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PROCESSO 7 Marzo Mar 2016 1800 07 marzo 2016

Mantovani va a giudizio e teme la vendetta politica dei giudici

Ok al rito immediato. L'appello dei suoi legali: «No ai processi politici».

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Nel riquadro, Roberto Lassini, l'autore dei manifesti contro i magistrati di Milano.

Il processo a Mario Mantovani «sia un processo giusto e non un processo politico, nato anche sull'onda delle polemiche del 2011, quando sui muri di Milano - in campagna elettorale per le elezioni amministrative tra Giuliano Pisapia e Letizia Moratti - comparvero i manifesti ''Via le Br dalle procure''. E soprattutto dopo i tanti gazebo e manifestazioni che proprio Mantovani organizzò di fronte al tribunale per difendere Silvio Berlusconi sul caso Ruby».
È questo uno dei passaggi della nota di Guido Calvi e Roberto Lassini, avvocati dell'ex vice presidente di Regione Lombardia arrestato nell'ottobre del 2015 e ora ai domiciliari, che hanno chiesto e ottenuto dal gup Gennaro Mastrangelo il rito immediato (udienza 8 giugno 2016), rinunciando così «all’udienza preliminare che lascerà anche maggior serenità di giudizio rispetto agli imputati per così dire connessi, doppiamente colpiti dalla vicenda giudiziaria, alcuni per la loro semplice vicinanza professionale a Mantovani, altri per la sola conoscenza».
Per quei manifesti su cui l'ex capo della procura di Milano Edmondo Bruti Liberati insorse, finì indagato lo stesso Lassini per vilipendio all'ordine giudiziario, ma poi fu archiviato in istruttoria.
QUEI PRECEDENTI CHE PESANO. Sono passati cinque anni.
Ma i legali di Mantovani, all'epoca coordinatore regionale del Popolo della libertà, dicono di «aver scoperto come la denuncia che originò l’inchiesta sul senatore Mantovani risalga al marzo 2011 e contenga espressi riferimenti ai noti gazebo e sit-in sotto il tribunale di Milano: vicenda tutta politica, consentita dalle libertà costituzionali, ma che nulla deve avere a che fare con il processo in corso».
Al momento i capi d'accusa sono cinque: concussione, tentata concussione, corruzione, abuso d'ufficio e turbativa d'asta.
Insieme con il politico di Forza Italia, ancora consigliere regionale, in aula sono attesi 14 imputati, tra cui anche l'assessore al Bilancio di Regione Lombardia Massimo Garavaglia della Lega Nord.
«LA PROCURA SBAGLIÒ SU MANI PULITE». I legali dell'ex sindaco di Arconate sono convinti dell'innocenza del loro assistito e spiegano che «anche in passato è accaduto che la Procura di Milano sbagliasse e almeno in alcune vicende processuali il procuratore capo dei tempi di “Mani pulite”, a fronte di sentenze pienamente assolutorie neppure optò per l’appello, riconoscendo gli errori».
Per questo motivo, scrivono ancora, «ci auguriamo che il caso Mantovani non venga condizionato ulteriormente dal pregiudizio e dall’odio dei suoi nemici politici divenuti delatori nel processo, ma si risolva nella valutazione delle prove e della fondatezza delle accuse».
LE PROVE CHE PER I LEGALI LO SCAGIONANO. Secondo Calvi e Lassini dal primo all'ultimo capo di imputazione ci sono le prove per scagionare Mantovani.
«La concussione individua come perno l’intervento di Mantovani affinché le Amministrazioni comunali ritirassero la propria collaborazione con il provveditorato alle Opere pubbliche di Milano: la difesa ha raccolto sul punto una testimonianza decisiva e inconfutabile in favore di Mantovani».
Per il secondo capo d’imputazione (tentata concussione) «non è stata neppure acquisita la testimonianza della presunta parte lesa: ci ha pensato la difesa, rilevandone il pieno scagionamento di Mantovani».
Quindi «sul terzo capo d’imputazione, la corruzione, riferito all’architetto, abbiamo addirittura appurato che per l’incarico pubblico, legittimamente assegnatogli, detto professionista fu addirittura sottopagato. Sulla turbativa d’asta riguardante il trasporto dei malati dializzati, 'lo stesso Tar Lombardia ha attestato la regolarità dell’operato del Direttore Generale dell’Asl 1».
CONTESTANO L'ABUSO D'UFFICIO. Infine sull'abuso d'ufficio «avente ad oggetto l’acquisto “Villa Taverna”, attuale sede del Municipio di Arconate, abbiamo acquisito testimonianze che comprovano senza alcun dubbio, come non fu certo a causa di Mantovani che detto immobile non venne acquistato dal Comune di Arconate sin dagli anni 80».
E infine, rispetto «alla realizzanda Rsa di Arconate, vede la totale assenza di un profitto personale di Mantovani: ciò è anzitutto comprovato dal fatto che l’intervento è interamente in capo ad un’antica Fondazione ambrosiana, sia dal punto di vista formale che soprattutto economico. Il comune di Arconate sbaglia a volersi costituire parte civile nel processo: con documenti alla mano risulta così evidente come alcun danno è stato provocato, bensì rilevanti risultano i benefici economici e sociali in favore della comunità locale». Ai giudici ora l'ultima parola.


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