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LA MOSSA 6 Aprile Apr 2016 1730 06 aprile 2016

Migranti, la Commissione dà scacco ai Paesi membri

Bruxelles temporeggia sulla riforma di Dublino. E mette due opzioni sul tavolo di parlamento e Consiglio Ue. Passando di fatto la patata bollente ai singoli Stati.

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da Bruxelles

La montagna ha partorito un topolino, si sente ironizzare nei corridoi di Palazzo Berlaymont dopo la presentazione della Comunicazione della Commissione europea sulla riforma del Trattato di Dublino.
Il regolamento dell'Ue, che attribuisce la responsabilità dell’asilo al Paese di primo sbarco, era da mesi sotto l'esame dell'esecutivo europeo: a chiederne una sua revisione sono state soprattutto Italia e Grecia, che nelle rotte di immigrazione verso l'Ue rappresentano gli Stati di primo approdo, sui quali grava la gestione di migliaia di profughi.
«ESECUTIVO TROPPO DEBOLE». Negli ultimi mesi ad appoggiare la loro richiesta sono stati anche gli altri Paesi membri, a eccezione di quelli dell'Est, da sempre contrari a qualsiasi meccanismo anche solo di relocation dei migranti.
Ma dopo mesi di attesa, «a Bruxelles non sono neanche stati capaci di fare una proposta legislativa, e hanno messo sul tavolo due diverse ipotesi», è la critica rivolta «a un esecutivo europeo troppo debole», che dopo aver annunciato entro la primavera del 2016 un cambio decisivo si è limitato a suggerire due opzioni sulla riforma del sistema di asilo e l'accordo di Dublino.
LA PROPOSTA PRIMA DELL'ESTATE. Quella che viene definita una mancanza di coraggio è in realtà un cambio di strategia: la Commissione intende «prima consultare Consiglio e parlamento europeo ed evitare così di fare proposte che poi vengano respinte dalle istituzioni», che devono co-legiferare, ha spiegato il vicepresidente dell'esecutivo Ue, Frans Timmermans, assicurando poi che «la proposta legislativa sarà presentata prima dell'estate».
Insomma l'idea della Commissione, da alcuni considerata sintomo di debolezza e da altri una mossa politica intelligente, è di lasciare la 'patata bollente' in mano al Consiglio europeo e al parlamento e chiedere a loro di scegliere tra le due opzioni.

Riforma Dublino: le due opzioni messe sul tavolo dalla Commissione

Il presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker.

La prima soluzione non prevede una riforma completa del sistema di Dublino, ma opera all’interno del quadro vigente e stabilisce un meccanismo di redistribuzione tra tutti gli Stati membri solo nei casi di «flussi sproporzionati».
Una sorta di meccanismo di emergenza che si applica nel momento necessario, solo in «specifiche circostanze».
La seconda proposta invece promette un cambiamento radicale, ovvero elimina il vincolo di prima accoglienza dello Stato nel quale l'immigrato sbarca, e gestisce gli arrivi secondo un sistema di quote di ricollocazione permanenti e automatiche.
IL 'MALE MINORE'. In pratica, davanti a un aut aut è prevedibile che i Paesi scelgano il male cosiddetto minore, ovvero quello che prevede un meccanismo di solidarietà ad hoc, solo nel momento emergenziale, che potrà essere definito e concordato insieme.
Lo scacco matto della squadra di Juncker sarebbe così proprio quello di far scegliere ai Paesi membri, e per quanto la decisione si baserà prevedibilmente sulla soluzione meno impattante, ognuno dovrà assumersene la responsabilità e soprattutto accettare il principio di relocation.
«Vogliamo sondare il parlamento e il Consiglio prima di fare una proposta che verrebbe respinta se non c'è accordo. Vogliamo fare proposte che abbiano la chance di essere adottate», ha chiarito Timmermans.
La prima «si può definire una Dublino plus», la seconda è «più innovativa», il cui scopo è «la maggiore armonizzazione» delle regole. Entrambe prevedono però forme di redistribuzione dei carichi.
RELOCATION O RIFORMA COMPLETA. Ed è questo il tema che preoccupa di più visto il fallimento sinora registrato nella politica europea di relocation, che la Commissione da mesi prova a far rispettare: «Abbiamo scritto a tutti i ministri dell'Interno degli Stati membri», ha ricordato il commissario all'Immigrazione Dimitris Avramopoulos, ma sui ricollocamenti «c'è mancanza di volontà politica da parte di molti governi, ora devono capire di cosa parliamo quando discutiamo di solidarietà, e questo meccanismo glielo spiega».
Lo scopo è quello di mettere gli Stati membri davanti a una scelta ed evitare l'ennesima bocciatura.
Per lo stesso motivo l'esecutivo Ue ha solo accennato all'idea di voler trasferire, nel lungo termine, la responsabilità della gestione delle domande di asilo da un livello nazionale a uno comunitario, creando così un vero sistema europeo centralizzato.
Una proposta, quella di conferire un ruolo esecutivo all'Easo, l'Agenzia europea per l'asilo, che al momento, ammette Timmermans, «non è realistica», viste le posizioni degli Stati membri: «Alla fine sapevamo l'avrebbero rifiutata, quindi non l'abbiamo presentata», ha spiegato il vicepresidente, che si è dimostrato un vero stratega della realpolitik.

