Trump, ci vuole waterboarding e oltre
DIPLOMAZIA 7 Marzo Mar 2016 0900 07 marzo 2016

Primarie Usa, lo strano asse Trump-Putin

Trump raccoglie endorsement a Mosca. Nel suo staff un consulente filo-russo. Ma per il Cremlino è solo un gioco contro Hillary. Intanto Cruz recupera terreno.

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Già prima che iniziasse davvero la corsa alla Casa Bianca e il Super tuesday consacrasse Donald Trump come il favorito tra i repubblicani, dall'altra parte dell'Oceano, nell'Impero del Male di reaganiana memoria tornato alla ribalta nella nuova Guerra fredda tra Occidente e Russia, Vladimir Putin aveva dato la benedizione al miliardario populista che a novembre andrà a sfidare con ogni probabilità Hillary Clinton (guarda la mappa interattiva del voto).
SCAMBIO DI COMPLIMENTI. Alla fine del 2015 il presidente russo aveva definito Trump un candidato di grande talento e il favorito per la successione a Barack Obama. Un paio di mesi e qualche caucus più tardi, la battuta prenatalizia di Putin sembra essere diventata realtà, con lo stesso Trump che non ha perso tempo nel lusingare a distanza l'inquilino del Cremlino, sperando fra qualche mese di giocare davvero sullo stesso tavolo.
Per ora le simpatie tra i due rimangono appena accennate, anche se c'è forse qualcosa in più di un feeling mediatico tra i due alpha men di prim'ordine.
Non è un caso per esempio che Alexander Dugin, ideologo della destra euroasiatica un po' fascistoide cui viene attribuita una certa vicinanza al Cremlino, abbia elogiato Donald Trump, definendolo un rappresentante vero dell'America a stelle e strisce, seppur a volte disgustoso e violento, uno yankee che da presidente potrà ritornare a occuparsi del Paese e lasciare in pace il resto del mondo, stanco della volontà egemonica americana.
IL RIAVVICINAMENTO NEL PROGRAMMA. E non è altrettanto casuale che Trump, non proprio un grande esperto di politica estera, soprattutto in confronto alla signora Clinton, abbia deciso di avere come consigliere il generale Michael Flynn, ex capo tra il 2012 e il 2014 della Dia (Defense intelligence agency) sotto Obama.
Flynn, sostenitore di una strategia di riavvicinamento tra Usa e Russia non solo sul dossier siriano e la lotta allo Stato islamico, si è espresso nel recente passato per una collaborazione più intensa tra Cremlino e Casa Bianca.
Inoltre, più a casa propria Trump entra nel ciclone delle critiche, con in prima linea la rivolta dei neocons all'interno del Partito repubblicano, più i media a Mosca sembrano prenderlo in simpatia, con tanto di illustri commentatori che ne tessono le lodi in maniera più o meno interessata, partendo proprio dal fatto che la probabile sfidante Clinton non è mai stata una grande vera amica della Russia e, come ha sintetizzato il quotidiano Gazeta.ru, gli americani ne hanno piene le scatole di successioni familiari alla Casa Bianca.
GOP O DEM? PER MOSCA FA POCA DIFFERENZA. La telenovela si ripete comunque a ogni elezione e, se naturalmente il Cremlino guarda con interesse gli avvicendamenti a Washington e sul piano almeno teorico potrebbe avere delle preferenze, in realtà che gli Usa siano guidati da un repubblicano o da un democratico fa poca differenza.
Basta appunto seguire le relazioni degli ultimi 25 anni, dalla dissoluzione dell'Urss nel 1991 e dai tempi di George Bush senior, per accorgersi del fatto che i rapporti tra Russia e Stati Uniti sono condizionati da altri fattori.
Tra il democratico Bill Clinton e Boris Eltsin sono state rose e fiori soprattutto perché non era il presidente russo a governare il Paese, ma un manipolo di oligarchi alle sue spalle che poco si occupavano delle grane internazionali. Quando Mosca ha provato a fare la voce grossa a causa del caos nei Balcani, a Washington non hanno messo nemmeno un paraorecchie.
PUTIN-BUSH JR. UN IDILLIO DURATO POCO. Diverse le cose quando da una parte è arrivato Vladimir Putin e dall'altra il repubblicano George Bush junior. Dopo l'idillio iniziale nella lotta al terrorismo post 11 settembre, alle rivoluzioni colorate americane tra Georgia e Ucraina, il, nuovo inquilino del Cremlino ha risposto pan per focaccia. Esattamente come con il democratico Obama, cui Putin ha attribuito la stessa condotta antirussa del suo predecessore, sempre alla voce Ucraina, e la stessa volontà di perseguire la visione di un mondo unipolare a guida Usa senza rendersi conto che i tempi sono cambiati.
Ecco perché in sostanza per la Russia poco cambierà se all'attuale presidente democratico succederà una collega di partito o un repubblicano. Certo è che se il duello sarà tra Clinton e Trump, qualche battuta in favore dell'effervescente miliardario dal Cremlino potrà anche arrivare, fermo restando che da una parte sarà per criticare l'ex segretario di Stato e dall'altra nella doppia consapevolezza che Trump non arriverà alla Casa Bianca e se mai lo facesse, allora il rischio della sua imprevedibilità sarebbe troppo alto anche per la Russia.

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