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TERRORISMO 7 Marzo Mar 2016 1241 07 marzo 2016

Isis, la mappa dell'espansione dei jihadisti

Strage in un assalto dello Stato islamico al confine tra Libia e Tunisia. Dall'Algeria all'Indonesia, ecco dove l'Isis ha piantato le sue bandiere nere.

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Nonostante l'Isis abbia perso terreno in Siria e Iraq, e nonostante il rinnovato impegno internazionale contro di esso, il Califfato continua ad accrescere le sue file con nuove risorse.
Proprio il contenimento cui è costretto nel Levante ha spinto al Baghdadi e i suoi luogotenenti a cercare nuovi successi e nuovi affiliati altrove.
Lo Stato islamico ha un costante bisogno di nuove “imprese” e delle prime pagine dei giornali occidentali. E, se non riesce a mettersi in mostra in Siria e Iraq, cerca di farlo all'estero.
Per questo gli attentati in Occidente e nel mondo, e per questo la propaganda e l'infiltrazione in Paesi stranieri (guarda la mappa interattiva in versione estesa).
TUNISIA, 53 MORTI IN UN ASSALTO DELL'ISIS. Il 7 marzo un commando dell'Isis in Libia ha attaccato postazioni dell'esercito tunisino al confine. I miliziani hanno effettuato l'assalto a bordo di pick-up, e negli scontri sono morte almeno 53 persone. Il 19 febbraio un raid Usa ha colpito una base di addestramento a Sabrata e un intervento occidentale in Libia, sebbene in quale forma non sia ancora chiaro, sembra sempre più vicino.
La Tunisia è da anni al centro di una campagna terroristica volta a distruggere il turismo e l'impianto democratico del Paese, l'unico ad essere uscito vittorioso dalle 'primavere arabe' del 2011. La presenza dello Stato islamico in Libia rischia di mettere a repentaglio la sicurezza di tutta la regione, già da tempo nel mirino del Califfo.
Da decadente gruppo terroristico in Iraq a milizia impegnata nella guerra civile siriana, oggi il Califfato è presente anche in Africa e Asia.
AFFILIAZIONE DI MILIZIE PRE-ESISTENTI. Quando si parla di “Califfato” bisogna però precisare che le cellule dell’Isis che sembrano nascere come funghi in giro per il mondo non sono solitamente composte da miliziani siriani e iracheni (solo la Libia fa eccezione). Si tratta, invece, di gruppi pre-esistenti nei singoli Paesi che in cambio dell’affiliazione con lo Stato islamico si vedono accrescere notevolmente il loro potere (tramite finanziamenti e logistica) e la loro visibilità. D’altra parte, il Califfo guadagna in capillarità e accresce la sua fama di imbattibilità di cui necessita per risultare attraente a nuovi possibili adepti.

La mappa spiega come la minaccia dello Stato islamico stia cercando nuovi orizzonti e nuovi scenari in cui agire. L’Isis ha dichiarato come sue “provincie” la Libia, l’Egitto, l’Algeria, lo Yemen, l’Arabia Saudita, la Nigeria, l’Afghanistan, il Pakistan e la Russia. Minaccia, inoltre, di espandersi ancora sia in Africa che in Asia.
Ecco un quadro dei Paesi che devono affrontare la presenza dello Stato islamico:

