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DIPLOMATICAMENTE 2 Aprile Apr 2016 0900 02 aprile 2016

La sola intelligence non debellerà il virus Isis

Serve un nuovo approccio socio-culturale. Solo così si può frenare il contagio.

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Polizia e intelligence di Francia e Belgio sono finite nel mirino delle critiche dopo gli attentati dell'Isis sul suolo europeo.

Il terrorismo incombe da ogni lato.
In Pakistan, dove un’altra orrenda strage ha spezzato tante vite innocenti, in maggioranza cristiane, bersaglio insanguinato del gruppo talebano Jamaat-e-Ahrar, ben noto alle autorità di quel Paese; a Bruxelles, dove rischia tragicamente di ridicolizzare le forze di sicurezza belghe come in certa misura è avvenuto con la strage del 13 novembre a Parigi; in Italia, dove emergono inquietanti interrogativi su reticoli di potenziali connivenze e alleanze da nord a sud; nel corno d’Africa e nello Yemen dove si rincorrono le sigle di gruppi stragisti che si richiamano ora all’Isis, ora ad Al Qaeda; in Iraq dove i grappoli di morti sembrano accompagnare la troppo lenta marcia per la riconquista di Mosul.
DIAGNOSI E TERAPIA NON HANNO FUNZIONATO. Si tratta di un elenco che rischia di allungarsi drammaticamente e che mette in discussione tante certezze che sembrano tali soprattutto quando sono sulla bocca di chi dovrebbe essere in grado di dare risposte valide e verificabili: dalla politica alla magistratura, dai servizi di intelligence alle forze militari.
Un fatto mi sembra inequivocabile: se dopo tanti anni di guerra/lotta al terrorismo, dopo tante vite sacrificate per liberarci di questo cancro sociale, dopo tanta libertà sacrificata sull’altare della sicurezza, dopo tanti denari pubblici spesi per colpire a casa loro e sui nostri territori comandanti, luogotenenti, subordinati e manovalanza, la minaccia del terrorismo si è estesa a macchia d’olio dall’Asia all’Africa, dal Medio Oriente all’Europa, vuol dire che qualcosa nella diagnosi e nella terapia non ha funzionato.
FATTORI SOCIALI, ECONOMICI E IDEOLOGICI. Eppure avremmo dovuto accumulare conoscenza degli ingredienti del brodo, o meglio, dei brodi di coltura socio-economico-ideologico nei quali sono germinati i nuclei dell’estremismo/terrorismo quali Al Qaeda, Isis, Boko Haram, Shaabab, Jamaat-e-Ahrar, e molti altri; ciascuno con le proprie specificità.
Così come avremmo dovuto imparare molto sulla chimica dei principi attivi che hanno scatenato i cosiddetti “lupi solitari” oppure i gruppi responsabili dell’eccidio di Parigi del novembre 2015 e di quello di Bruxelles del 20 marzo scorso, per non parlare dell’intera catena degli attentati di questi ultimi 15 mesi.
Dovremmo aver capito che se non si neutralizzano quegli ingredienti è illusorio sperare di prosciugare quel brodo, quei brodi di coltura del terrorismo.
LE COLPE DELL'OCCIDENTE. Si potrà tutt’al più pensare di stabilizzarne o anche di abbassarne il livello, ma non i processi di fermentazione, pronti a riprendere vita e vigore là dove se ne ripresentino le condizioni di criticità di carattere politico-sociale-economico e culturale.
Oggi il fulcro principale sta in Iraq e in Siria, lo sappiamo da tempo. Eppure, pur avendone saggiato la pericolosità estrema e globale, poco abbiamo fatto e facciamo per diluirlo, quel brodo.
Poco siamo riusciti a fare finora anche rispetto al brodo acido che sta ribollendo in Libia, a un tiro di schioppo dai nostri confini.
E che dire altrove, dove cioè il rischio del contagio è apparentemente più lontano, salvo piangerne le vittime con lacrime sempre più rade quanto più aumenta la distanza da noi?

