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MAMBO 31 Marzo Mar 2016 1433 31 marzo 2016

Marino cuor di leone a scoppio di ritardato

Ha scritto un libro per denunciare le pressioni del Pd. Non poteva parlare prima?

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Ignazio Marino alla presentazione del suo nuovo libro 'Un marziano a Roma'.

Sulla vicenda di Ignazio Marino cerchiamo di mettere dei punti fermi.
Il primo è che stiamo scrivendo, e parlando, di un politico a tutto tondo. La leggenda per cui chi ha una professione è “prestato alla politica” è un alibi inconsistente e persino un po’ vile. Se inizi a fare politica, sei un politico. Vale se ti chiami Berlusconi, Marino o se sei uno dei portavoce di Casaleggio. Del resto il parlamento, soprattutto i parlamenti ultimi, sono pieni di professionisti, medici, avvocati, consulenti fiscali, professori universitari eccetera eccetera.
UN POLITICO A TUTTO TONDO. Il politico Marino è diventato tale quando ha accettato la proposta di Massimo D’Alema di candidarsi nelle file dei Democratici di sinistra, con la formula, un tempo gloriosa, dell’«indipendente di sinistra». Poi per altre due legislature è stato parlamentare del Pd. Ha ottenuto ruoli apicali in quanto per due legislature è stato presidente di commissioni camerali.
Il carattere politico del suo ruolo, sulla base di una cultura e di una professione indiscutibili, è stato così accentuato dagli incarichi che ha ricevuto e da quelli che cerca.
Ignazio Marino non si è accontentato, infatti, di fare il rappresentante dei cittadini nelle assemblee parlamentari. Malgrado il dissenso del suo patron D’Alema, si presentò alle primarie per diventare segretario del Pd nella gara fra Bersani e Franceschini che incoronò il futuro mancato smacchiatore di giaguari.
La carriera medica nel frattempo proseguiva dopo il fallimentare impegno siciliano precedente all’incarico politico e pur in presenza di un pregresso discusso negli Usa, di cui non è utile occuparsi ora.
Quando si arrivò alle precedenti elezioni per il sindaco di Roma che avrebbe dovuto prendere il posto di di Gianni Alemanno, per universale riconoscimento il peggior sindaco della Capitale, Marino si fece avanti. Il Pd romano era molto diviso protagonista di quella divisione era Matteo Orfini, uno dei signori della guerra.
Alla fine Ignazio vinse le primarie anche perché, un po’ come è accaduto poche settimane fa, il Pd romano scoprì due cose: che la lotta intestina lo aveva estenuato e che non aveva una classe dirigente. Poi capì drammaticamente, quando Marino si insediò, che una parte di questa classe dirigente era corrotta.
Accadde così che Marino divenne sindaco e il giorno dopo l’elezione bloccò il traffico di auto attorno al Colosseo.
DA SINDACO TANTE PAROLE E POCHI FATTI. Nei suoi mesi da sindaco ha fatto solo politica a tutto tondo: ha rilasciato interviste sull’universo mondo, ha iscritto nel registro civile le coppie gay, ha viaggiato negli Usa ogni due per tre, risulta che abbia fatto cene luculliane e familiari (dicunt) a spese del Comune. Eccetera eccetera. Non si è occupato di trasporti e di trasporti pubblici, non si è occupato della nettezza urbana, non c’è traccia di un progetto per la città.
Marino vanta, e i suoi fan lo proclamano, la guerra a Mafia Capitale. La verità storica è che senza Pignatone e la procura di Roma, Buzzi e Carminati sarebbero rimasti a ravanare nelle stanze del Comune. Questa è la storia del politico Marino.
In seguito il Pd si accorge che il sindaco vola basso, quando scoppia lo scandalo di tipo mafioso affida la reggenza del partito romano al più disinvolto dei capi banda locali, cioè Matteo Orfini, fornisce al sindaco Marino una nuova squadra di cui fa parte il facondo Stefano Esposito, cognome napoletano cittadinanza torinese che al contrario dei carabineri “usi ad operar tacendo” è uso operare poco e parlare assai.
Questo compromesso, tuttavia, non regge. Roma diventa un caso mondiale anche per le condizioni in cui versa la città. Marino continua a fare su e giù per gli States, insegue il papa che si infastidisce, infine diventa un problema anche per chi l’aveva commissariato in pompa magna così si sceglie d’un botto di liberarsi di lui.
Come ci si disfa di un sindaco o di un premier? O con un colpo di mano o con un voto di assemblea, comunale e/o parlamentare.
Nell’era Renzi la seconda strada è proibita e viene scelta una terza che in senso tecnico non è un colpo di mano ma può essere definita una “carognata”: si va dal notaio con i consiglieri di maggioranza e di opposizione e ci si dimette dall’incarico elettivo. Procedura ineccepibile formalmente, assai poco rispettosa dell’assemblea eletta e dei cittadini che stupidamente una mattina di una domenica si sono alzati e si sono recati alle urne.
ORA È PRONTO A CANDIDARSI ALLA SEGRETERIA PD? Marino si ribella. Annuncia rivelazioni clamorose, minaccia di presentarsi al nuovo voto dove secondo i sondaggi si avvicinerebbe al 10%.
Insomma «nun ce vo’ sta».
L’ultimo capitolo della sua storia, ultimo in ordine di tempo, è il libro che non leggerò perché racconta, dicono i giornali, quali pressioni politiche ha avuto dal suo mondo. E le racconta ora, non mentre avvenivano, il cuor di leone.
Non sappiamo se Marino si presenterà come ennesimo candidato per rifare il sindaco, cosa che non auguriamo ai romani, leggiamo invece, in un pezzo del solitamente ben infornato Francesco Bei sulla Stampa, che Massimo D’Alema vorrebbe proporgli di candidarsi contro Renzi alle prossime primarie del Pd.
Cacchio, D’Alema è diventato renziano.

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