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DIPLOMATICAMENTE 16 Marzo Mar 2016 0800 16 marzo 2016

Di negoziato in negoziato: dopo la Siria lo Yemen?

Putin ritira le truppe da Damasco: un assist per lo sbocco di un altro grande conflitto.

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Una donna cammina per le strade di Sanaa, capitale dello Yemen.

Torno a scrivere di Yemen e della guerra civile che la sta straziando; di una guerra che è difficile dire se sia stata dimenticata oppure oscurata, ovvero entrambe le cose.
Ne avevo scritto a fine 2015 quando sembrava stessero fermentando principi attivi di tregua suscettibili di aprire uno spiraglio di processo negoziale sotto l’egida delle Nazioni unite e il concorso mediatore dell’Oman.
E con l’occasione avevo cercato di porre in evidenza le ragioni per le quali lo Yemen rappresentasse una realtà importante, geo-politicamente e sotto il profilo della sicurezza - afferente sia ai traffici attraverso il Mar Rosso (Bab el Mandel-lo stretto delle lacrime) sia alla minaccia terroristica (al Qaeda e da ultimo anche l’Isis) lungo la duplice rotta della penisola verso Nord e a Est lungo la fascia africana del Sahel.
GUERRA PER PROCURA. Mi era parso importante rimarcare le cause endogene di quel conflitto - dalle proteste contro la gestione ultra trentennale del presidente Ali Abdullah Saleh, costretto a lasciare il potere all’inizio del 2012 alla ribellione degli Houthi contro il legittimo presidente Abd Rabbuh Mansur Hadi - e quelle esogene, riconducibili alla guerra per procura tra Iran (che sostiene gli Houthi) e Arabia saudita che ha visto quest’ultima porsi a capo di una coalizione militare di Stati arabi sunniti (con Egitto, Sudan, Emirati, Marocco, eccetera) per rimettere Hadi al suo posto.
Con l’avallo delle Nazioni unite e il sostegno logistico degli Usa.
TRAGEDIA SOTTOVALUTATA. Ammetto di non aver sottolineato a sufficienza la tragedia umana e sociale ed economica che questa guerra devastante sta provocando, con oltre 6 mila morti, 2,5 milioni di sfollati, i due terzi della popolazione in condizione di indigenza, la rovina delle già povera rete infrastrutturale del Paese; e una rinnovata lacerazione tribale di questo Stato, storicamente tormentato da conflittualità interna. Altro che l’Arabia felix dell’antichità.
Ma era stata proprio la consapevolezza di questa tragedia, oltre alla sua dimensione geo-politica, a farmi porre una particolare enfasi al barlume di prospettiva negoziale che sembrava essersi manifestato attorno alla fine del 2015, ma che si è andato spegnendo in concomitanza con l’acuirsi del contrasto tra Teheran e Riad.
E l’attenzione si è spostata sugli altri buchi neri del Medio Oriente: Siria, Iraq, Libia.
IL PAPA RICHIAMA L'ATTENZIONE. Ci voleva papa Francesco a richiamarvi l’attenzione dell’opinione pubblica mondiale con il suo dolente rammarico per il silenzio che aveva accompagnato l’uccisione di quattro suore - e altri dodici religiosi - la cui unica colpa era stato l’impegno a dare cristiana solidarietà e assistenza nel segno di una croce divenuta intollerabile in quel clima di guerra anche religiosa. In quella crepa sciita-sunnita che sta picconando l’intero Medio Oriente.
Quel rammarico tanto compassionevole quanto moralmente autorevole ha coinciso, almeno sotto il profilo temporale, al riaffiorare di quella speranza svanita a fine anno. Con segnali tenui, intendiamoci, ma significativi e di carattere diverso.
TEHERAN PRONTA ALL'AIUTO. Intanto sembra fare capolino un’ombra insorta nei rapporti tra gli Houthi e il loro grande sponsor iraniano che dopo varie accuse provenienti da fonte amica della coalizione guidata dai sauditi è stato riconosciuto quale fornitore dell’armamento anche pesante in uso ai ribelli yemeniti fin dall’agosto 2015 in un rapporto alquanto circostanziato.
