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PROFILO 30 Marzo Mar 2016 1732 30 marzo 2016

Egitto, Regeni: chi è Ghaffar, ministro degi Interni

Per decenni è stato il repressore a capo dell'intelligence del Cairo. Trasformista della Primavera araba, ora è ministro di al Sisi. Chi è Magdy Abdel Ghaffar.

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A parole il presidente egiziano Abdel Fatah al Sisi ha promesso all'Italia «piena luce» sull'uccisione di Giulio Regeni.
All'indomani della drammatica conferenza stampa della famiglia del giovane ricercatore italiano, l'Egitto ha anche annunciato l'istituzione di un superpool, «una squadra d'inchiesta» per coordinare le procure coinvolte e ottenere la verità sull'omicidio: mossa preceduta da un rimpasto di governo.
LE MANIPOLAZIONI. Tuttavia il generale al Sisi che si è fatto legittimare il golpe dal voto popolare non ha rimosso il principale indiziato dei depistaggi sul caso Regeni: il ministro degli Interni e potente ex capo dell'intelligence Magdy Abdel Ghaffar.
Dai comandi di polizia locali e centrali che gli dipendono si susseguono da settimane le manipolazioni per far passare la morte di Regeni (torturato per giorni dopo la scomparsa il 25 gennaio) come un «incidente stradale», «un delitto a sfondo omosessuale», «una vendetta per fatti di droga», una «rapina di criminali» finita male.
TORTURE DI STATO. L'improbabile ricostruzione dei (veri) documenti del ricercatore 28enne, fatti riapparire accanto a una (falsa) borsa con dell'hashish, è parsa anche all'occhio meno esperto una grossolana montatura.
Ma tali - come la prassi delle sistematiche torture - sono i metodi usati da decenni dall'apparato di sicurezza egiziano di Ghaffar per intimidire, far parlare, eliminare i personaggi scomodi.

Ghaffar, inamovibile e trasformista capo della repressione

Dal 1977 e fino alla nomina nel 2015 a ministro da parte di al Sisi, Ghaffar ha ricoperto incarichi di punta nella State security service, la principale agenzia d'intelligence interna, diventandone negli Anni 90 il capo dell'antiterrorismo e, durante la Primavera araba, il suo direttore trasformista.
Poliziotto addestrato nelle Central Security Forces, capo delle spie, infine ministro, Ghaffar viene dallo stesso mondo di al Sisi e dal 2008 al 2011 aveva già lavorato, da tecnico, per il dicastero dell'Interno, nel crepuscolo della lunga era di Hosni Mubarak.
Appartiene a una famiglia di numerosi civil servant dell'apparato militare ai vertici dagli Anni 80, che le rivolte di Piazza Tahrir volevano scardinare sulla spinta dei moti in Tunisia.
ESTABLISHMENT MILITARE. Ma la nascente democrazia è stata una parentesi. Estromesso (anche con l'appoggio popolare) il contestato leader dei Fratelli musulmani Mohammed Morsi, al Sisi ha reinsediato ai vertici dell'Egitto la classe dirigente figlia dell'era di Mubarak: l'ex militare e prezioso alleato dell'Occidente e di Israele per la stabilità del Medio Oriente.
Dal 2013 il generale al Sisi è il nuovo Mubarak che ha traghettato la restaurazione, dopo una Primavera araba nella quale i militari non hanno mai deposto il potere fino in fondo.
In un tacito compromesso, l'esercito non sparò infatti nel 2011 sulla folla di piazza Tahrir come fece poi con due anni dopo con i Fratelli musulmani: l'apparato militare sacrificò apparentemente il vecchio faraone, ritirandosi nelle retrovie. Però conservò il potere di riscrivere la Costituzione e cancellare con un colpo di spugna il primo governo eletto dal popolo.
LA FINTA “RIVOLUZIONE”. Questo perché, in 30 anni, i comandi della sicurezza interna non sono mai cambiati in Egitto. Durante le rivolte, l'inamovibile Ghaffar è riuscito a essere nominato vicedirettore e poi direttore della State security service, ribattezzata con un'operazione di maquillage Egyptian homeland security.
La definiva «figlia legittima della rivoluzione del 25 gennaio, non un clone» e si professava l'uomo delle «riforme», ma gli arresti, le torture e le uccisioni degli oppositori non si sono interrotti nemmeno sotto la presidenza “democratica” di Morsi. Poi, per riportare l'ordine, la repressione nell'Egitto di al Sisi è diventata più massiccia che sotto Mubarak.

Procura di Sadeq e polizia di Ghaffar distanti: ma si teme il bluff

Con questo gioco di specchi ha a che fare l'Italia che cerca giustizia per la morte di Giulio Regeni.
Dai dati attendibili dell'organizzazione egiziana per i diritti umani el Nadeem, solo nel 2015 in Egitto sono sparite 464 persone, 1176 i casi di tortura, 500 mortali.Nel febbraio 2016 otto torturati su 88 sono morti come Regeni, scomparso il 25 gennaio, nell'anniversario della fallita rivoluzione.
Quei giorni a capo della polizia giudiziaria di Giza che ha svolto le indagini preliminari sulla sua morte (la pista dell'«incidente stradale») c'era Khaled Shalaby, uno dei tanti uomini di Ghaffar condannato nel 2003 in Cassazione per una tortura letale e la falsificazione dei verbali.
Pena sospesa e poi graziata per «buona condotta» fino alla promozione di si Shalaby, nel 2015, in una polizia che appare ora - ma nell'Egitto mai fidarsi delle aperture - in conflitto con un'ala della magistratura.
CONFLITTO INTERNO Scoperto il corpo di Regeni, dalla Procura di Giza è infatti subito filtrata la notizia delle «evidenti torture», della «morte lenta» e della «scomparsa del cellulare» del ricercatore.
A marzo il fascicolo su Regeni è passato poi dal magistrato capo, Ahmed Naji, al procuratore generale Nabil Ahmed Sadeq, tra i volti più presentabili a disposizione.
Ex poliziotto e giudice d'appello, Sadeq ha lavorato all'estero come giudice in Qatar, poi nella Cassazione egiziana, infine è stato ambiguamente nominato procuratore generale da al Sisi nel 2015, dopo l'uccisione del predecessore in un'autobomba a giugno.
UN REGIME COMODO. I media egiziani lo indicano un «indipendente lontano dalla politica» e su Regeni Sadeq ha dichiarato di «indagare in tutte le direzioni», accantonando la pista dei rapinatori costruita da Ghaffar e promettendo l'invio all'Italia di tutto il materiale il 5 aprile.
Potrebbe essere un bluff, ma il governo Renzi, primo in Europa a legittimare al Sisi, sembra intanto far leva su Sadeq e sullo scontro interno, prima di aprire una crisi diplomatica: molti interessi economici e anche politici sono in gioco con l'Egitto, per arrivare troppo presto allo scontro frontale sulla verità per un ragazzo innocente ucciso da un regime, per convenienza, “buono”.

Twitter @BarbaraCiolli

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