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INTERVISTA 25 Marzo Mar 2016 1800 25 marzo 2016

Minà: «Lula onesto, troppe str...te dette su di lui»

L'inchiesta Petrobras? «Una guerra delle multinazionali americane per prendere il Brasile», dice a L43 Gianni Minà, giornalista e amico dell'ex presidente.

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«Tutte stronzate».
Gianni Minà, classe 1938, tra i protagonisti della storia della televisione italiana, uno dei giornalisti più noti in Italia e soprattutto in America latina (tra le librerie dell'Avana a Cuba si trovano ancora adesso le sue interviste a Fidel Castro) non usa mezzi termini per commentare lo scandalo che nelle ultime settimane ha investito Luiz Ignacio Lula Da Silva, ex presidente del Brasile accusato di occultamento di patrimonio e frode fiscale nello scandalo Petrobas, la multinazionale del petrolio del Paese.
«CAMPAGNA DENIGRATORIA». «È in corso una campagna denigratoria da parte di molte multinazionali nordamericane e dei mezzi di informazione complici che vogliono riprendersi il Brasile, specie dopo che questo grande Stato è diventato leader dell’estrazione sottomarina del petrolio. Una plateale guerra commerciale ed economica», spiega a Lettera43.it.
Minà conosce bene Lula. Da molti anni.
L'HA OSPITATO A CASA SUA. Lo ha ospitato a volte a casa sua in Italia tra gli Anni 80 e 90, quando l'ex presidente brasiliano era un semplice sindacalista della Volkswagen, dove lavorava da tornitore.
«Talvolta, con Frei Betto, il teologo della Liberazione, esempio di quel cattolicesimo militante che sta alla base della sua elezione, veniva a casa mia e poi partecipava alle manifestazioni sindacali organizzate dalla Cgil per confrontarsi sulle politiche del lavoro. Sulla sua onestà non ci sono dubbi. E in 40 anni di lavoro giornalistico in America latina, al contrario di molti colleghi, non ho mai sbagliato una volta sull’integrità di una persona».


L'ex presidente brasiliano Lula e, nel riquadro, Gianni Minà.


DOMANDA. Lo ha sentito negli ultimi tempi?
RISPOSTA. No, non lo sento da un po'.
D. Le accuse nello scandalo Petrobas sembrano pesanti.
R. Forse può esserci stato qualcosa di non corretto nell’apparato. E questo ci può stare. Ma ne uscirà come sempre pulito. E poi noi italiani siamo gli ultimi a poter dare lezioni di morale.
D. Eppure c'è chi parla della caduta di un mito dopo questa inchiesta.
R. Lula è stato, per due mandati, un grande presidente del Brasile, un Paese con più di 200 milioni di abitanti, che ha portato la nazione delle favelas a essere la sesta potenza mondiale.
D. Però?
R. Certo nelle favelas la polizia sparava con troppa facilità, come avviene anche negli Stati Uniti, e forse Dilma Rousseff, eletta dopo Lula, non è stata brillante come lui.
D. Il settimanale brasiliano Veja ha raccontato di un presunto «piano segreto» per evitare il carcere all'ex presidente brasiliano: vorrebbe chiedere asilo politico in Italia.
R. Noi italiani siamo ormai abituati al gossip, ma questo passaggio, mi permetta, è un po’ azzardato.
D. C'è chi mette in relazione la sua presunta richiesta di asilo alla mancata estradizione dell'ex terrorista Cesare Battisti.
R. Non ho seguito a fondo la vicenda Battisti, per il quale non nutro nessuna simpatia, ma ricordo sempre quello che mi disse un mio amico cantautore brasiliano.
D. Cioè?
R. «Voi italiani non avete fatto ancora i conti con il vostro passato e avete già dimenticato, nel tranciare giudizi, che siete il Paese che ha prodotto sette stragi di Stato mai condannate e mai chiarite, ma se non sbaglio anche la Francia, patria della democrazia, vi ha negato l’estradizione di Battisti».
D. Sergio Moro, il procuratore che indaga su Petrobas, dice di ispirarsi ad Antonio Di Pietro.
R. Non lo conosco abbastanza per esprimere un giudizio, ma penso che stia facendo il suo dovere.
D. Cosa c'entrano le multinazionali con lo scandalo Petrobas?
R. C'è un tentativo palese di delegittimare l'operato di Lula. È già successo in Venezuela con Chavez e Maduro o in Argentina con la Kirchner.
D. Una trama già vista?
R. È la testimonianza della volontà di un certo potere nordamericano di riprendere sotto l’ala l’America latina.
D. Perché?
R. Le multinazionali del Nord del mondo sono prigioniere delle loro politiche sconsiderate, e così vanno all'attacco: vogliono neutralizzare con la connivenza della Borsa di New York e di qualche cacique della confindustria brasiliana con i giacimenti sottomarini del petrolio di quel Paese.
D. C'è un piano delle multinazionali anche dietro il disgelo tra gli Stati Uniti e Cuba?
R. Assolutamente no. Obama sull’argomento ha detto: «Abbiamo fallito» e ha chiesto scusa. Qualcosa che non era mai avvenuto nella storia degli Stati Uniti. Ripeto, si è impegnato a far terminare l'embargo e a restituire Guantanamo.
D. Però il Brasile ha ospitato il Mondiale di calcio nel 2014. E nel 2016 arriva l'Olimpiade.
R. Sono una di quelle persone che non crede più in queste grandi manifestazioni. E il mio amico Pietro Mennea era uno che sottolineava quanto l'Olimpiade a Roma non servisse a niente.
D. L'economia, secondo molti, rischia di risentirne nei prossimi anni. Anzi pare ne stia già risentendo. E c'è chi scarica tutto questo sempre su Lula e le sue politiche economiche.
R. Lula, tanto per ricordare, ha varato con successo un piano come Fame Zero che ha assicurato la possibilità di alimentarsi tre volte al giorno a 60 milioni di cittadini atterrati dalle politiche neoliberali di chi lo aveva preceduto al governo di Brasilia. Sono cose che ha fatto Lula, di certo non i Ds in Italia.


Twitter @ARoldering

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