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RETROSCENA 11 Marzo Mar 2016 1824 11 marzo 2016

D'Alema, il piano dietro l'attacco ai vertici del Pd

L'ex premier vuole unire cattolici insofferenti e renziani delusi. Delrio in primis. Per logorare il premier. Mentre sonda le Bcc. E spera in Vacchi a Confindustria.

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Massimo D'Alema.

Il rosso, secondo un adagio popolare, con gli anni migliora.
E non solo nel senso letterale riferito al vino che Massimo D’Alema produce in Umbria.
Comunque la si pensi sul piano politico e la si veda rispetto ai risultati che le sue mosse produrranno, D’Alema è migliorato quanto a verve.
D'ALEMA SI RIPRENDE LA SCENA. È tornato ad agitare le acque nel centrosinistra, che sembrava addormentato sotto la netta supremazia di Matteo Renzi. E lo ha fatto a modo suo, con un’uscita scoppiettante, superando la morta gora delle quotidiane recriminazioni della sinistra interna del Pd di Pier Luigi Bersani e Roberto Speranza.
Insomma, dopo anni di relativo silenzio rinchiuso alla Fondazione Italianieuropei e uscite distillate e un po’ accigliate, si è ripreso la scena per la delizia innanzitutto dei giornalisti che la mattina di venerdì 11 marzo di fronte a Montecitorio non credevano quasi ai loro occhi.
Il leader, che li ha definiti «iene dattilografe», si è quasi amabilmente concesso a taccuini e tivù. È stata una vera e propria “dalemeide”, che ha dominato la giornata politica.
CONTRO RENZI, ORFINI E GIACHETTI. Era iniziata lo stesso giorno con una intervista fiume del Leader Maximo al Corriere della sera. Bastonate a Renzi, con l’annuncio che il suo «Partito della Nazione (che c’è già) perderà», la minaccia-annuncio della nascita di «una nuova forza prodotta dal malessere»; ironie al curaro sul candidato a Roma Roberto Giachetti, «che si è fotografato su internet mentre traina un risciò su cui è seduto Renzi»; accuse di «stupidità» al presidente Matteo Orfini (sua ora disconosciuta creatura) e il vicesegretario del Pd, Lorenzo Guerini, che non hanno ammesso il ricorso di Antonio Bassolino contro presunti brogli alle primarie, «perché presentato in ritardo».
Ma si accanisce soprattutto sullo stesso Orfini: «Nella vita si può evolvere in tanti sensi, del resto loro dicono che sono bollito, anch’io avrò avuto una mia evoluzione...», risponde a una domanda di Aldo Cazzullo sul giornale di Via Solferino.

La scelta del Corriere? Non è casuale

Walter Veltroni, ex sindaco di Roma.

Proprio la scelta del quotidiano per il suo fragoroso ritorno in campo sarebbe uno dei principali indizi sulla tela che l’ex premier, unico finora ex comunista ad arrivare alla plancia di comando di Palazzo Chigi, ed ex ministro degli Esteri, sta tessendo.
I LEGAMI CON VELTRONI. L’obiettivo finale che ora gli viene attribuito, ma che trapela dalle sue stesse parole («centrosinistra alternativo a Renzi») è la nascita di un Ulivo 2.0.
Senza ovviamente le rissosità interne che fecero naufragare il primo Ulivo di Romano Prodi e naturalmente dello stesso D’Alema.
E quindi, il Corriere che c’entra? Si dirà che per ovvie ragioni un’intervista contro il premier e segretario del Pd non poteva certo darla alla renziana Repubblica fattasi polo con La Stampa.
Ma è comunque un fatto che abbia scelto il giornale prediletto del banchiere cattolico Giovanni Bazoli, presidente del Consiglio di Sorveglianza di Banca Intesa.
E il Corriere, si sa, ha anche solidi legami con il fondatore del Pd Walter Veltroni.
UNITÀ DI INTENTI. Dal direttore Luciano Fontana a gran parte del vertice redazionale di Via Solferino, si tratta dei giornalisti prediletti di Walter quando era alla guida dell’Unità.
Ora, dopo essersi riuniti sotto la candidatura di Roberto Morassut a sindaco di Roma, non andata però in porto, i due ex fratelli-coltelli del Pci-Pds-Ds e Pd, entrambi rottamati dal premier, potrebbero ritrovare una oggettiva convergenza in altri piani anti-Renzi che mirano ancora più in alto di Roma.
Anche se una candidatura a sindaco dell’ex ministro della Cultura Massimo Bray, dalemiano di ferro - che potrebbe ulteriormente indebolire «il debole Giachetti» fino a farlo perdere, e magari, come ha scritto Lettera43.it, favorire Alfio Marchini per il ballottaggio - è chiaro che venga tutta attribuita a D’Alema. Del resto, lui stesso a suo modo conferma: «Bray è un mio amico».

Obiettivo: logorare Renzi e formare un Ulivo 2.0

Matteo Renzi e Graziano Delrio.

