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BASSA MAREA 18 Marzo Mar 2016 1906 18 marzo 2016

Obama, il giudizio della Storia non sarà clemente

Barack vuole un libro che riabiliti la sua politica estera. Impresa molto ardua.

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Il presidente americano Barack Obama.

E alla fine, i presidenti pensano alla Storia.
Con una lunghissima intervista pubblicata la settimana scorsa dal quasi mensile (10 numeri l’anno) The Atlantic, e concessa come nerbo di un prossimo libro al (fidato e felpato, ma non servile) giornalista american-israeliano Jeffrey Goldberg, Obama vuole chiarire i principi che lo hanno guidato in politica estera: The Obama Doctrine è il titolo.
La politica estera è, ancor più di quella interna, il centro delle critiche al 44esimo presidente degli Stati Uniti, rieletto nel 2012, ma comunque non ad alta popolarità, negli Stati Uniti, rispetto a vari predecessori.
LA PROMESSA DIVENTA PROSA. In Italia, un pamphlet appena uscito di Massimo Teodori, che pure di storia americana è esperto, si intitola Obama il Grande.
Sarà. Ma di grande c’è stato l’arrivo del primo afro-americano, il mito, la promessa, diventata subito, ma proprio subito, prosa, come temeva già nell’estate del 2008, tra gli altri, l’Economist (“Here’s looking at you, kid”, 18 settembre 2008), sulla base del comportamento assolutamente ligio alle regole della politica più tradizionale tenuto da Obama per otto anni al Senato dello Stato dell’Illinois, dal 96 al 2004, e nei quattro anni al Senato federale.
Un mago delle campagne elettorali piene di promesse, ma un routinier della politica intesa come arte del galleggiamento, con grande oratoria e notevole aplomb.
LA CONTRADDIZIONE SU ASSAD. La scelta più difficile in politica estera - dice Obama - è stata quella, presa in solitaria il 30 agosto 2013, di non colpire il despota siriano Assad dopo avere in modo chiaro minacciato tempo prima di farlo, se ancora avesse massacrato con armi proibite la sua popolazione ribelle.
Lo fece, con 1.400 morti. E Obama, sorprendendo Pentagono, Dipartimento di Stato ed esperti, non fece nulla.
Una perdita di credibilità. Laurent Fabius gliela ha rinfacciata, nel saluto di addio lasciando il ruolo di ministro degli Esteri francese per assumere nel febbraio scorso quello di presidente della Corte Costituzionale.
Quella dell’agosto 2013 è stata una svolta, ha detto Fabius, e non certo positiva «non solo per il Medio Oriente, ma anche per l’Ucraina, la Crimea e il mondo».
No, dice Obama, è stato il rifiuto di seguire il copione del foreign policy establishment, il Washington playbook, una capacità di infrangere le regole insomma, un rifiuto «di cui vado orgoglioso».

Del Medio Oriente Obama farebbe volentieri a meno

Bashar al Assad e Vladimir Putin.

E il Medio Oriente? È un mondo di cui Obama farebbe volentieri a meno, e lo dice: «Non c’è modo che gli Stati Uniti si impegnino a governare il Medio Oriente e il Nord Africa», dichiara.
«Penso di avere più fiducia io nella potenza americana di quanto ne abbia il presidente Obama», ha detto secondo Goldberg il re di Giordania, e comunque è stato riferito allo stesso presidente, molto irritato per questo.
Il Medio Oriente lo ha deluso. Nemici illogici, alleati infidi. Un regno del tribalismo sanguinario. Sembra di sentire le parole di Peter O’Toole/T.E.Lawrence a Omar Sharif/lo sceriffo Alì nella magnifica sceneggiatura che Robert Bolt scrisse per il Lawrence of Arabia di David Lean: «Sceriffo Alì, fino a quando gli Arabi si combattono tribù contro tribù, saranno un piccolo popolo, un popolo sciocco, avido, barbaro e crudele, come siete». Nessuno alla Casa Bianca aveva visto Lawrence d’Arabia?
«CONFONDONO TATTICA E STRATEGIA». Con l’accordo iraniano sul nucleare Obama ritiene di aver dato all’area una chance di pace, ma sa che se alla fine Teheran avrà la bomba, su quella ci sarà scritto il suo nome. E se pur senza bomba Teheran facesse comunque, come sta facendo, una politica di potenza?
Obama sperava nella primavera araba: un fallimento non imprevedibile. Ora gli servirebbero “autocrati intelligenti”. Ma non ne vede. Né gli islamici sembrano disposti a seguire il suo consiglio di «esaminare più da vicino le radici della propria infelicità».
Eppure il suo Paese ha fatto da ago della bilancia nell’area per 70 anni, con migliaia di diplomatici ed esperti. Ci sono ancora. Ma nessuno li sta a sentire. E uno dei migliori, Richard Holbrooke, che la Casa Bianca di Obama non stava a sentire, ebbe modo di lasciare detto nel 2010, poco prima di morire improvvisamente, che sulla Pennsylvania Avenue «confondono la tattica con la strategia, e non conoscono la storia».
LE POLEMICHE CON LONDRA E PARIGI. Neppure l’Europa stimola Obama (sull’Europa è unromantic, dice Goldberg, non è l’old country e non si entusiasma) e, bisognosa sempre di essere presa per mano, lo distoglie dalla sua missione preferita in politica estera: occuparsi dell’Asia.
Tratta male Londra e Parigi, David Cameron, premier attuale e nel 2011 – l’anno dell’operazione libica - e Nicolas Sarkozy, colpevoli di essersi distratti dopo l’attacco libico e non avere pensato al dopo. Sono freeriders, come tutti gli europei del resto, lasciano a Washington il lavoro pesante. Il caso libico è colpa degli europei.
Più ancora che a Parigi, la reazione è stata netta a Londra, e in prima pagina. «Obama lascia l’Iraq in un disastro», ha detto il deputato e viceministro conservatore Alan Duncan in merito al ritiro affrettato del 2011, «si sgancia dal Medio Oiente, non fa niente in Siria, Libia e Palestina, e dà la colpa a noi».

