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STORIE 21 Marzo Mar 2016 1328 21 marzo 2016

Tensioni in Corea, la vita di un soldato al confine

Mine, freddo e bombardamenti: una guardia di frontiera sudcoreana racconta cosa vuol dire vivere faccia a faccia con il nemico. Kim Jong un lancia cinque missili a corto raggio in mare.

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Soldati di frontiera della Corea del Sud. Le guardie sono ufficialmente poliziotti perché i soldati non possono entrare nella zona demilitarizzata.

Il leader supremo della Corea del Nord, Kim Jong un, non ha alcuna intenzione di abbassare il livello delle tensioni sul 38° parallelo. Lunedì 21 marzo, il dittatore ha voluto dare l'ennesima dimostrazione di forza lanciando cinque missili a corto raggio nel mar del Giappone. Si tratta del terzo ciclo di lanci di razzi da parte di Pyongyang in meno di quindici giorni.
La scorsa settimana, la Corea del Nord ha minacciato di sperimentare una testata nucleare e missili balistici in risposta, secondo gli osservatori, alle imponenti esercitazioni militari congiunte di Seul e Washington, e alle sanzioni decise dall'Onu in risposta al quarto test nucleare di gennaio e al lancio del satellite di febbraio. E adesso, secondo l'intelligence della Corea del Sud, il vicino settentrionale sarebbe in condizioni di effettuare il suo quinto test nucleare in ogni momento.
LA VITA SUL CONFINE. L'atteggiamento aggressivo dell'ultimo dei Kim è particolarmente aggressivo e provocatorio, ma nella penisola coreana sono abituati alle tensioni. I Paesi vivono in un costante stato di allerta, che tiene i due eserciti in perenne allarme sin dalla fine della guerra nel 1953. Per descrivere questa situazione nella sua quotidianità, Nk News, un magazine on line con base a Seul che fornisce notizie sulla Corea del Nord, ha raccontato la vita al confine di un soldato sudcoreano.
La storia di Shin Yong-tae, svelata dal giornalista Jh Ahn, spiega nei dettagli cosa significhi vivere perennemente faccia a faccia con il nemico.
La zona demilitarizzata tra le due Coree è uno dei confini più fortificati al mondo, e separa due Paesi che tecnicamente sono in guerra dal 1953.
LA COSTANTE MINACCIA DELLE MINE. In questa fascia di terra, le tensioni si sono ulteriormente acuite in agosto, quando due guardie di confine del Sud sono rimaste gravemente ferite dallo scoppio di una mina.
Per Shin, un soldato della fanteria di confine in congedo, la minaccia delle mine ha rappresentato una costante nell'arco della sua vita.
«Una volta ho sentito un clic sotto i miei stivali, e ho potuto sentire i brividi lungo tutta la mia spina dorsale», ha raccontato a Nk.
“Penso di essere sopra una mina”, aveva detto al suo commilitone, il quale non ci aveva pensato un secondo ed era scappato lasciandolo da solo.

Un avamposto di frontiera della Corea del Sud (GettyImages).

«Non potevo nemmeno urlare, perché il pattugliamento andava fatto in assoluto silenzio», racconta. Dopo qualche tempo, l'ufficiale in comando gli arrivò in soccorso e con un coltello iniziò a scavare intorno al suo piede, scoprendo che in realtà aveva calpestato una lattina.
«Sì, in quell'occasione ero stato ridicolo, ma sapevamo tutti che una cosa del genere poteva accaderci in qualsiasi momento», spiega Shin, «le esplosioni continue nel mezzo della notte, di solito provocate da animali che pestavano una mina, ci servivano come monito costante dei pericoli a cui andavamo in contro».
GLI ESCAMOTAGE DIETRO LA MILITARIZZAZIONE. Dato che il confine dovrebbe essere, appunto, una zona demilitarizzata, i due Paesi usano alcuni escamotage per piazzarci i rispettivi soldati. «Tutte le guardie sono munite di una toppa che recita “polizia della zona demilitarizzata”», racconta Shin, «e finché abbiamo quella pezza siamo considerati “polizia armata” e non “militari”, e non importa se siamo armati fino ai denti».
AL FREDDO PER GRAN PARTE DELL'ANNO. Ma l'esercito nemico non è l'unico pericolo nella vita sul confine. Sul 38° parallelo, infatti, esistono solo tre stagioni: «estate umida, freddo inverno e la stagione glaciale in cui tutto congela».
Shin e i suoi compagni sono costretti ad affrontare per una buona parte dell'anno temperature che scendono sotto i 19 gradi, con venti gelidi che soffiano senza sosta dal Nord.
«Il vento è così forte che può letteralmente spazzarti via», ricorda Shin, «la maggior parte degli avamposti sono sulle montagne, e il vento ti arriva dritto in faccia».
LA MORTE IN FACCIA. Come ogni soldato al fronte, Shin ha dovuto affrontare la prospettiva di morire in servizio. L'ex guardia di confine ricorda chiaramente il giorno nel 2010 in cui l'artiglieria della Corea del Nord iniziò un bombardamento intensivo sull'isola di Yeonpyeong, abitata da più di mille sudcoreani.
«Tutti noi eravamo in allerta massima», racconta, «dormivamo in completo assetto da battaglia con l'attrezzatura di fianco a noi. Inoltre, ci davano due pezzi di carta nel caso dovessimo scrivere le nostre ultime volontà». Shina aveva 21 anni.
«La maggior parte di noi iniziò a scrivere», ricorda, «mentre i soldati più anziani presero un bel respiro e andarono fuori a farsi una fumata».
Ma Shin non ha rimpianti sul suo periodo al fronte. «La maggior parte dei sudcoreani riesce a vedere la Corea del Nord e la sua gente solo in tivù», conclude la guardia di frontiera, «ma questo mestiere ti lascia ricordi indimenticabili. Nonostante tutte le differenze, i soldati dall'altra parte della linea sono come noi: persone».

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