L'infezione colpiva l'Europa e i nostri politici traccheggiavano

Un agente di polizia lascia un mazzo di fiori in memoria delle vittime delle stragi di Parigi.

Per quanto paradossale possa sembrare, anche quando è risultato in tutta evidenza che l’infezione stava percorrendo la nostra società europea, si è traccheggiato. Ne è stata una drammatica dimostrazione la catena degli attentati del 2015 e di quest’inizio 2016, come detto prima, che ci ha trovato impreparati.
Eppure le criticità delle banlieue transalpine dovevano essere note, come quelle di certi quartieri di Bruxelles e dintorni, non foss’altro che per l’alto tributo di foreign fighter dato da Francia e Belgio all’Isis.
NEMMENO L'ITALIA È AL RIPARO. Adesso scopriamo che anche l’Italia – da cui sappiamo da tempo essere partite decine e decine di foreign fighter - non è esente da questa infezione. E anzi ci vogliamo illudere che lo sia solo in quanto terra di transito di terroristi, ignorando il numero di quelli che sono rimpatriati.
Dovremmo avere anche compreso da tempo che se il lavoro dei servizi di intelligence è assolutamente necessario e determinante, la sua efficacia aumenta esponenzialmente nella misura in cui sia sorretto e alimentato da un insieme integrato di politiche sociali, economiche, culturali, mirate a colmare i vuoti della difettosa integrazione portata avanti in questi decenni.
Anche se le loro falle non possono essere sottovalutate, e ancor meno ignorate, vedo con preoccupazione come si sia portati a scaricare sui servizi di intelligence responsabilità riconducibili in larga misura proprio alla carenza di quelle politiche.
L'INTELLIGENCE NON BASTA. Giacchè, se è vero che la propensione all’estremismo/terrorismo non ha una risposta univoca, è altrettanto vero che “il terrorista” nasce da un complesso di fattori che vanno dalla povertà all’emarginazione, dalla frustrazione alla radicalizzazione della criminalità, dall’attrazione di una bandiera alla ricerca di una identità ancorata a una visione di futuro tanto assoluto quanto manicheo.
Soprattutto se intriso di pseudo-valori fideistici islamici che ne esaltino il contrasto con la crescente onda laicista che vuole farsi credo omologatore, dovunque.
Tutti aspetti che vanno ben oltre la più sofisticata preparazione di “intelligence”.
Ma è proprio per questi motivi, qui espressi in estrema sintesi, che il terrorismo di matrice islamica, quello dell’Isis in particolare, trova il suo più grande alleato nell’islamofobia, perché è in essa che viene esaltato quel contrasto che sta alla base della sua battaglia (per noi) nihilista. Soprattutto a casa nostra, ma non solo.
NON CEDIAMO ALLA SFIDUCIA PRECONCETTA. Ascolto con crescente preoccupazione la veemente equazione islam-terrorismo che ancora nei giorni scorsi è circolata via radio. Da parte di un raro convertito al cattolicesimo, naturalmente.
Per queste stesse ragioni, suffragate dai numeri e dalla storia degli ultimi decenni, ritengo le comunità islamiche che vivono da noi le nostre più preziose alleate nella lotta contro il cancro del terrorismo.
Penso che dobbiamo sfidarle a non temere né gli islamofobi né i correligionari che contano sui loro silenzi, talvolta complici.
I segnali in questa direzione ci sono e sono molto incoraggianti se vogliamo coglierli e non cedere alla sfiducia preconcetta.
Del resto, e proprio alla luce della mia esperienza professionale, avremmo tutto da guadagnare da un approccio similare nei riguardi dei Paesi arabi, soprattutto quelli che più hanno da temere dall’Isis e solidali e che, non a caso, hanno per primi dato l’allarme al mondo intero di fronte alla crescita tumultuosa e sanguinaria dello Stato islamico.

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