La stampa anglosassone contro Barack

Il premier britannico David Cameron.

«Le critiche a Cameron rivelano le debolezze del presidente», ha scritto il Guardian il 12 marzo. «Il presidente Obama parla della sua leadership mondiale, ed è uno strano discorso», ha commentato il Telegraph. «Continua infatti a dire che ha scelto di non esercitarla, la leadership».
Del resto lo stesso Washington Post, in un pezzo dell’editorial board, quindi ufficiale del giornale, pubblicato il 9 febbraio, dice che sulla Siria, dove militari iraniani guidano milizie filo sciite, «l’amministrazione Obama è stata uno studio in passività e confusione morale».
Sulla Libia in realtà i peggio trattati, da Obama, sono i più propinqui italiani, nonostante il costante zelo obamiano di Matteo Renzi (oh, se sapesse bene l’inglese sarebbe più spesso in linea con la Casa Bianca!).
GLI ITALIANI VENGONO IGNORATI. E sì che gli italiani ritengono di essere i grandi esperti (e forse lo sono) e i partner inevitabili per qualsiasi cosa in Libia, sempre pronti poi a dire che Obama ha salvato non solo l’America ma, praticamente, il mondo. Non sono neppure nominati, ignorati, in questa confessione ad alta voce di Obama dove la Libia ha molto spazio. La dichiarazione del ministro Roberta Pinotti , «l’Italia è pronta a guidare una coalizione per fermare il Califfato», non è mai arrivata a Washington. Del resto, quale coalizione?
Il culmine, bene orchestrato dal perfido Goldberg (fedele si direbbe, ma non a totale prezzo di altre lealtà) è raggiunto forse quando Obama interrompe Netanyahu che spiega ancora le complessità del Medio Oriente (i due hanno un pessimo rapporto) e gli dice con un discorsetto assai articolato e riportato per intero: senti Bibi, io sono figlio di una ragazza madre, sono afroamericano e sono arrivato alla Casa Bianca e qui vivo, e vuoi che non abbia capito il Medio Oriente?
Il che non è del tutto logico, né confermato dalla storia, perché nonostante l’indubbio grande exploit personale, dal quasi nulla al sommo vertice, non è detto che questo spieghi anche il Medio Oriente.
NON CONTATE SULL'AMERICA. Dopotutto Franklin D. Roosevelt che, è vero, faticò meno ad arrivare perché patrizio dell’Hudson, poliomelite a parte, ma aveva visto assai più mondo e arrivò assai più in là, morì senza avere capito bene ciò che ispirava e muoveva il suo alleato Stalin, fino all’ultimo per lui un mistero.
The Obama Doctrine ricorda molto un altro articolo-confessione, The Education of David Stockman, apparso sulla stessa rivista 35 anni fa. Il giovane ministro del bilancio di Ronald Reagan scopriva che nessuno voleva tagliare la spesa, solo le tasse, il presidente non aveva idee, e il debito galoppava.
Qualcuno ha ribattezzato ora il lavoro di Goldberg The Disappointment of Barack Obama, la delusione di Barack Obama. Il mondo è complicato. Si possono difendere solo i vital interests del Paese. Se è così, qualcosa che succede nell’emisfero Nord, fra Portorico e le Hawaii. E in Asia naturalmente. Per il resto, non contate sull’America.
Una prossima puntata riguarda il fronte interno. Ma anche qui Obama il Grande va messo a confronto con le due proteste di chi sostiene Trump e Sanders. In genere un Grande lascia animi più tranquilli.

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