Nord Africa, l'epicentro libico

Lo Stato islamico in Libia è ormai considerato una vera e propria estensione del nucleo siro-iracheno. I miliziani controllano circa 200 chilometri di territorio sulla costa, al cui epicentro c'è il porto di Sirte, città natale di Gheddafi. Da qui lo Stato islamico compie continui raid contro le milizie avversarie e organizza attentati terroristici, ed è qui che è stata rilevata una sempre più massiccia presenza di alti ufficiali del Califfo. Secondo molti analisti, la Libia sta diventando la valvola di sfogo per l'Isis, in difficoltà in Siria e Iraq.
La nuova strategia dello Stato islamico nel Paese è attaccare e bruciare le infrastrutture petrolifere, come aveva fatto all'epoca dell'espansione in Iraq. L'obiettivo è quello di rovinare la già devastata economia libica, con un pensiero a impossessarsi dei pozzi al momento opportuno.
L'assenza di un governo unitario e la debolezza di quello nato da gli accordi di Skhirat lasciano campo libero alla diffusione del gruppo terroristico e la comunità internazionale è sempre più convinta che l'unica soluzione sia un intervento militare.
EGITTO E ALGERIA COSTANTEMENTE MINACCIATE. L’Algeria vive da ben prima dell’avvento dell’Isis in uno stato di continua minaccia terroristica. Il gruppo più radicato nel territorio è al Qaeda in Maghreb, ma nel Paese sono presenti altre formazioni come al Murabitun (responsabile dell’assalto all’Hotel Radisson Blu a Bamako, nel novembre 2015) e, per l’appunto, l’Isis. Il califfato ha qui trovato un buon punto d’appoggio, affiliando alla sua organizzazione milizie locali, ma non ha intrapreso la campagna di terrorismo che ha lanciato contro un altro Paese del Maghreb: l’Egitto.
Nel 2015, l’Egitto è stato, insieme alla Libia, lo Stato più colpito da attentati dell’Isis. Qui, come in Algeria e nella maggior parte delle “province”, non sono gli uomini del Califfo a compiere gli attacchi, ma una milizia locale (Ansar Bait al-Maqdis) unitasi allo Stato islamico nel novembre del 2014. Prima di allora questi jihadisti lottavano con poco successo contro il rinnovato regime militare guidato dal generale al Sisi, responsabile della deposizione dell’islamista Mohamed Morsi.

L'Egitto diviso per zone: in rosso, la parte della penisola del Sinai rifugio di gruppi terroristici.

Ed è questo stesso gruppo ad aver organizzato, il 31 ottobre 2015, l’abbattimento dell’Airbus A321 russo sulla penisola del Sinai. In quell’occasione, obiettivo degli attentatori era sì colpire la Russia per la sua campagna siriana, ma soprattutto distruggere una delle principali fonti di finanziamento dell’Egitto: il turismo. Una delle più tradizionali tecniche usate dal terrorismo internazionale, che nel Nord Africa viene regolarmente usata contro un altro Stato, la Tunisia.
TUNISIA, LA PRIMAVERA MAI PERDONATA. Il piccolo Paese tra Libia e Algeria è stato forse l’unico tra tutti quelli che nel 2011 hanno sperimentato le primavere arabe ad uscirne vittorioso. Il regime del dittatore Ben Ali è stato distrutto, e al suo posto riescono a convivere pacificamente l’ala politica di stampo islamista e quella di matrice laica. Proprio per questo successo di democrazia, lo Stato islamico ha preso di mira il Paese per tutto il 2015 con una serie di attacchi terroristici tesi a colpire il turismo, cuore dell’economia tunisina. Dall’assalto al museo del Bardo a Tunisi del 18 marzo 2015 all’attentato nel centro della capitale contro un autobus di guardie presidenziali il 24 novembre, lo Stato islamico ha cercato di destabilizzare il Paese per cercare di fargli imboccare la strada della vicina Libia. Per ora il sistema tunisino ha tenuto, nonostante l’economia sia stata notevolmente indebolita dalla paura del terrorismo, ma il Paese resta a rischio. Per questo, il Isw (Institude for the study of war) indica la Tunisia come “a rischio”, e non ancora affiliata.

