilità. E chissà che questa maggiore disponibilità al dialogo non finisca per premiare proprio Rivera. Da sabato 5 marzo ripartono le consultazioni, preambolo a un nuovo incarico assegnato dal re.

Twitter @marcotod

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