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SPIN DOCTOR 6 Aprile Apr 2016 1347 06 aprile 2016

L'ambientalismo non sfoci nella lobby-fobia

Il tema è centrale. Ma le accuse devono essere suffragate dai fatti. Hillary docet.

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Uno dei temi più caldi dell’agenda mediatica italiana è l’imminente referendum, indicato convenzionalmente (e in modo piuttosto semplicistico) come una consultazione “sulle trivelle”.
Non è questa la sede per entrare nel merito della questione né per passare in rassegna le ragioni a favore del sì e del no.
GLI INTERESSI IN CAMPO. È chiaro che molti e contrastanti sono gli interessi in campo: i governatori regionali che si fanno portavoce delle proprie comunità locali, il governo che difende la strategicità di una politica energetica orientata a una rafforzata autonomia, le imprese che reclamano sicurezza per i propri investimenti, le associazioni ambientaliste che denunciano il rischio di pesanti ricadute.
Come spesso accade, il referendum non è una mera chiamata alle urne per valutare la durata ottimale del periodo di concessione di siti di estrazione nell’Adriatico.
Interessi, ideali, politica si mescolano in un impasto spesso difficile da sciogliere.
L'AMBIENTE AL CENTRO. I dibattiti sul merito delle questioni rischiano perciò di essere messi in ombra dallo scambio di bordate tra l’una e l’altra tifoseria.
Al centro i temi energetico ed ambientale, fondamentali per il nostro Paese. Temi troppo spesso associati alle zone grigie nelle quali vengono immeritatamente collocate le presunte “lobby” del settore, come dimostrato dai pesanti attacchi mediatici che hanno spinto il ministro allo Sviluppo Economico Federica Guidi a fare un passo indietro, pur non essendo coinvolta in alcuna inchiesta giudiziaria.
Le strumentalizzazioni del caso e il collegamento forzato di tale vicenda con il referendum non fanno onore a chi difende la propria posizione con dati e analisi.

  • Hillary Clinton risponde a un'attivista di Greenpeace.

La Clinton e l'accusa di essere al soldo dei petrolieri

Anche in America l’accusa di essere al soldo della cosiddetta “lobby dei petrolieri” ha suscitato la reazione ferma della candidata alla nomination per la presidenza degli Stati Uniti, Hillary Clinton.
Gira da giorni uno spezzone video in cui Hillary, a margine di un comizio, reagisce con durezza alla domanda di un attivista di Greenpeace sui suoi legami con le industrie petrolifere. «Sarebbe disposta a rinunciare ai contributi finanziari di compagnie che operano con i combustili fossili?», questo il quesito rivoltole a bruciapelo in mezzo alla folla.
La risposta della Clinton è stata netta: ha puntualizzato che le donazioni arrivano dai lavoratori del settore petrolifero e non dalle compagnie. Conclusione piccata e velenosa: «Sono stanca di sentire le bugie dei sostenitori di Sanders!».
I NUMERI STANNO CON HILLARY. Il senatore indipendente del Vermont, oltre a essere il suo principale competitor, ha gioco facile nell’attaccarla per i suoi indubbi legami con la finanza e la grande industria. È evidente che indicare la rivale come la preferita dei “petrolieri” è un modo per rallentarne la corsa verso la Casa Bianca. Ma è davvero così?
Il Washington Post, utilizzando i dati raccolti dal Center for Responsive Politics, ha messo in fila i numeri per giustificare la stizza della Clinton. Le cifre sembrano dare ragione all’ex first lady.
Al di là di qualsiasi argomentazione retorica, contano i contributi effettivamente incassati da ogni candidato.
In primo luogo, è vero che la Clinton ha ottenuto dal settore oil & gas più di Sanders, ma il primato spetta ai Repubblicani provenienti da Stati quali Louisiana e Texas.
LA TRASPARENZA AMERICANA. Altro punto messo correttamente in evidenza dalla Clinton: non sono le imprese del settore a versare donazioni, ma i lavoratori. Il quotidiano fa un esempio interessante: se il gestore di un punto di vendita Chevron dona 20 dollari a Sanders, tale contributo risulta comunque proveniente dall’industria petrolifera nel complesso.
Le percentuali sul totale sono comunque ridicolmente basse: 0,15% per la Clinton, 0,04% per Sanders.
Greenpeace fa bene a fare il suo lavoro, ma sbaglia bersaglio. Non sono i soldi dell’industria petrolifera a cambiare le carte in tavola, perché sono in realtà le relazioni nei corridoi del Congresso l’unica strada per avviare un’interlocuzione duratura con un potenziale decisore pubblico. Differenze rispetto all’Italia? È tutto registrato e trasparente.
UN TEMA CRUCIALE. Sanders attacca Clinton su questo tema perché l’ambiente si avvia a diventare uno di quelli cruciali per la scelta dei candidati, come rilevato recentemente dal Time.
Secondo i sondaggi, quasi il 70% degli elettori democratici considera l’inquinamento un problema “molto serio”. In vista delle primarie dello Stato di New York sia Sanders sia la Clinton si sono dichiarati contrari alla costruzione dell’oleodotto Keystone XL e a favore di un divieto di estrazione di gas e petrolio tramite la tecnica del fracking.
I loro piani energetici sono imperniati sul ricorso crescente alle energie rinnovabili. Sarà il futuro presidente degli Stati Uniti a identificare il migliore compromesso tra le legittime esigenze del settore petrolifero e le altrettanto legittime preoccupazioni dell’opinione pubblica. Come dovrebbe accadere in Italia.

* Professore di Strategie di Comunicazione, Luiss, Roma
Twitter @gcomin

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