Nigeria e Somalia, il rapporto con Boko Haram e al Shabab

Nel marzo 2015, il gruppo terrorista nigeriano Boko Haram ha ufficializzato in un videomessaggio l'alleanza con l'Isis. «Annunciamo la nostra fedeltà all'Isis e al Califfo, al quale obbediremo in tempi difficili e in tempi di prosperità», dichiarò nel filmato il leader di Boko Haram, Shekau, facendo piantare così un’altra bandierina ad al Baghdadi, in un Paese diviso da conflitti etnici e religiosi. Ancora nel 2014, il gruppo terroristico aveva stipulato un’alleanza con al Qaeda, ma dopo i successi dell’Isis ha preferito passare dalla parte del più forte.

I miliziani della Nigeria del Nord hanno dato il via all’insurrezione contro le autorità nigeriane dal 2009, nel tentativo di creare un piccolo Stato governato dalla legge islamica. Negli anni ha costretto circa 2,6 milioni di persone a lasciare la loro casa, ha ucciso circa 17 mila persone e ne ha ridotte in schiavitù a centinaia, incluse le 276 studentesse rapite nell’aprile del 2014 a Cibok.
La cultura del Paese non ha niente a che fare con quella del Maghreb, né tantomeno con quella siriana o irachena, ma un gruppo come Boko Haram rappresenta un alleato perfetto per lo Stato islamico.
SOMALIA, LO STATO FALLITO. Il secondo più noto gruppo terroristico africano (Maghreb escluso) dopo Boko Haram è al Shabab, presente in Somalia fin dal 2006. Il 15 gennaio al Shabab ha attaccato una base dell’Unione africana formata principalmente da soldati kenyani, uccidendone un numero imprecisato (da qualche dozzina fino a un centinaio). Il gruppo ha stipulato un’alleanza con al Qaeda nel 2009, ma secondo alcuni osservatori si starebbe avvicinando sempre più allo Stato islamico. Secondo altre fonti, saremmo di fronte a una scissione interna ad al Shabab, con una parte rimasta fedele ad al Qaeda e un’altra più propensa ad unirsi al Califfo.
Nessuna delle due ipotesi è finora stata confermata e ufficialmente il gruppo resta ancora legato all’organizzazione fondata da Osama bin Laden, ma questo non basta perché il Paese non venga inserito nella lista di quelli a rischio Isis.

Penisola araba, il nemico in casa

L’Arabia Saudita è un caso molto particolare. Il regime degli al Saud è stato negli anni spesso accusato di aver finanziato lo Stato islamico e di averne favorito la crescita. In effetti, dopo la rivoluzione siriana del 2011, i sauditi hanno finanziato e armato qualsiasi tipo di milizia che cercasse di far cadere il regime di Bashar Assad. Tra queste, c’era l’Isis. Le cose sono iniziate a cambiare con il velocissimo rafforzamento della milizia e con la trasformazione nello Stato islamico, entità divenuta col tempo sempre più indipendente grazie all’autofinanziamento.
Sempre più autonomo, lo Stato islamico è diventato una vera e propria minaccia per Riad da quando il Califfo ha iniziato a reclamare per sé il monopolio della vera fede, da sempre prerogativa dell’Arabia Saudita. A partire dal 2014 i rapporti si sono iniziati a deteriorare e gli al Saud da sostenitori sono diventati nemici. Tralasciando il flusso di denaro privato che continua ad affluire dal Golfo, tra l’Isis e il governo di Riad è iniziata una guerra a colpi di attentati (l’Arabia ne ha subiti 15 nel 2015, con 65 morti) e di arresti (ed esecuzioni) di jihadisti.

La prigione di Al Hair, alle porte di Riad, è stata impiegata per la detenzione della maggior parte dei jihadisti (Washington Post).


