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INTERVISTA 1 Aprile Apr 2016 1623 01 aprile 2016

David Chuter: «Europei incapaci di capire l'Isis»

L'intelligence non basta. Serve un'attenta analisi dei dati. E del fenomeno Daesh. L'esperto di sicurezza Chuter: «I politici Ue? Sono poco interessati al problema».

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da Bruxelles

Più che una fallimento dell'intelligence, gli attacchi terroristici di Bruxelles del 22 marzo e quelli di Parigi del 13 novembre, «rappresentano un fallimento dell'intelligenza umana».
Secondo David Chuter, presidente del consiglio direttivo della International service information security Europe, non sono le informazioni, le spie alla 007 o i sistemi di sicurezza tecnologicamente avanzati che mancano agli europei, «ma la capacità di capire, di analizzare la storia e prevedere le conseguenze delle proprie decisioni politiche», dice a Lettera43.it.
«BISOGNA SAPER PREVEDERE LE REAZIONI». Secondo Chuter, che ha lavorato per più di 30 anni per il governo del Regno Unito nel settore della difesa e della sicurezza, e come consigliere speciale per il ministro della Difesa francese, non è certo l'approvazione della direttiva europea sul registro dei dati dei passeggeri aerei (Pnr) o un check point ogni cento metri, modello Beirut o Israele, «quello che ci salverà da questa ondata di violenza».
Come spiega ogni giorno ai suoi studenti dell'università Sciences Po a Parigi, dove insegna intelligence, analisi politica e gestione delle crisi, «prima ancora di passare all'azione, bisogna saper prevedere le reazioni».

David Chuter ha lavorato per il governo del Regno Unito nel settore della difesa e della sicurezza.


