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SPIN DOCTOR 23 Marzo Mar 2016 0900 23 marzo 2016

Sanders-Trump, quanto pesa la lobby pro Israele

Bernie non va all'Aipac, Donald la conquista: gli ebrei entrano in campagna elettorale.

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La convention dell'Aipac.

C’è una lobby negli Stati Uniti che viene spesso indicata come “The Lobby”, per sottolinearne l’indiscutibile influenza sui membri del Congresso.
Una potenza giudicata seconda solo a quella della Nra, la National Rifle Association che difende la legittimità costituzionale del possesso di armi da fuoco.
È una lobby che non rappresenta un particolare settore ma un intero Paese del Medio Oriente, legato agli Stati Uniti da un rapporto storico.
Si parla naturalmente dell’Aipac, acronimo di American Israel Public Affairs Committee, considerata la lobby per eccellenza a favore di Israele.
CHI VA ALLA CONFERENZA? Proprio in questi giorni si è tenuta a Washington la tradizionale conferenza annuale, che ha visto la partecipazione dei candidati presidenziali rimasti in gara.
Il rapporto tra l’Aipac e la politica statunitense è piuttosto cristallino: nonostante l’effettiva capacità del gruppo di pressione di dominare ogni dibattito parlamentare sui temi caldi per Tel Aviv venga messa da più parti in discussione, è innegabile che in tutte le sedi decisionali l’Aipac vigili e intervenga.
Il suo peso è legato soprattutto al prezioso network e alle risorse che da esso derivano, vitali per finanziare le campagne elettorali dei membri del Congresso.
Peso che era stato dissezionato, senza alcun pregiudizio, in un celebre libro dei politologi Stephen Walt and John Mearsheimer.
GUAI A SCONTENTARE TEL AVIV. Da realisti di razza, i due studiosi ne contestavano gli effetti deleteri sulle scelte di politica estera degli Stati Uniti e la conseguente lesione dell’interesse nazionale, nel nome di una “relazione speciale” che soffocava sul nascere ogni critica.
È lo stesso Walt a citare spesso le parole dell’ex rappresentante speciale per il Medio Oriente, Aaron David Miller, che ha riconosciuto una sorta di autocensura da parte dei consiglieri del presidente: ciò che poteva scontentare Tel Aviv veniva preventivamente accantonato.

Un candidato snobba la lobby: il socialista (ed ebreo) Sanders

Il candidato democratico Bernie Sanders.

È proprio questo il segreto dietro al potere di una lobby: non la forza meramente persuasiva, ma la capacità di dominare un dibattito dall’interno trasformando indirettamente le alternative sgradite in vie non praticabili.
È ciò che rende l’Aipac un player non bypassabile nella corsa verso la Casa bianca.
C’è però un candidato che ha preso una decisione inaspettata.
Bernie Sanders, il senatore indipendente del Vermont che contende la nomination a Hillary Clinton, ha infatti declinato l’invito a partecipare alla convention.
SCELTA NON INOSSERVATA. Al di là delle letture di parte, non sembra che Bernie intenda segnalare provocatoriamente il suo distacco rispetto a Israele.
È bene tenere a mente che l’Aipac non finanzia direttamente le campagne elettorali di candidati graditi, ma si limita a fornire uno spazio in cui permette loro di convincere chi può a staccare un assegno in loro favore.
Il socialista idolo dei Millenials si è scusato con il presidente Robert Cohen osservando in una lettera che gli impegni della campagna elettorale nella parte occidentale degli Stati Uniti gli impediscono di essere fisicamente presente nella capitale federale.
Si limiterà a inviare copia del discorso che avrebbe tenuto di fronte alla platea.
Mossa astuta o semplice scelta di priorità?
Certamente la decisione non è passata inosservata.

L'Aipac è ormai dannosa per l'immagine di Israele nel mondo?

Da tempo l’Aipac viene criticata da ebrei americani e sostenitori di Israele che mal digeriscono la sua difesa oltranzista e martellante delle politiche israeliane, ritenuta più dannosa che benefica.
Lo stesso quotidiano israeliano Haaretz ha dichiarato che le attività lobbistiche dell’associazione sono ormai un boomerang che condiziona negativamente l’immagine di Israele nel mondo.
Non dimentichiamo inoltre che Sanders si candida a essere il primo presidente ebreo degli Stati Uniti e che a 20 anni lavorò come volontario in un kibbutz in Israele.
NIENTE POLITICA ESTERA. Come risolvere l’enigma? Yair Rosenberg del magazine Tablet ha concluso che l’assenza nasconde una semplice verità: Sanders non vuole parlare di politica estera.
Non lo ha fatto in campagna elettorale e ha evitato l’argomento durante i dibattiti con gli altri democratici. Non inizierà di certo ora che ha bisogno di lanciare la volata finale per disarcionare Hillary.
C’è invece una presenza che fa discutere quanto l’assenza di Sanders: quella dell’immobiliarista Donald J. Trump, front-runner in pectore di un Partito repubblicano ormai allo sbando.
TRUMP HA STREGATO LA PLATEA. Se era nata su Change.org una petizione per convincere Sanders a non metterci piede, anche le reazioni contro la partecipazione di Trump non si sono fatte attendere.
Peter Beinart dell’Atlantic ha osservato con sconcerto che Trump ha proposto di bandire i musulmani dal suolo degli Stati Uniti.
E se avesse parlato di ebrei? Trump, contro ogni aspettativa, ha invece incantato la platea con un discorso infarcito di formule pro-Israele e attacchi al vetriolo contro il presidente uscente Obama.
La facilità con cui ha conquistato un pubblico così complesso e l’inaspettata gravitas presidenziale di certi passaggi hanno stupito molti analisti.
Non è un caso che tale cambio di tendenza sia avvenuto di fronte ai 18 mila dell’Aipac: il tempo di lanciare la volata finale verso la Casa Bianca si avvicina.

*Professore di Strategie di Comunicazione, Luiss, Roma
Twitter @gcomin

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