Come successo dopo la fine dell’invasione sovietica dell’Afghanistan, cui seguì uno scomodo ritorno di mujahedin disoccupati, oggi l’Arabia Saudita si ritrova in casa centinaia di miliziani tornati da Siria e Iraq. Sono loro a formare la “provincia” saudita dell’Isis.
YEMEN, TUTTI CONTRO TUTTI. L’Isis si è inserito nel più povero degli Stati medio-orientali dopo che la guerra civile tra gli Houti sciiti e il governo sunnita, appoggiato da Riad, ha rovinato definitivamente il Paese. Tradizionale rifugio dei qaedisti, in fuga dall’Afghanistan dopo l’invasione americana del 2001, lo Yemen ha è stato dichiarato provincia del Califfato nel novembre del 2014.
Inizialmente, al Qaeda è riuscita a mantenere il monopolio nella regione, ma, con l’indurirsi della guerra civile nel marzo 2015, lo Stato islamico è riuscito a ritagliarsi degli spazi di manovra. Seppur in netta minoranza (al Qaeda controlla intere aree di territorio nell’Est del Paese), l’Isis è riuscita ad attirare su di sé un certo clamore mediatico, in particolare attraverso attacchi suicidi (se ne contano almeno sette).

L’Af-Pak, la contesa con i talebani

In Afghanistan, la presenza dello Stato Islamico non è ancora molto diffusa, ma se il Paese viene lasciato a se stesso non è improbabile che i miliziani di Al Baghdadi riescano ad ottenere sempre maggior influenza.
L’esercito afghano è impegnato in operazioni prettamente difensive, e non ha i mezzi né la forza di compiere missioni offensive per sgombrare dal territorio i jihadisti. L'unità del governo fronteggia molteplici minacce interne, tra governatori corrotti e istituzioni inesistenti, e non è in grado di mantenere il controllo su tutto il Paese.
L’ISIS NEL NASCONDIGLIO DEI TALEBANI. I talebani stanno sfruttando la debolezza dell'esercito per indebolire lo Stato, e l'Isis, a sua volta, sta sfruttando le vulnerabilità dei talebani per chiamare a sé i guerriglieri insoddisfatti, e fondare anche qui la sua provincia.
La principale difficoltà per lo Stato islamico in Afghanistan, tuttavia, è proprio la tradizionale presenza dei talebani. Seppur fiaccati dalla loro infinita guerra, i mujahedin non sembrano affatto voler fare passi indietro, né permettono ai propri membri di giurare fedeltà all’Isis.
Quando ciò avviene, i gruppi si combattono tra loro, provocando ulteriori sofferenze a quelle che la popolazione locale già deve soffrire.

La mappa dell'Afghanistan e le diverse zone di influenza. In viola, le aree controllate direttamente dai talebani; in arancione quelle dove i miliziani sono probabilmente supportati e in rosa quelle dove il sostegno è incerto. In nero, le aree in cui è stata confermata la presenza dell'Isis (Fonte: Institute for the Study of War).

Nel gennaio 2016, gli Usa hanno compiuto una dozzina di operazioni aeree e terrestri contro l’Isis in Afghanistan (asserragliato nella provincia di Nangarhar), uccidendo un centinaio di uomini su un totale stimato intorno al migliaio.
La regione dei raid è situata tra Kabul e il confine con il Pakistan, tradizionale rotta dei talebani durante la guerra contro i russi e in seguito nascondiglio dagli americani.

