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ANALISI 23 Marzo Mar 2016 1430 23 marzo 2016

Primarie Usa 2016, Sanders tiene testa a Hillary Clinton

Vince in Utah e Idaho. E rimane in corsa. Grazie al voto di poveri e immigrati. Specchio di un crescente malcontento tra le nuove generazioni. 

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Lo sfidante più vecchio delle Primarie americane, Bernie Sanders, è anche il più freak, l’unico con l'audacia di definirsi «socialista» al Congresso.
Non è un radical chic, il senatore rosso del Vermont: lo sono più la Hillary Clinton dei circoli di Manhattan o il liberal Barack Obama che rilascia interviste (solo) all’Atlantic.
Anche se è colto e radicale Sanders è molto pop: piace alla sinistra più a sinistra degli Usa, ma trascina i giovani e le folle di latinos e afroamericani.
OUTSIDER EX SESSANTOTTINO. Settantaquattro anni, un passato da universitario sessantottino e da attivista per i diritti umani, l’anti-Trump democratico resta un outsider: dopo il poker di Stati del Supermartedì elettorale e la vittoria in Arizona, Hillary ha la candidatura in tasca, eppure Sanders tiene botta.
Si è preso Idaho e Utah, è una speranza perché è riuscito a fronteggiare le lobby democratiche in diversi Stati degli Usa.
CAMPAGNA DI PRINCIPIO. I testa a testa e il consenso crescente sono la vera sorpresa delle primarie tra i progressisti: lo specchio che l’America minoritaria dalla quale, mezzo secolo fa, partì l’onda lunga della contestazione, cresce tra le nuove generazioni.
Sanders ha ammesso di aver sempre saputo di perdere, ma continua a correre per lasciare un segno: una campagna non su di lui, ma di principio, per spostare i democratici a sinistra, magari riuscire a influenzare prossima Amministrazione. Sempre che alla fine prevalgano i democratici.

Anti Pac e anti Wall Street: il sogno americano di Sanders

Per due mandati consecutivi Obama ha vinto sui repubblicani risicando consensi nel melting pot che ormai accerchia l’oligarchia dei bianchi d’America.
Studenti, poveri e immigrati sventolano a un ritmo crescente finti ciuffi canuti ai comizi di Sanders: un ebreo (l’unico a buttarsi nella mischia delle Primarie americane) alla Stiglitz contro l’1% di Wall Street.
Bernie è contro le multinazionali e i big spender che finanziano i super Pac (comitati “indipendenti”) dei candidati alla Casa Bianca: «Un male necessario», ha detto sulle macchine da guerra elettorali di Obama e Clinton, perché è impossibile vincere la presidenza senza i milioni di dollari dei grandi donatori.
NETTE PRESE DI DISTANZA. Hillary ha mobilitato le lobby della fondazione di famiglia, Obama fece lo stesso con George Soros e diversi patron della Silicon Valley.
Sanders non ha super Pac e non ne vuole: «Sono molto fiero di essere l’unico candidato a non prendere enormi somme di denaro da Wall Street e da interessi speciali», ha ribadito a chi gli contesta presunti danarosi finanziatori.
La rete Billionaires for Bernie non ha raccolto nessun fondo, e dal Pac Collective Actions che tentava di infilarsi nella sua campagna con poco meno di 450 dollari Sanders si è subito dissociato.
SOLDI DAI SINDACATI. Il suo peccato mortale sarebbero gli 1,2 milioni di dollari dal sindacato delle infermiere (The National Nurses United for Patient Protection), presi per andare in giro coi bus negli States: presunti «donatori ombra» che nel 2010 si erano registrati come super Pac, ma non per Bernie, che finanziano anche altri nomi in corsa e che le Unions ora non riconoscono come Pac.
«Non siamo miliardarie, unire le loro risorse per appoggiare i candidati che ci supportano è l’unico modo per avere voce nelle politiche della Casa Bianca», dicono le infermiere. Sanders «le ringrazia e le apprezza come sponsor».

L'onda lunga di Bernie sul futuro di Hillary Clinton

Nel suo programma «Un futuro al quale credere» propone più benefit di sicurezza sociale alle categorie svantaggiate, per le quali l’Amministrazione Usa nel 2016 ha «escluso scatti automatici».
Anche Clinton resta vaga su questa platea di circa 65 milioni di americani, tra i quali disabili e veterani; per Sanders, indipendente prestato ai democratici, non adeguare i sussidi è invece «inaccettabile».
Nel suo manifesto ci sono poi università pubblica gratuita e sanità svincolata dal sistema di assicurazioni private, tassando le oligarchie finanziarie su patrimoni, dividendi e scambi in Borsa.
A detta del Jeremy Corbyn d’America, con i prelievi all’1% di Wall Street e ai ricchi sarà possibile trovare i miliardi per l’istruzione e il welfare statali, e anche per un nuovo piano Marshall di lavori pubblici, con milioni di occupati.
L'INTELLIGHENZIA LIBERAL. Potesse vincere, Sanders sarebbe il candidato preferito di Noam Chomsky, che per rigore lo ha definito non socialista ma «new dealer», e con lui sta una lunga lista di intellettuali, pacifisti e attivisti americani.
Ha raccolto gli endorsement dell’erede di Chavez, Maduro, e del greco Yanis Varoufakis, di star come Roger Waters e Neil Young, Susan Sarandon e Spike Lee.
Filmmaker e scrittore, nella vita Bernie è stato anche carpentiere, ha vissuto in un kibbutz e si definisce «ebreo secolare», «figlio di immigrati polacchi». Non piace agli israeliani, che preferiscono Hillary come pure le lobby ebraiche americane.
LE MINORANZE CON LUI. Migliaia di latinos usciti dai college hanno invece dichiarato di stare con Sanders, «più simpatico e passionale».
Anche per gli afroamericani e gli arabi (parecchi meno elettori degli ispanici) è lui il più simile a Martin Luther King.
A marzo, prima che Hillary lo sbaragliasse al Supermartedì elettorale in Florida, Ohio, Nord Carolina, Illinois e Missuori, il vecchio Bernie era in risalita con il 45% contro il 51% dell’avversaria, in una rilevazione di Fox News c’era stato addirittura il sorpasso.
Probabilmente non ce la farà, Clinton si prepara all’investitura della Convention di Filadelfia, ma non è questo il punto.
In New Hampshire, Maine, Michigan e tanti altri Stati, la metà degli elettori delle primarie democratiche è contro Wall Street e per gli ideali anti-casta che anche Hillary ha definito «ipocriti».

Twitter @BarbaraCiolli

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