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BASSA MAREA 16 Marzo Mar 2016 1100 16 marzo 2016

Trump, l'uomo delle grandi contraddizioni

Attacca Wall Street. Che è sua partner. Sprezza l’establishment, a cui appartiene per censo. È interventista in economia, il suo partito no. Ma all'America piace.

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Donald Trump è stato il dominatore del SuperTuesday del 15 marzo 2016.

La promessa è stata quasi del tutto mantenuta e il Super martedì, 15 marzo 2016, ha chiarito abbastanza la corsa all'investitura.
Hillary Clinton ha vinto in cinque Stati su cinque, la speranza di Bernie Sanders di ripetere in Ohio l’exploit del Michigan è andata delusa: ha perso per un soffio in Missouri e la Clinton ha ora su di lui un vantaggio, in delegati, quasi triplo rispetto a quello che aveva a questo punto su di lei Barack Obama nel 2008.
Resta ovviamente in lizza, Sanders, protagonista di una campagna incredibile che ha determinato tono e temi del dibattito, ma le sue chance alla candidatura ufficiale, sempre una scommessa, si sono chiuse.
RUBIO, CHE BATOSTA. Il repubblicano Marco Rubio, sconfitto in casa in Florida, ha annunciato il ritiro: «L’America è nel mezzo di una tempesta politica, uno tsunami», ha detto.
Per cavalcare lo tsunami gli Stati Uniti devono scegliere fra due 70enni, Trump e Hillary.
E Sanders, escluso ma protagonista, ne avrà al voto di novembre 75.
È sempre più difficile per i vertici repubblicani sbarazzarsi di Donald Trump, il miliardario che promette tra l’altro di mettere in castigo una Wall Street detestata da parte considerevole dell’elettorato (lo farà? In fondo l’alta finanza è sempre stata un suo partner), ma non certo dall’establishment del partito.
TRUMP FERMATO IN OHIO. Trump ha vinto ovunque, ma non in Ohio, dove il locale governatore John Kasich lo ha battuto riuscendo così a mantenersi in lizza, anche se non è chiaro dove potrebbe ripetere l’exploit se non tentando un golpe alla convenzione nazionale del partito in programma a luglio, dove certamente Trump non avrà solo applausi.
Il discusso miliardario newyorchese ha umiliato Rubio in Florida.
Cruz sempre secondo, e terzo in Florida e Ohio, resta per Trump - e per lo stesso partito che lo detesta poco meno di Trump - una spina nel fianco.
GLI ELETTORI HANNO DECISO. Una massiccia campagna repubblicana anti-Trump, le ultime gaffe, un nuovo deciso intervento contro il miliardario dello stesso Barack Obama il 15 marzo a Washington non sono serviti a frenare la sua marcia verso una investitura che il partito potrebbe ancora cercare di negare, ma che gli elettori hanno già decretato con quasi certezza.

Le politiche di Trump? Troppo spesso vaghe

Gadget pro Trump, il miliardario candidato alle Primarie dei repubblicani.

Trump è l’uomo dell’elettorato populista che sconfessa un partito di élite e minaccia di cambiarlo profondamente, portandolo fuori dai consigli di amministrazione e a sporcarsi con le tute blu e uno stile non proprio da partita a golf.
Sanders ha cercato e cercherà ancora di essere, da sinistra, l’analoga sconfessione di quasi 30 anni di New democrats, un partito, forgiato dai Clinton, che pranzava alle mense operaie e cenava nei club più esclusivi, in genere preferendo la cucina di questi ultimi.
Un vecchio volto la Clinton, asincrono in una stagione che chiede cambiamenti.
UN CANDIDATO CLOWN. Un volto impresentabile Trump: stile clownesco, la promessa che saranno i suoi notevoli... attributi a rifare grande l’America, politiche per ora spesso vaghe, tanta protesta e tanto spregio per l’establishment, di cui però inevitabilmente fa parte per censo e ruolo.
E sono stati finora gli strali che lancia a Washington la sua arma segreta: danno voce alla rabbia.
NON È SILVIO NÉ BENITO. Senza scomodare da un’altra era e un altro mondo il nostro Benito Mussolini, o tantomeno il più recente Silvio Berlusconi e nemmeno Le Pen padre come fa su scala europea l’intellettuale Bernard-Henry Lévy, Trump ha un modello politico tutto americano, tutto populista e più recente: George C. Wallace 1968 e 1972.
Da Wallace ha preso stile, battute che a volte ripete alla lettera, e messaggio: fatevi sentire, quelli di Washington vi hanno fregato.
Se Trump dovesse vincere, il Gop (Great old party, così i repubblicani amano autodefinirsi), non sarà più lo stesso.