DOMANDA. Lei parla di reazioni: quelle dell'Isis, sinora, sono state completamente 'impreviste'?
RISPOSTA.
Abbiamo sottovalutato il fatto che questa organizzazione nata fuori dall'Europa possa condurre operazioni qui in casa nostra. Se noi possiamo bombardare l'Isis, anche loro possono bombardarci, seppure con differenti strumenti e tecnologie.
D. Quali?
R. Non hanno soldati nè aerei, ma hanno migliaia di foreign fighter, che sono stati preparati per venire a combattere in Europa. Hanno una base logistica che gli permette di operare ovunque, e soprattutto hanno avuto il tempo per prepararsi.
D. Quello che gli europei sembrano non avere ora per difendersi.
R. Gli europei non hanno avuto il tempo di prepararsi psicologicamente all'idea di una rappresaglia da parte dell'Isis, che è quello che sta succedendo.
D. Troppo ingenui?
R. Incapaci più che altro. Abbiamo condotto guerre in Medio Oriente per 25 anni e in proporzione ci sono state solo piccole rappresaglie da parte delle persone di quei Paesi che abbiamo attaccato. Ma negli ultimi 15 anni, la loro risposta è stata sempre più forte: voi ci bombardate? E noi vi bombardiamo a casa vostra.
D. Gli attacchi del 2001 alla Torri gemelle sono stati un segno che gli europei non hanno colto?
R. Il problema è che la cultura politica europea non è stata capace di predire questo e di capire che prima o poi avremmo pagato per quello che stavamo facendo negli altri Paesi.
D. L'obiettivo dichiarato era di esportare 'la nostra democrazia'.
R.
Invece abbiamo esportato la violenza e ora non capisco perchè la gente e soprattutto i media, a partire da quelli francesi, davanti agli attacchi terroristici si chiedano come questo sia potuto succedere, perchè ci stanno facendo questo, quali siano le ragioni.
D. Perché lei sa dare un senso a quello che sta succedendo?
R. Non è una questione morale, ma semplicemente di causa ed effetto. È una faida: tu uccidi la mia famiglia, io uccido la tua.
D. Una faida globale.
R. Sì, ora vogliono la loro vendetta. Basta guardare i target degli attacchi di Parigi: erano semplici cittadini, uccisi nei posti più comuni e di facile accesso, quasi a volere dire: voi uccidete i cittadini in Iraq, e noi uccidiamo i francesi a Parigi.
D. In Belgio invece qual era l'obiettivo?
R.
Il target era diverso: hanno scelto di far scoppiare una bomba nella metro vicino alle istituzioni Ue e all'aeroporto per colpire persone di diverse nazionalità, ovvero tutti gli Stati europei, per avere un effetto mediatico maggiore.
D. C'era però anche l'idea di colpire la residenza del primo ministro belga Michel.
R.
Perchè forse il prossimo step era proprio quello di attaccare i decision maker europei.
D. Lei ha lavorato per il governo britannico e per il ministro francese delle Difesa, quali sono le mancanze del sistema di intelligence belga?
R. Sono almeno tre. La prima è dovuta al fatto che il Belgio è uno Stato federale e ha molte più difficoltà a coordinare le varie forze e comunicare in maniera efficiente tra i diversi corpi federali. Inoltre è uno Stato molto piccolo che non ha mai disposto di grandi risorse per le spese militari e la difesa, a differenza di Gran Bretagna e Francia. Infine ospita grandi organizzazioni come la Nato e questo, anzichè aiutare, rende ancora più difficile il coordinamento.
D. Tanto difficile che per mesi non sono riusciti a prendere nemmeno Salah Abdeslam (tra i responsabili degli attentati terroristici di Parigi e Bruxelles, ndr), pur avendolo sotto il naso...
R. Anche nelle migliori organizzazioni il fallimento della gestione di un'operazione, del coordinamento, può accadere. I francesi, per quanto abbiano criticato i belgi per gli errori commessi e le loro incompetenze tecniche, non sono stati certo più bravi...
D. Più bravi a fare lo scaricabarile?
R. Sicuramente sì. La stategia politica francese è stata proprio questa, è bastato sapere che alcuni dei terroristi avevano vissuto alcuni anni in Belgio o erano anche solo passati per Bruxelles per dire: guardate, è colpa dei belgi, non di noi francesi.
D. Un escamotage?
R.
Molto più di questo, una strumentalizzazione politica.
D. Quando si parla di sicurezza e intelligence forse il savoir faire è più britannico che francese?
R. Sì ma semplicemente perché la Gran Bretagna ha un'esperienza maggiore in questo tipo di attacchi da oltre 40 anni. La prima bomba fatta esplodere a Londra dai terroristi dell'Ira (Irish republican army) risale al 1973. I britannici hanno capito la strategia e si sono organizzati per difendersi.
D. Cosa che invece Parigi e Bruxelles non hanno saputo fare?
R.
Il problema dei belgi e dei francesi è la loro mancanza di immaginazione e intuizione. Il vero fallimento non è delle loro intelligence, ma delle loro intelligenze.
D. Perché?
R.
Fino all'anno scorso non avevano nemmeno capito che persone appartenenti alla working class, fanatici religiosi, teenager non istruiti potevano colpirli e mettere in piedi una campagna terroristica così sofisticata. Non hanno compreso le conseguenze delle loro azioni. Perché non importa quanto il nemico sia debole o lontano, se sia in Siria o in Iraq, una volta che lo colpisci prima o poi questo troverà il modo per vendicarsi.
D. Anche grazie alle falle del sistema di difesa e sicurezza dell'Ue?
R.
Oggi la difficoltà non è condividere le informazioni a livello europeo tra i 28 Paesi membri, ma anche solo tra un governo e l'altro, perché non sai mai se uno Stato userà bene o male i dati sensibili che tu sei riuscito a ottenere con fatica. Non credo quindi sia solo una questione di coordinamento, di mancanze da parte dell'intelligence, ma di politica.
D. Non basterebbe riformare il sistema di intelligence a livello europeo?
R.
Penso sia molto più di questo. Qui dobbiamo fare i conti con persone che sono pronte al jihad e per affrontarle non puoi pensare che basti l'intelligence, perché questa non può sostituire l'intelligenza. Se non capisci cosa sta succedendo non importa quante informazioni puoi avere a disposizione.
D. Sinora quanto male sono state usate?
R. Non bisognava per esempio cercare i terroristi in quanto tali ma in quanto persone, cittadini che vivono dentro diverse comunità ed è da queste comunità fatte di amici e familiari che sono spesso protetti, aiutati.
D. Che cosa si dovrebbe evitare in questo momento per non peggiorare la situazione?
R.
Non iniziare altre guerre prima di tutto, e fare attenzione al modo in cui rispondiamo a questi attacchi. Dobbiamo evitare di creare non tanto il panico ma la paura. La paura è la cosa più facilmente manipolabile.
D. E anche utile per giustificare certe decisioni, come per esempio la sospensione dell'ordinario assetto democratico...
R.
Questa è la cosa più pericolosa che può creare effetti a lungo termine. Il filosofo Giorgio Agamben dice che non ci sono organizzazioni terroristiche o estremiste capaci di distruggere il sistema politico, ma è questo che commette un suicidio nel momento in cui da governo democratico approva leggi antidemocratiche per difendersi.
D. È quello che prevede lo stato di emergenza...
R.
La storica tendenza dei governi a confrontarsi con questo stato di emergenza può essere davvero pericolosa perché può portare alla perdita di alcune libertà che poi non potremo più riavere indietro. Perciò bisogna pensare bene prima di agire e i politici non devono dimenticare che una volta che fai una legge di emergenza, non puoi immaginare come tra un paio di anni il governo che verrà dopo di te la userà.
D. Cosa fare allora per difendersi?
R.
Capire, ma sfortunatamente i politici stanno andando nell'opposizione opposta, non sembrano interessati alle analisi, ma solo a una risposta che gli possa far fare una bella figura davanti ai media
D. E agli elettori...
R.
Per questo sono i cittadini che devono chiedere conto al governo di quello che sta facendo. Dopo l'attentato di Madrid nel 2004, i cittadini scesero in piazza dicendo: la vostra guerra, la nostra morte, perché il governo decise di andare in Iraq e dopo questo arrivò l'attentato di al Qaeda.
D. E dopo le bombe alla stazione di Atocha il governo di Aznar cadde. Al Qaeda ottenne ciò che voleva...
R.
Non voglio certo giustificare le azioni terribili di al Qaeda o dell'Isis, dico semplicemente quello che può succedere quando si agisce in maniera stupida senza pensare alle conseguenze.


Twitter @antodem

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