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GUERRA 1 Aprile Apr 2016 1130 01 aprile 2016

Libia, Serraj è più saldo: scatta la corsa alle poltrone

Il premier di Tripoli in fuga. Dieci città passano con il governo d'unità nazionale. Obiettivo: gli incarichi nei centri di potere. Dalla banca centrale ai fondi sovrani.

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Per chi crede nella pacificazione è una nuova pagina per la Libia.
Per i due governi uscenti in guerra tra loro, un governo manovrato dagli stranieri. Per la maggioranza dei civili una speranza, l’ultima chance per la salvezza.
Il quadro della transizione di potere a Tripoli è tumultuoso, ma se non altro in evoluzione e lascia qualche spiraglio per la Libia.
GLI ISLAMISTI RIPIEGANO. Le brigate di 10 Comuni costieri (anche islamisti), tra i quali Sabrata e Zuara, si stanno avvinando al nuovo premier del governo di unità nazionale Fayez al Serraj, tacciato dai due esecutivi rivali di Tripoli e Tobruk di essere un «intruso», ma legittimato dalla comunità internazionale anche per distribuire gli incarichi contesi dal 2011 nei centri del potere finanziario ed economico.
Mentre i due leader ostruzionisti, il capo del Congresso nazionale di Tripoli Nouri Abusahmein e l'islamista Khalifa Ghwell alla guida della giunta golpista della capitale, piegati anche dalle sanzioni europee sarebbero riparati nelle città natali di Zuara e Misurata, in fuga con alcuni loro ministri.
L'ingresso del 30 marzo nella capitale di Serraj, a capo dell'esecutivo di unità nazionale concordato ai negoziati dell'Onu, ha avuto del rocambolesco, gli islamisti che dal 2014 occupano Tripoli gli hanno riservato un battesimo di fuoco: raffiche di contraerea, spazio aereo e aeroporto Mitiga chiusi, scontri in tutta la Libia.
SEDE NELLA BASE MILITARE. Con i sette membri del suo Consiglio, Serraj è allora attraccato via mare con una fregata militare, direttamente nella base navale di Abu Sittah, sede blindata del suo esecutivo a pochi chilometri dal centro.
Via terra non si viaggia da mesi, per le battaglie e la quasi certezza di imboscate.
I nuovi governanti, firmatari a fine 2015 della pace in Marocco, sono persone non gradite anche per l'esecutivo rivale di Tobruk controllato dal generale Khalifa Haftar.
E infatti l'Ue, vista l'aria che tira, ha fatto scattare l'embargo economico contro i capi dei governo e dei parlamenti libici rivali restii a uscire di scena.

Spari e rappresaglie contro il nuovo governo legittimato dall'Onu

Khalifa al Ghwell, alla guida dell'esecutivo di Tripoli.

Tra le buone intenzioni del neo insediato governo di unità nazionale c'è «far partecipare tutti i libici alle istituzioni e unificare gli sforzi contro l’Isis».
L'esecutivo bipartisan avrebbe anche l'ok delle principali milizie, ma a Tripoli si continua a combattere. Ghwell, che non ha mai accettato la transizione, ha esortato all’assemblea islamista «a schierarsi contro questo gruppo che infiammerà Tripoli e ci imporrà la tutela internazionale»: i nuovi arrivati sono considerati fantocci venuti a togliere loro potere e autorizzare un nuovo intervento Nato.
Un «pacifico e ordinato passaggio dei poteri», come ha auspicato l’inviato speciale dell’Onu Martin Kobler, è difficile.
LE MIRE DEGLI STRANIERI. È al contrario probabile che si avverino i timori di spartizioni straniere della Libia in più aree di influenza rispetto all'era di Gheddafi: non a caso è circolata la voce - poi smentita - che la fregata traghettatrice dell’esecutivo di unità nazionale fosse italiana.
Non meglio precisati gruppi armati hanno poi fatto irruzione nella redazione della tivù islamista al Nabaa, vicina a Ghwell, chiudendola dopo le minacce a Serraj. E anche se il governo di unità nazionale ha negato entità straniere nel «piano di sicurezza» concordato con l’Onu, è davvero difficile che possa, da solo, avere la forza di portare a termine operazioni del genere contro i fortini islamisti.
PIÙ OPERAZIONI COPERTE. Un intervento diretto straniero è da escludere, per gli alti costi della missione e la grande ostilità dei cittadini alle ingerenze, è assai probabile invece che crescano ulteriormente le operazioni coperte di Stati Uniti, Francia, Gran Bretagna e di altre potenze.
Le recenti rivelazioni del re di Giordania Abdullah II su «soldati d’élite dello Special Air Services britannico mandati in Libia per contrastare l’Isis» insieme a unità dell’intelligence di Amman di supporto, confermano questa tendenza.
Anche Francia e Stati Uniti sono presenti con addestratori e unità scelte nelle loro principali aree d’interesse: l’obiettivo è formare, tra le milizie libiche, forze di contrasto al terrorismo islamico. Ma anche, per esempio, allontanare le brigate islamiste di Misurata dai vecchi alleati di Tripoli e spingerle nelll'orbita del nuovo esecutivo di Serraj.
Mal che vada, soprattutto gli Usa cercano di giocare la partita su più tavoli, da Haftar, a Tobruk, vicino alla Cia, fino al sostegno alla galassia rivale degli islamici moderati.
PREBENDE AL NUOVO ESECUTIVO. La Libia, miniera di petrolio, era una colonia italiana «ma per poco», dicono i rumors.
Non per nulla finora il nostro Paese, ventilato con insistenza alla guida di una missione militare in Libia, non ha mai avuto un incarico di punta ai negoziati dell'Onu.
Arroccato nella base navale, il governo di unità di Serraj è anche un'etichetta per legittimare nuovi raid della Nato, ma deve innanzitutto essere promosso nell’ottica di favorire una penetrazioni economiche: le poltrone dei suoi ministri sono state dibattute per mesi e presto lo saranno gli incarichi per i centri del potere (Banca centrale libica, compagnia nazionale del petrolio, fondi sovrani, eccetera) che l'esecutivo bipartisan sostiene di poter attribuire, sconfiggendo o inglobando i vari signori della guerra che li controllano.
I membri del governo di pacificazione rischiano la vita, sono entrati a Tripoli come eroi misconosciuti e potrebbero anche scontrarsi tra loro: ora l’Onu e le potenze occidentali dovranno fare di tutto per farli andare d’accordo.

Twitter @BarbaraCiolli

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