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INTERVISTA 8 Marzo Mar 2016 1500 08 marzo 2016

Intercettazioni, Nordio: «I giornali sono vittime»

Conversazioni private che diventano pubbliche. Anche se non c'entrano con le indagini. Il procuratore aggiunto di Venezia Nordio: «Il problema è chi le dà ai reporter. Intervenga la politica».

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Carlo Nordio, magistrato nato a Treviso quasi 70 anni fa, è procuratore aggiunto a Venezia e negli ultimi tre anni ha portato avanti una delle inchieste più importanti in Italia, quella sul Mose, il sistema di paratie che dovrebbe difendere la città lagunare dall'alta marea, ma su cui la classe dirigente veneziana non ha dato il suo meglio, per usare un eufemismo.
Si tratta di un'indagine che ha spazzato via importanti esponenti politici di centrodestra e centrosinistra.
Un'inchiesta solida che ha portato a condanne e patteggiamenti.
«E resta un nostro orgoglio», spiega Nordio a Lettera43.it, «perché in 300 mila ore di intercettazioni non è uscita una riga di pettegolezzi sui giornali».
RICHIESTA DI UNA LEGGE. Il magistrato trevigiano insiste da anni sulla tutela della privacy, nella richiesta di leggi del parlamento che garantiscano la riservatezza di indagati e della parti coinvolte nell'indagine.
Nel 2010, insieme con Giuliano Pisapia, avvocato e attuale sindaco di Milano, scrisse il libro In attesa di giustizia. Dialogo sulle riforme possibili.
Sono passati sei anni. E le polemiche sui rapporti tra giornalismo e magistratura continuano.
«SITUAZIONE PEGGIORATA». «Non è cambiato niente, anzi la situazione è peggiorata», aggiunge Nordio che ha partecipato alla Lexfest di Cividale del Friuli organizzata da Spin, una tre giorni di confronti sul tema giustizia, sviscerato in tutti i suoi aspetti.
Il momento più intenso della kermesse organizzata da Spin, il team di comunicazione coordinato da Andrea Camaiora, è stato proprio la lectio magistralis tenuta da Nordio.
DEFINITE NUOVE LINEE GUIDA. «Nell’ultimo ventennio», ha detto, «si è più volte tentata la modifica della disciplina sulle intercettazioni telefoniche, in conseguenza di indebite pubblicazioni di telefonate private non rilevanti ai fini delle indagini. All’inizio di quest’anno, alcune procure hanno definito delle linee guida nella gestione delle intercettazioni e questa può sembrare, e in parte è, una buona notizia. Perché finalmente si è capito che l’articolo 15 della “Costituzione più bella del mondo”, che santifica il precetto di inviolabilità delle conversazioni private, era andato, da tempo, a farsi benedire».


Carlo Nordio, procuratore aggiunto di Venezia.


DOMANDA. Passano gli anni, ma i problemi tra informazione e giustizia sono sempre gli stessi.
RISPOSTA. Non è cambiato nulla, anzi va sempre peggio. Si continua ad assistere a questa devastazione del diritto costituzionale alla riservatezza, i giornali pubblicano di tutto.
D. Cosa non funziona?
R. Guardi, le intercettazioni escono sui giornali in due maniere. Illecitamente, quando vengono carpite in modo illegittimo. Legittimamente, quando il pm trascrive e il gip le recepisce nell'ordinanza di custodia cautelare. Tutto finisce poi al tribunale del Riesame e diventano pubbliche o, meglio, conoscibili.
D. Non si potrebbero pubblicare?
R. In teoria non sarebbero pubblicabili nemmeno queste. Ma il problema è un altro.
D. Ovvero?
R. In modo del tutto illegittimo escono i sospiri intimi dei protagonisti, che non c'entrano nulla con le inchieste e il racconto giornalistico.
D. E di chi è la responsabilità?
R. Il pm e il gip sono arbitri nel ritenere se siano o meno rilevanti alcune conversazioni. Se un dialogo è alquanto intimo e viene trascritto, questo va a esclusivo giudizio del magistrato che ritiene che lì sia riportato qualcosa di importante.
D. Ma non crede che i giornalisti possano trascrivere queste intercettazioni anche per spiegare meglio il contesto dell'indagine?
R. No e le faccio un esempio. L'orgoglio della nostra inchiesta sul Mose è che su 300 mila ore di intercettazioni non è uscita una riga di pettegolezzi sui giornali. E questo resta la dimostrazione che se si vuole si può evitare.
D. Non pensa che anche i giornalisti dovrebbero essere parte interessata delle inchieste e accedere ai documenti come gli avvocati della difesa?
R. La legge lo vieta. Ma certo io non condanno i giornalisti. Se la notizia è succulenta la colpa è di chi gliela dà, sono vittime esattamente come l'opinione pubblica.
D. In che senso?
R. Se una fonte passa un atto giudiziario è ovvio che il giornalista la pubblica. Ma non serve punirlo. Il giornalista è vittima di questo sistema.
D. È il lavoro di tanti giornalisti.
R. Può capitare che a passare le informazioni sia un avvocato della difesa, oppure l'accusa. Ma il problema è che in questo modo non si riesce ad avere una visione ampia del processo. Vediamo quello che il regista vuole mostrarci, come in un film dove si mandano messaggi subliminali. Poi certo, se i giornalisti potessero vedere tutti i documenti, forse, potrebbero fare un'analisi anche più critica.
D. Alcune procure, come quella di Torino, stanno cambiando registro e hanno dato disposizione di distruggere le intercettazioni inutili.
R. Queste iniziative da un lato sono benemerite, ma dall'altra creano un situazione a macchia di leopardo nelle varie procure.
D. Quindi possono capitare casi come quelli sul caso Espresso Crocetta.
R. Non entro nel merito, ma perché non si è intervenuti prima? Manca una certa omogeneità nelle procure. Quindi è dovere del parlamento intervenire.


Twitter @ARoldering

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