Bettino Craxi 130410162859
MAMBO 25 Marzo Mar 2016 1017 25 marzo 2016

Craxi con la Lega non si sarebbe mai alleato

Parisi, ex Psi, ha tradito il suo antifascismo. Ma ha più possibilità di Sala a Milano.

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Bettino Craxi.

Viste così, da un cittadino fuori dalle macchine dei partiti, le campagne elettorali di Giachetti e Sala, rispettivamente a Roma e Milano, non sembrano partite davvero: sono cominciate in sordina, cosa non raccomandabile visto che non si vince in silenzio. I candidati di centrodestra, quello allargatissimo di Roma che si realizzerà al ballottaggio quando confluirà sulle 5 Stelle della Raggi, e quello di Milano sembrano invece tirati a lucido e lanciatissimi, almeno mediaticamente.
Il candidato Pd di Roma forse sconta una sua personale difficoltà, cioè il non aver mai avuto voglia di essere leader, oltre a pagare il prezzo di un partito romano ridotto ai minimi termini dai suoi gruppi dirigenti. Giachetti ha un’arma forte a sua disposizione ed è la sua capacità di comunicazione, ma sembra non volerla usare alla maniera del suo maestro Marco Pannella. Per questo si vede poco, mentre l’avvenente candidata 5 stelle si gode la prima scena di fronte all’estenuante parricidio di Meloni e Salvini che non riescono a dare il colpo finale a Silvio Berlusconi.
SALA HA PIÙ DIFFICOLTÀ DI PARISI. A Milano il paradosso sta nel fatto che il candidato Sala sembra patire troppo l’accusa di non essere stato di sinistra o di non esserlo abbastanza, invece di mettere da parte queste discussioni francamente inutili per concentrarsi sullo smontaggio dell’avversario. Stefano Parisi è, infatti, un competitor insidioso. È un manager che a Milano conoscono bene, ha simpatia personale, ha dietro di sé una coalizione che sembra sostenerlo all’unisono. Tuttavia è proprio la coalizione il suo punto debole.
Parisi rappresenta, più di tutti quelli con la sua storia, la tragedia dei socialisti italiani nel dopo Craxi. Il socialismo post-Bettino vive ancora il dramma politico e umano della scomparsa di un leader che avrebbe potuto, e dovuto, essere salvato. Vive anche la frustrazione di un’egemonia politica goduta a piene mani negli anno d’oro e poi dissolta da Mani Pulite. Vive il disincanto di vedere alcune idee, tipo la Grande Riforma, in mani diverse da quelle che la possedevano all’inizio.
Tutto ciò spinge questo mondo socialista, non tutto, a considerare, più di quanto facciano Berlusconi e lo stesso Renzi, i comunisti, tranne gli spretati, come nemici assoluti. È un fatto di pelle. Non a caso stanno nel mondo sempre e dovunque col candidato più di destra. Talmente di pelle che si trovano loro, socialisti passati a destra, a coltivare all’incontrario il social-fascismo.
Parisi è il prototipo di questa svolta del socialista post craxiano. Il suo odio, ma forse la parola è esagerata, verso comunisti e sindacato “rosso” è irrefrenabile al punto da fargli digerire, persino con entusiasmo, l’alleanza innaturale fra un uomo di nascita socialista con un figlioccio della signora Le Pen. Per di più con un Salvini alleato strutturale di casa Pound,
UN EX PSI CHE ODIA I SINDACATI MA VA CON CASA POUND. In altri tempi un antifascista di rito milanese, naturale o acquisito, nonché amico, a dir poco, di Israele si sarebbe ritratto di fronte a questo connubio. Invece questi socialisti in carriera odiano il sindacato, D’Alema e tanti altri, ma vanno bene d’accordo con neo-fascisti e xenofobi di ogni risma.
Che questo accada nella civilissima e antifascista Milano fa impressione. Che Parisi vada a braccetto con chi vorrebbe usare le maniere forti contro i rom in quanto tali, pur avendo molti personali legami con l’ebraismo, scandalizza persino.
Questa recriminazione però ormai fa parte del passato se non in un punto attualissimo. Non deve essere, dialetticamente, consentito a Parisi e ai suoi di presentarsi come “liberatori” di Milano (ma da chi? Dal mite Pisapia?), né come eredi delle tradizioni liberali e tanto meno socialiste.
Ognuno si appiccichi il nome che vuole, ma sono convinto, avendo letto le sue cose e avendo avuto un atteggiamento revisionista su Craxi, che il vecchio leader, che finanziava i resistenti cileni, con Salvini e Casa Pound non sarebbe proprio andato d’accordo.
Anche l’odio per D’Alema non giustifica questa vergogna.
Il Pd, invece, manda in cavalleria tutto questo. I suoi candidati di Roma e Milano sono tragicamente mosci. Non li si vede combattere. Eppure la vittoria non viene dal caso né la battaglia elettorale è un pranzo di gala. Qualcuno glielo dica.

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