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INTERVISTA 24 Marzo Mar 2016 0800 24 marzo 2016

Tavaroli: «Contro l'Isis imparate da Dalla Chiesa»

Infiltrati. Pedinamenti. Poteri speciali. I metodi Anni 70 fermerebbero i jihadisti? «Il Generale non avrebbe rivelato l'arresto di Salah», dice l'ex brigadiere Tavaroli.

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Giuliano Tavaroli è uno dei massimi esperti di intelligence in Italia.
Anche perché, oltre a un'esperienza decennale nelle aziende pubbliche più sensibili, come Telecom o Pirelli, ha vissuto in prima fila gli anni in cui il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa combatteva il terrorismo rosso.
Era nella squadra dell'anti-crimine di Milano e tra le operazioni più importanti ci fu quella dell'arresto dell'ex militante di Prima linea Sergio Segio, l'assassino materiale dei giudici Emilio Alessandrini e Guido Galli.
Altri tempi. Che tornano di attualità dopo gli attentati di Bruxelles a opera di giovani ragazzi assoldati dall'Isis.
Perché in tutta Europa - oltre alla solita litania sulla necessità di avere un'intelligence condivisa - si cerca di trovare un modo per debellare il fenomeno di questo nuovo terrorismo che presenta analogie con quello nostrano degli Anni 70.
VECCHIA SCUOLA DALLA CHIESA. E negli ultimi giorni qualcuno ha proposto di ritornare ai vecchi metodi che proprio Dalla Chiesa adottò allora, con infiltrati nelle fabbriche o nelle Brigate rosse.
«Non me la sento di chiamarli terroristi», dice l'ex responsabile sicurezza di Telecom e Pirelli a Lettera43.it.
«Ma nichilisti. Sono vittime della radicalizzazione. È vero: ci sono delle analogie con la situazione sociale di allora, con la crisi dei valori, di modernità e di ideali che dal '68 si era sprigionata nella contestazione giovanile».
«RECLUTIAMO GLI IMMIGRATI». E poi aggiunge: «Troppo comodo sostenere che bisogna bloccare i barconi, i profughi o gli stranieri... Qui si tratta di nostri concittadini a cui abbiamo offerto un modello che probabilmente non ha funzionato. Per debellare il terrorismo dobbiamo reclutare gli immigrati meritevoli nelle nostre istituzioni. L'intelligence inglese e statunitense ha agenti curdi e pakistani».


Il Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa e, nel riquadro, Giuliano Tavaroli.  