La stagione dei dem non è favorevole a Hillary

Hillary Clinton scatta selfie con i suoi sostenitori.

Hillary, veterana di un quarto di secolo di politica americana, resta l’inevitabile erede di suo marito, il cui mito continua sempre più ad appannarsi, e di Barack Obama, un presidente controverso che entusiasma una minoranza - diciamo i 3/4 dei democratici dichiarati cioè circa il 20% degli elettori -, mentre gli altri si distribuiscono su una scala variabile dalla tiepida approvazione allo scetticismo alla ostilità.
Obama ha ottenuto nel 2012 la rielezione e quindi personalmente può ritenersi appagato.
DAL 2008 PESANTI SCONFITTE. Ma osservava giorni fa Dana Milbank sul Washington Post che «dalla vittoria di Obama nel 2008 le sconfitte democratiche a tutti gli altri livelli sono state pesanti: 69 seggi in meno alla Camera, 13 al Senato, 910 seggi in meno nelle assemblee legislative degli Stati, 30 assemblee statali in meno e 11 governatori in meno».
La stagione non è quindi favorevole alla Clinton.
Resta da vedere se un Trump impresentabile la aiuterà, o no.
DONALD IL NAZIONALISTA. Molti repubblicani fanno fatica a considerare Trump uno dei loro, e in effetti è un nazionalista che, per quanto si può capire, pencola per un governo forte e interventista in economia e come spesa sociale, candidato per un partito che ha fatto (a parole, soprattutto) della critica alla mano pubblica e della supremazia invece del privato e del libero mercato la sua ideologia e la sua religione. Siamo al trionfo delle contraddizioni.
Secondo Robert Kuttner, una delle firme storiche del giornalismo di sinistra americano, piuttosto dubbioso sia sulle possibilità di Hillary di farcela a novembre sia su quelle dei repubblicani di fermare Trump (ma molto può ancora accadere fra qui e luglio), la protesta è la chiave centrale del 2016. E una protesta che viene da lontano.
NEGATO IL MITO AMERICANO. Sono 30 anni che la classe media - negli Stati Uniti un concetto legato più al reddito che allo stile di vita e che va per nucleo familiare dai 45 mila ai 140 dollari lordi - e soprattutto quella medio-bassa (dai 45 ai 75 mila) perde potere d’acquisto, in un Paese che ha visto la mobilità sociale più al ribasso che al rialzo, negazione dello stesso principio e del mito di America.
Fino al 2008 non c’era modo di dare espressione politica a questo crescente malessere. C’erano a creare qualche speranza i miglioramenti di gruppi etnici più svantaggiati ancora dei bianchi a reddito medio e medio basso, c’era la voglia di archiviare G. W. Bush e ci fu, quell’anno, la promessa e il potente simbolismo del primo presidente afro-americano.
LA PROTESTA È DECISIVA. Nel 2010 la protesta trovò aggregazione, a destra diremmo noi, attorno ai Tea Party, una sorta di repubblicanesimo born again di base e anti-élite e anti-Washington.
Oggi la protesta può restare, amplificata, con Trump a destra, o può andare con Sanders a sinistra. «Ma questi due protagonisti, comunque vada, non verranno tanto facilmente messi a tacere», conclude Kuttner.

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