Roma a parte, ora i rumor scatenati dal suo fragoroso ritorno in campo attribuiscono all’ex premier un piano molto più alto: logorare sempre più Renzi fino a estrometterlo dalla guida del governo con la costruzione di un Ulivo 2.0 che rimetta insieme l’anima di sinistra; quella cattolica e quella imprenditoriale, ovvero i tre ingredienti base della creatura prodian-dalemiana.
È quindi naturale che D’Alema dica che ormai la partita anti-renziana non la si vince più con le mosse dell’opposizione interna, perché «non c’è più discussione nel Pd» né tantomeno con la creazione di altri partitini a sinistra.
IL REFERENDUM NEL MIRINO. No, ci vuole «un centrosinistra alternativo». E per questo ora gli viene attribuito un altro diabolico piano: far perdere Renzi al referendum di ottobre sulla riforma costituzionale (alla quale, si potrebbe desumere dall’intervista al Corriere, D’Alema voterà no), spingere il premier a rassegnare le dimissioni e auspicare che il capo dello Stato, Sergio Mattarella, affidi un nuovo incarico per un governo parlamentare magari a una figura cattolica, renziana della prima ora, ma estromessa ormai dalla cabina di regia di Palazzo Chigi, come il ministro alle Infrastrutture Graziano Delrio.
Il quale, secondo rumor insistenti, non sarebbe affatto contento del trattamento riservatogli da Renzi, al quale fino a pochi mesi fa era legatissimo.
Fantapolitica? L’ennesima trama attribuita magari da qualche nemico al solito “Max” messo sempre al centro di ogni sorta di intrigo nel centrosinistra?
RENZIANI DELUSI E CATTOLICI INSOFFERENTI. Il tentativo comunque ora sarebbe quello di creare un’area che saldi il malumore dei renziani della prima ora (oltre a Delrio ci sarebbero anche il deputato Matteo Richetti e il sottosegretario alla Pubblica amministrazione Angelo Rughetti) alla parte cattolica insofferente, soprattutto dopo le Unioni civili, nei confronti di Renzi e guidata da Beppe Fioroni.
Un mondo di cui, però, il vero regista dietro le quinte è ritenuto sempre Franco Marini, altro grande amico di D’Alema che ultimamente verso Oltretevere coltiva una particolare attenzione.
Solo 15 giorni fa ha presentato all’Istituto “Luigi Sturzo” a Roma il numero in edicola della sua rivista Italianieuropei con in copertina su fondo bianco Papa Francesco.
Era il giorno in cui il governo Renzi faceva due anni e l’ex premier non ha mancato di mandargli una frecciata rispondendo ai cronisti: «Non mi occupo dei pasticci in parlamento, dove sono felice di non essere più, oneri e onori...».
Per pasticci intendeva l’impasse in cui si trovava la legge sulle Unioni civili. Uscita che è parsa un assist a quella parte della Chiesa tanto addolorata per il vulnus arrecato da Renzi.

Il Lider Maximo può contare anche su Bersani

L'ex segretario del Pd, Pier Luigi Bersani.

Quanto alla sinistra interna ed esterna al Pd, ingrediente numero uno dell’Ulivo 2.0, ora D’Alema sembra contare di più sul sostegno di Bersani che, sempre al Corriere, giorni fa ha definito «legittima» la candidatura di Bray a Roma, dopo che alcuni suoi uomini avevano gridato alla scissione.
Cosa che però, come lo stesso D’Alema ha sottolineato, nel caso di Bray («il più autorevole candidato per Roma»), sempre se accetta, non è possibile visto che al Pd non è iscritto.
Mentre Orfini twitta, a proposito delle bastonate dategli dal suo mentore, «qualcosa non torna», l’altra creatura dalemiana Gianni Cuperlo, dopo un periodo in cui si era allontanato dal maestro, ora sembra cospargersi un po’ il capo di cenere quando afferma, con i dovuti distinguo, che D’Alema «fa riflettere».
Poi, con Lettera43.it, fuori dai taccuini Cuperlo ironicamente dice: «L'unico di cui alla fine ha parlato bene è Verdini. Fantastico, D'Alema è così».
CONTRO SALA E CON BASSOLINO. A Milano, anche se lui nega, i rumor attribuivano all’ex premier la speranza che la candidatura di Gherardo Colombo (che però si è sfilato) e quella sempre a sinistra di Curzio Maltese alla fine blocchino il passo a Giuseppe Sala, visto come il candidato del partito della Nazione più che del Pd.
E naturalmente a Napoli si dice che ci sia una buona sintonia con lo sconfitto, che però ritorna in campo, Bassolino.
Quanto alla parte relativa alle sponde dell’imprenditoria e dei cosiddetti poteri forti, si dice in ambienti di centrosinistra che D’Alema abbia ben fiutato la nuova aria che tira nei confronti di Renzi, che non sarebbe, così come in Europa, più così favorevole.
LA PARTITA DI CONFINDUSTRIA. Quindi starebbe tenendo d’occhio le proteste contro il governo da parte del mondo delle Banche popolari e del piccolo credito cooperativo, alle quali l’esecutivo ha imposto di trasformarsi in Spa.
Un mondo che, secondo una lettura politica, ha molti addentellati con la sinistra della vecchia Dc. E con interesse l’Ulivo 2.0 starebbe guardando a uno degli sfidanti per la guida di Confindustria: Alberto Vacchi, al quale è attribuito il sostegno dei conterranei Prodi e Delrio.
Tutto profuma del desiderio di un nuovo Ulivo. Che olio produrrà è tutto da vedere.
Per ora D’Alema è tornato. E a differenza di Gianfranco Fini con Silvio Berlusconi, non potrà dire: «Che fai mi cacci?».
Perché lui rivendica il fatto di essere «uno dei fondatori» della casa in cui ora regna Renzi. Semmai, nella sua logica, sarebbe il nuovo inquilino a doversene andare.

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