DOMANDA. Quindi da dove si comincia?
RISPOSTA. Dalla cultura e dalla scuola. Perché la prima questione è mettersi d'accordo sulla diagnosi.
D. Ovvero?
R. I kamikaze sono europei, cittadini nati in Europa. Abbiamo mancato di dare loro qualcosa.
D. Cosa?
R. È stato offerto loro un modello che non funziona con le seconde e le terze generazioni di immigrati. Oltre al mito del calciatore di successo cosa proponiamo?
D. È un problema di cultura e scolarizzazione?
R. Da Madrid a Londra fino a Bruxelles o a Parigi non è cambiato niente. Eppure gli autori di quegli attentati erano nostri concittadini, cresciuti tra noi. Cosa abbiamo imparato?
D. A quanto pare poco.
R. Oltre che una coscienza europea servirebbe una presa di coscienza italiana. Nel nostro Paese iniziano a crescere dei potenziali nichilisti. Stiamo valutando il drop out scolastico che impatta su questo tipo di popolazione? Quanti sono i ragazzi provenienti da altri Stati che possono essere attratti dalla radicalizzazione?
D. Alla fine degli Anni 70 come si muoveva Dalla Chiesa?
R. All'epoca ci fu una risposta innovativa sul piano investigativo. Ma c'era anche dell'altro. Il generale andò in televisione a dire che il terrorismo lo avevano sconfitto gli operai.
D. Cosa servirebbe adesso?
R. Una presa di coscienza forte del Paese come quella dopo l'omicidio dell'operaio e sindacalista Guido Rossa nel 1979. Le forze come il sindacato parteciparono alla marginalizzazione della violenza politica.
D. Unità politica? Quella che è mancata in Belgio.
R. Uno Stato in fallimento. Mentre l'Italia all'epoca non fallì: ci furono decisioni comuni e coese.
D. Il sequestro di Aldo Moro però ha rappresentato la sconfitta del nostro Stato.
R. Ma è proprio da lì che rimbalzò. Da lì furono dati poteri speciali sulle carceri al generale Dalla Chiesa. Fu formata la prima unità interforze contro il terrorismo del mondo. Oggi siamo in grado di sapere quello che avviene nelle galere?
D. Dovrebbe essere l'islam moderato quindi, seguendo l'analogia dell'epoca, a prendere posizione?
R. Ma c'entra fino a un certo punto. Serve un lavoro nelle scuole, nei centri di accoglienza. Dovrebbe essere lo Stato in primis a promuovere questo genere di intelligenza. Occorre poi un lavoro multi fattoriale.
D. Non bastano misure di sicurezza straordinarie?
R. Il livello investigativo non è sufficiente. Nuove leggi? Non lo so. Non credo.
D. Quindi infiltrare qualcuno nell'Isis come quando si combatteva il brigatismo?
R. C'è bisogno di un lavoro enorme. Va individuato il profilo di una persona che sia disponibile innanzitutto e che parli la sottolingua araba necessaria. Perché può capitare che un egiziano possa avere avere problemi di comunicazione con un marocchino. Non solo.
D. Mi dica.
R. C'è il problema della famiglia in questi casi. Siamo di fronte a gruppi molto chiusi, sono fratelli o ragazzi che giocavano a pallone insieme da bambini.
D. Ai tempi come facevate?
R. All'epoca era più semplice infitrare qualcuno, ma allo stesso tempo c'era uno sforzo incredibile.
D. Per esempio?
R. Ricordo che per una delle ultime indagini che facemmmo per chiudere un covo della colonna romana delle Br ci fu un lavoro di osservazione e di pedinamento di un individuo per due anni. Due anni, non so se mi spiego, per un potenziale terrorista che poteva portarci ad altri.
D. Ora c'è Facebook.
R. Un altro punto importante. Se il 90% dei casi di radicalizzazione di questi terroristi avviene online sarebbe il caso di aumentare i livelli di investimento nella cyber security.
D. Ma 150 milioni di euro non bastano?
R. Il presidente americano Obama ha stanziato 14 miliardi, al di fuori della spesa per la Nsa (National Security Agency, ndr) che ne ha disposizione 50.
D. Imparagonabile.
R. Il budget dei nostri servizi segreti è di 800 milioni di euro, con 2.500 persone che ci lavorano.
D. Il resto d'Europa come è messo?
R. In Francia, facendo un raffronto pro capite, è di 10 volte superiore. In Inghiltera il Gscu (sullo stesso modello italiano che si dice potrebbe essere coordinato da Marco Carrai, ndr) ha a disposizione 1,5 miliardi di sterline all'anno: il doppio di tutto il budget dei Servizi italiani.
D. Non si rischia uno Stato di polizia?
R. Assolutamente no. Bisogna lanciare una rete che va coordinata con tutto il resto, con la cultura e la scuola, come ho detto in precedenza. Ci sono risorse scarse e gestite male. La nostra magistratura lavora molto bene come gli investigatori, ma non hanno benzina nel serbatoio.
D. Dalla Chiesa avrebbe parlato in conferenza stampa dell'arresto di Salah Abdeslam?
R. In Italia è cambiato il codice di procedura penale, ora non si può più tenere un arrestato in cella di sicurezza. Il limite di segretezza allora era un vantaggio perché se l'arrestato parlava potevi arrivare nel giro di poche ore a molti altri. Con Patrizio Peci andò così e permise di l'individuazione del covo brigatista di via Fracchia a Genova.


Twitter @ARoldering

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