Indonesia e Bangladesh, le nuove frontiere

Il 14 gennaio 2016, un gruppo di miliziani legato allo Stato islamico ha aperto il fuoco sulla polizia e provocato esplosioni nel centro di Jakarta, capitale dell’Indonesia. L’attacco ha provocato quattro morti, e i quattro terroristi sono stati uccisi nel corso dell’azione.
Centinaia di indonesiani si sono recati in Siria e in Iraq per unirsi al Califfato, e non è ancora stato appurato se lo Stato islamico abbia intenzione di creare una cellula in Indonesia o una filiale nel Sud-Est asiatico collegata anche a militanti malesi e filippini.
L’Indonesia è la nazione a maggioranza musulmana più popolosa al mondo (circa 250 milioni di persone), e ha una storia di tolleranza verso tutte le religioni. Tuttavia, all’incirca dalla seconda metà del 2015, le autorità hanno rilevato un certo movimento tra i gruppi estremisti minoritari.
La paura è che queste fazioni vengano galvanizzate dalle operazioni dell’Isis in giro per il mondo e che cerchino di affiliarsi ad esso per aumentare la loro importanza: una storia già vista altrove.
BANGLADESH, ATTACCHI RIPETUTI. In Bangladesh, lo Stato islamico ha rivendicato una serie di attentati negli ultimi mesi del 2015, tra cui uno in novembre contro una moschea sciita nel Nord del Paese e un attentato dinamitardo contro una processione sciita a ottobre. Con i suoi 160 milioni di abitanti, il Paese è già da tempo nel mirino dell’Isis, anche se i suoi governanti continuano a negare i collegamenti tra lo Stato islamico e le morti di giornalisti, stranieri (tra cui l’italiano Cesare Tavella, a settembre), poliziotti e appartenenti a minoranze religiose.
L’ipotesi più accreditata è che gruppi estremisti locali minori abbiano intenzione di associarsi con l’Isis per acquistare peso e attenzione.
A sua volta, l’Isis è felice di accogliere i volenterosi, e le “rivendicazioni” degli attacchi in Bangladesh sono in realtà degli apprezzamenti, o delle benedizioni.

Il luogo dell'omicidio del cooperante Cesare Tavella, ucciso da due sicari su una moto il 28 settembre 2015.

Nel numero di Dabiq seguente le stragi di Parigi del 13 novembre, la propaganda dell’Isis elogiava proprio gli attacchi avvenuti in Bangladesh, complimentandosi sulla rivista con i “soldati” del Califfato.
L’atteggiamento del governo, che per mesi aveva accusato lo Stato islamico di essere dietro le violenze, sembra finalizzato a indirizzare le accuse verso il principale partito islamista del Paese, il Jamaat Islami.
Che sia diretto responsabile, organizzatore, promotore o soltanto ispiratore, sicuramente l’Isis ha degli interessi in questo popolatissimo e poverissimo Stato sul Golfo del Bengala.

Russia, il pericolo sul confine

Il 23 luglio 2015, l’Isis ha annunciato la creazione di un nuovo governatorato nel Nord del Caucaso dopo che alcuni militanti nell'area hanno promesso il loro appoggio allo Stato islamico. La formazione della provincia ha creato tensioni con il pre-esistente Emirato islamico del Caucaso, affiliato ad al Qaeda, che opera nella regione montuosa dal 2007.

La suddivisione del Caucaso del Nord tra Isis (grigio) e al Qaeda (rosso) (Fonte: Institute for the study of war).

Il problema dell'estremismo islamico non è nuovo per la Russia, che l'ha visto manifestarsi nel corso della sua storia in forma di battaglia per l'indipendenza della Cecenia.
Ma se la guerriglia cecena per l'autonomia è stata fondamentalmente sconfitta, le popolazioni musulmane che abitano il Sud della Russia sono rimaste al loro posto, e con il proliferare del terrorismo internazionale, i miliziani hanno visto una nuova opportunità per tornare in azione.
UNA MINACCIA CONCRETA. Si stima che i foreign fighters russi in Siria siano circa 4 mila, un numero abbastanza alto da preoccupare il governo di Vladimir Putin, e uno dei motivi, anche se probabilmente non il primo, dell'intervento russo in Siria. Putin ha sempre sostenuto di voler sconfiggere lo Stato islamico in Siria e Iraq, e anche se non ha portato le sue truppe in Medio Oriente per questo scopo, è innegabile l'esistenza di una minaccia terroristica in Russia.
Questa sfida alla sicurezza dei suoi cittadini sarebbe un ottimo stimolo per avvicinare il Cremlino all'Occidente, che si trova di fronte agli stessi rischi. Purtroppo, la priorità per ora sembra la tenuta del regime di Assad, che sta bloccando qualsiasi tentativo per arrivare a una soluzione diplomatica.

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