Ebbene, interpellato in merito alla dichiarazione del generale iraniano Masoud Jazayer che faceva stato del fatto che Teheran era pronta ad aiutare il popolo yemenita «a ogni possibile livello» - dunque anche con un diretto coinvolgimento militare come in Siria - Youssef al-Fishi, un importante comandante militare yemenita, lo abbia pubblicamente invitato al silenzio e soprattutto a smetterla di sfruttare la guerra civile del suo Paese nel suo esclusivo interesse.
Non stupisce che questa risposta, comprensibilmente rilanciata fra i media arabi quale ennesima prova degli intenti strumentalizzatori di Teheran, sia stata letta con positiva sorpresa.
SCONTRO TRA HOUTHI E GUARDIE. Un altro segnale è stato costituito dal contrasto che sarebbe insorto tra i vertici degli Houthi e delle Guardie repubblicane agli ordini di Ali Abdullah Saleh alleatosi con gli Houthi fin dai primi momenti del loro tentato colpo di stato (fine del 2014).
Contrasto che avrebbe prodotto proprio adesso l’abbandono degli Houthi e il rientro tra le file delle forze armate lealiste di Hadi di oltre 5 mila unità di quel contingente.
Vi è un terzo segnale, forse il più significativo, e cioè l’abbassamento piuttosto consistente del livello degli scontri sul confine tra Yemen e Arabia saudita, l’apertura di canali attraverso cui portare aiuti umanitari e la prima intesa raggiunta dall’inizio della guerra in materia di scambi di prigionieri (sette yemeniti contro uno saudita).
Indicatori di quelle che in gergo si chiamano «misure di costruzione della fiducia», propedeutiche, usualmente, all’avvio di un dialogo finalizzato alla ricerca di un negoziato per una transizione politica.
È stato inoltre confermato che nella seconda settimana di marzo una delegazioni degli Houthi si è recata a Riad per contatti rimasti segreti nel contenuto.
È IL NEGOZIATO BUONO? Dunque qualche cosa si sta muovendo e si spera vivamente che non finiscano in un nulla di fatto come la volta precedente.
L’inviato speciale delle Nazioni unite è pronto alla bisogna da parecchio tempo e ha nella Risoluzione n.2216 del 15 aprile 2015, richiamata nel successivo dicembre dello stesso anno, la piattaforma di riferimento per impostare un negoziato pacificatore.
Del resto Riad ha fatto chiaramente comprendere di non essere disposta ad abbandonare il campo e la loro operazione sta avanzando, seppure a fatica; gli Houthi dovrebbero averlo compreso e aver compreso, soprattutto, che chi sta profittando della situazione bellica sono il gruppo locale di al Qaeda, molto agguerrito e pericoloso, che si sta allargando nel Sud del Paese, e lo stesso Isis che si è già manifestato con diversi attentati.
Gli attacchi di questi ultimi giorni ne sono un indicatore molto esplicito e rappresentano un monito piuttosto ruvido per le parti in conflitto, a cominciare ai due protagonisti della guerra per procura, cioè l'Arabia saudita e l'Iran.
IRAN E ARABIA, A VOI DUE. Soprattutto in questo momento in cui la decisione di Putin di avviare il parziale ritiro del suo contingente militare dalla Siria e privilegiare il percorso negoziale in considerazione del sostanziale conseguimento dell'obiettivo prefissato - il ripristinato controllo di Damasco sulla cosiddetta 'Siria utile', il perimetro che va dalla fascia costiera a Daraa verso Est e a Nord fino ad Aleppo e oltre - sembra potersi riflettere a favore di uno sbocco negoziale anche sulla dinamica della guerra yemenita.
Negoziato chiama negoziato, si potrebbe dire, sempre che Teheran e Riad, i convitati di pietra nei due scenari conflittuali, vi trovino sufficiente materia di reciproche compensazioni.

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