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INTERVISTA 3 Aprile Apr 2016 1500 03 aprile 2016

Brasile, il filosofo Safatle: «La ferità è insanabile»

Il caso Lula spacca le piazze. Già agitate dalla crisi. E dal collasso democratico. Safatle, filosofo e scrittore: «Siamo due Paesi in uno. La pace sociale? Perduta».

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La situazione in Brasile è sempre più esplosiva.
Da una parte milioni di contestatori, soprattutto bianchi e della classe media, chiedono le dimissioni del presidente Dilma Rousseff, reduce da un goffo tentativo di salvare il predecessore Inacio Lula dalla morsa dei giudici, lei stessa a rischio impeachment per una gestione poco chiara delle finanze statali e sempre più sola dopo che l'alleato Pmdb (Partito del Movimento Democratico Brasiliano) ha lasciato la coalizione.
Dall'altra i sostenitori del governo, in gran parte lavoratori ed esponenti delle classi meno agiate, anch'essi scesi in strada per far sentire la propria voce.
«SERVONO SUBITO ELEZIONI». Il Paese è ormai spaccato, e quella pace sociale che pian piano sembrava essersi creata dopo la fine della dittatura militare nel 1984, pare inesorabilmente infranta.
Vladimir Pinheiro Safatle, filosofo, scrittore e studioso all’Università di San Paulo, nato in Cile pochi mesi prima del golpe contro Allende e trapiantato in Brasile, spiega a Lettera43.it: «Servono elezioni generali subito, aperte anche a candidati indipendenti, per poter ristabilire una sovranità popolare».
Questo, per lui che parla di «collasso della democrazia brasiliana», potrebbe essere l’inizio di una soluzione, che definisce un «ground zero della rappresentanza».

Il filosofo e scrittore brasiliano Vladimir Pinheiro Safatle.

DOMANDA. I detrattori del procuratore Sérgio Moro, un eroe per molti, pensano che stia andando oltre troppo oltre. Cosa ne pensa?
RISPOSTA. Credo che la sua inchiesta sia divenuta un’operazione politica. D’altro canto, è stata molto importante per mostrare come la democrazia brasiliana sia un regime fondato su una relazione incestuosa tra la classe politica e un piccolo numero di grande imprese.
D. In questo terremoto politico esiste almeno un aspetto positivo...
R.
Sì, certo, ma si è criminalizzata la coalizione governativa, evitando di fare lo stesso con quella all’opposizione, che pure è coinvolta nella corruzione. Questa inchiesta non è andata abbastanza a fondo.
D. Cosa pensa di Moro?
R. È il simbolo di un nuovo protagonismo nel potere giudiziario che conferma la diagnosi comune della situazione politica brasiliana.
D. Ossia?
R. La Repubblica è al collasso. C’è un vuoto di potere e i giudici cercano di riempirlo. Ma loro non sono eletti dal popolo.
D. C'è anche il tema delle registrazioni illegali…
R. Registrazioni che i giudici diffondono alla stampa, usando la corruzione come gli europei usano il terrorismo per creare una situazione eccezionale.
D. Al di là dell’inchiesta di Moro, il partito dei lavoratori (Pt) di Lula e Rousseff è realmente corrotto?
R. Sì, i casi di corruzione sono molti e mostrano come il partito abbia abbandonato il progetto di riformare il sistema politico.
D. Eppure Lula aveva riscosso grande successo tra la gente, arrivando all’80% dei consensi.
R. Lula aveva dato l’impressione di poter guidare il Paese facendo una forma di alleanza con la stessa classe politica ereditata dalla dittatura militare e proveniente anche dalle oligarchie regionali. Il suo segreto era una forma di conciliazione che ora è finita e ne stiamo pagando il prezzo. Ogni progetto di democrazia diretta è stato abbandonato e i negoziatori del partito sono entrati in un processo di profondo degrado morale.
D. Essendo però l’opposizione non meno corrotta, secondo lei l’intera operazione Lava Jeto è stata strumentalizzata politicamente?
R.
Purtroppo è così e stiamo perdendo una meravigliosa opportunità di ricostruire la nostra democrazia.
D. Corruzione a parte, il Brasile sta attraversando una drammatica fase recessiva, con una riduzione del 3,5% del Pil. Fino a che punto si può incolpare la Rousseff?
R. Da un lato questa crisi ha origini politiche: l’opposizione ha fatto di tutto per ostacolare il governo. Ma c’è un altro punto che riguarda la disintegrazione del modello di sviluppo brasiliano.
D. Quale?
R. La sua incapacità di eliminare o ridurre radicalmente le disuguaglianze. Queste stanno di nuovo crescendo e manca una politica fiscale progressiva.
D. Si spieghi meglio.
R. Le faccio un esempio: l’anno scorso, di fronte a una caduta impressionante del Pil, le due maggiori banche del Paese hanno registrato profitti record, a livelli mai toccati prima nella loro storia. Basta?
D. La sua opinione su Dilma?
R. La Rousseff fu la vittima di grosse manifestazioni già nel 2013, le prime dalla fine della dittatura. Le richieste dei cittadini erano chiare: più servizi pubblici (trasporti, educazione, salute) e un governo più vicino alla gente e meno corrotto.
D. Queste richieste hanno portato da qualche parte?
R.
No, e il collasso a cui assistiamo oggi è il risultato.
D. Si può paragonare questa involuzione del Pt a quella che, secondo certi osservatori, ha caratterizzato i partiti socialdemocratici europei?
R.
Sì, con una differenza: ci sono voluti 40 anni per arrivare alla disintegrazione della socialdemocrazia europea. A noi ne sono bastati 12. Al tempo stesso, recentemente, questa involuzione in Europa è stata imposta dal di fuori e in tempi assai brevi: la parabola di Syriza in Grecia, vittima del diktat della Troika, è un ottimo esempio.
D. In Brasile lo scontro sociale è sempre più esasperato. Esiste la possibilità di raggiungere una nuova conciliazione?
R.
Temo di no. Siamo sempre stati due Paesi in uno. Ora l’antagonismo è palese. Anche dopo la fine della dittatura non siamo stati in grado di creare una narrative comune. Per esempio, il nostro è l’unico Paese in America Latina in cui nessuna delle persone coinvolte in crimini contro l’umanità è finita in carcere. Tutt’oggi abbiamo a che fare con gente che va in strada chiedendo un ritorno della dittatura.
D. Ma l’eventuale impeachment della Rousseff non potrebbe calmare gli animi?
R.
Sono pessimista. Anzi, sono certo che anche dopo l’antagonismo crescerebbe in maniera impressionante.
D. La democrazia brasiliana è a rischio?
R. Non ora, ma dopo la caduta di Dilma entreremo in una fase di profonda incertezza.
D. Vede lo zampino americano dietro questa instabilità?
R. Francamente non credo che la sinistra brasiliana avesse bisogno degli Usa per fare tutti questi errori. Invece di incolpare gli Usa, dovrebbe assumersi la responsabilità del proprio fallimento.
D. Più in generale, la sinistra sudamericana pare giunta a un punto di non ritorno.
R. La sinistra sudamericana deve re-inventarsi. L’intero movimento nel continente è sempre stato dipendente da una certa forma di populismo. Le uniche eccezioni sono state l’Uruguay con il Frente Amplio di Mujica e la Bolivia con il movimento multinazionale di Morales. Non è un caso se questi Paesi si trovano ora in una posizione migliore rispetto agli altri.

Twitter @AttilioWhite

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