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VISTI DA VICINISSIMO 21 Marzo Mar 2016 1213 21 marzo 2016

Confindustria, i padrinaggi ingombranti dietro Boccia e Vacchi

Marcegaglia, Abete e Fiori con il primo. Rocca, Montezemolo e Ferrari col secondo. Gli endorsement che pesano nella corsa per il dopo Squinzi.

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Vincenzo Boccia, candidato alla presidenza della Confindustria.

Tutti guardano la gara tra Alberto Vacchi e Vincenzo Boccia per la successione di Giorgio Squinzi in Confindustria, e contano i voti che il 31 marzo 2016 dovrebbero finire ai due (tra consensi veri e presunti il bolognese è avanti, anche se di non molto), ma solo gli occhi più attenti (come quelli di lince) si sono spostati sugli effetti collaterali di uno scontro caratterizzato da una durezza senza precedenti.
Il primo effetto riguarda i rispettivi burattinai dei contendenti-burattini, e in particolare i rapporti tra questi e i “poteri” vari, dal governo alle banche.
RENZI NE RIMANE FUORI. Boccia, che ha in Emma Marcegaglia e Luigi Abete qualcosa di più che degli sponsor, racconta in giro che Matteo Renzi lo ha benedetto perché Sergio Marchionne, pur di non favorire Vacchi, aiuta lui.
E che la certificazione di questo starebbe appunto nell’endorsement di Eni e Bnp-Paribas.
Niente di più falso. Renzi, dopo aver annusato l’aria, ha deciso di tenersi lontano dalla contesa confindustriale, e avrebbe suggerito ai capi delle aziende in cui è presente il Tesoro di fare altrettanto.
MORETTI PRO VACCHI-REGINA. L’unico di questi a essersi pubblicamente pronunciato, Mauro Moretti di Finmeccanica, lo ha fatto a favore del duo Vacchi-Regina.

Marcegaglia e Abete spingono per un nome debole e orientabile: Boccia

Emma Marcegaglia, presidente di Eni.

Dunque Marcegaglia si muove non in quanto presidente dell’Eni, ma nella sua veste di ex presidente di Confindustria e di padrona (con il fratello Antonio) del gruppo siderurgico fondato dal padre Steno.
Il quale, avendo un’importante esposizione debitoria con le banche (si parla di 2 miliardi), vorrebbe poter contare su un presidente di Confindustria amico.
E con l’altro past president Abete, da anni al vertice di Bnl (francese sotto la bandiera di Bnp-Paribas), starebbe costruendo la candidatura di un imprenditore ambizioso ma “debole” (piccolo, tipografo, meridionale) e quindi più facilmente orientabile: Boccia, appunto.
APPOGGIO DI MONTANTE. E da chi farlo sostenere nella campagna elettorale se non da Antonello Montante, presidente di Confindustria Sicilia e delegato nazionale per la legalità in quanto paladino (con Ivan Lo Bello) della lotta alla mafia?
Peccato, però, che Abete non sia riuscito a strappare ad Aurelio Regina i voti di Roma e Lazio, che andranno tutti a Vacchi, e che lui sarà l’unico a votare Boccia.
MA I GUAI CON LA GIUSTIZIA... Ma, soprattutto, peccato che una clamorosa inchiesta della magistratura siciliana su Montante proprio per presunta collusione con famiglie mafiose sia emersa ora, gettando un’ombra sull’operazione pro Boccia.

Pure Fiori, braccio destro di Squinzi, sta col candidato campano

Francesco Fiori.

Non sono passati inosservati nemmeno i maneggi a favore di Boccia del braccio destro di Squinzi, Francesco Fiori, ex parlamentare europeo ed ex assessore regionale di Forza Italia in Lombardia (in quota Marcello Dell’Utri).
Fiori è un dirigente della Mapei, ma in questi quattro anni di presidenza di mister Vinavil ha vissuto in Confindustria a fianco del suo capo.
E ora, sapendo che in azienda è destinata a comandare sempre di più Adriana Spazzoli, soprannominata Lady Squinzi (che pare lo detesti), vorrebbe evitare di tornare a Sassuolo.
PUNTA AL RUOLO DI DG. Per questo Fiori - non si capisce se con Squinzi benedicente o almeno consapevole, oppure ignaro - si sta sbattendo per Boccia: in cambio conta di essere nominato direttore generale al posto di Marcella Panucci.
E con lui di far confermare a capo della comunicazione, o addirittura far salire di grado, il fido Fabio Minoli, altro ex deputato di Forza Italia, con la disgrazia di essere stato ritratto a fianco a Cesare Previti da l’Espresso in un servizio fotografico sul battesimo del figlio dell’armatore Amedeo Matacena junior (ex deputato di Silvio Berlusconi, all’epoca già inquisito e poi condannato in via definitiva per concorso esterno in associazione mafiosa).

Il sostegno di Montezemolo crea qualche prurito a Vacchi

Alberto Vacchi.

Detto questo, anche per Vacchi non mancano padrinaggi ingombranti.
Quelli esterni al mondo imprenditoriale sono noti: da Romano Prodi a Maurizio Landini, tutti troppo a sinistra per non dare fastidio, anche se lui si difende dicendo che si tratta solo di “emilianità”.
CON LUI C'È ROCCA. Ma sono quelli confindustriali a procurare più di un prurito: Luca Cordero di Montezemolo, che unisce al cattivo ricordo che ha lasciato come presidente e al fallimento del suo tentativo politico il fatto di non attraversare un momento di forma come uomo di potere (via da Fiat, Ferrari, Rcs, Alitalia e ora forse anche da Unicredit); Gianfelice Rocca, che dopo aver spaccato Assolombarda e Federlombarda grazie ai maldestri suggerimenti di Oscar Giannino si è buttato su quella che tutti ora chiamano l’operazione impossibile (Corriere-Sole, come raccontato su Lettera43.it); Tiziana Ferrari, la ruvida ''direttora'' di Unindustria Bologna, stratega di Vacchi, coordinatrice della sua campagna e a quel che si sussurra potenziale successore della Panucci, che rischia di inimicargli tutta la nomenklatura confindustriale (anche se non è detto che sia un male).

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