«Lo status di asilo non è accompagnato dal diritto di libera circolazione»

Migranti sbarcati sull'isola di Lesbo.

Dietro la mancanza di una proposta definitiva c'è infatti chi vede una strategia nei confronti dei Paesi membri, che da mesi litigano su come gestire la crisi dei migranti e rifiutano qualsiasi sistema di relocation proposto dall'esecutivo comunitario.
L'obiettivo, ha spiegato Timmermans, «è stabilizzare la situzione, non dobbiamo aspettare che la crisi sia passata per guardare la politica comune d'asilo», ha messo in guardia, anche perchè «l'immigrazione sarà una delle grandi sfide dell'Ue, quindi l'Europa avrà bisogno di politiche che diano una via a chi ha bisogno di protezione».
SANZIONI CONTRO I MOVIMENTI SECONDARI. Allo stesso tempo, il pacchetto di riforma del sistema di asilo prevede «sanzioni contro i movimenti secondari» dei rifugiati che «verranno ricondotti» nello Stato europeo che ha concesso l'asilo se si saranno spostati in un altro Paese dei 28, perché «lo status di asilo non è accompagnato dal diritto di libera circolazione» nella Ue, né da quello di scelta della nazione in cui risiedere, ha sottolineato Timmermans, che dopo aver rassicurato sulla volontà di gestire i flussi in maniera più consapevole ma decisa, ha ricordato a tutti: «La crisi dei rifugiati esiste ancora, è c'è ancora molto lavoro da fare».
Ed è soprattutto con i membri del parlamento che bisognerà ora lavorare per trovare una quadra. Al momento infatti le posizioni sono diverse tra i vari gruppi.
CERCASI ACCORDO TRA I CO-LEGISLATORI. I Verdi sono stati i primi a criticare il «carattere parziale» della risposta della Commissione, «è evidente che il sistema europeo di asilo è superato. Il Trattato di Dublino deve essere sostituito da un meccanismo permanente di trasferimento dei rifugiati in tutta l'Ue che sia equo e basato sulla solidarietà», ha commentato Eva Joly, europarlamentare dei Verdi e membro della Commissione giustizia e affari interni, segnando quindi una netta preferenza per la seconda opzione dell'esecutivo.
Meno chiaro è stato invece il capogruppo dei popolari al parlamento Ue, Manfred Weber, secondo il quale, per quanto sia auspicabile «una maggiore solidarietà e una più equa ripartizione per la distribuzione dei richiedenti asilo», c'è l'esigenza di «un ulteriore sviluppo del Regolamento di Dublino, che preveda un meccanismo di solidarietà specifico», quindi caso per caso.
E i gruppi parlamentari che devono trovare un'intesa sono ben otto, senza contare gli Stati membri che dovranno a loro volta mettersi d'accordo all'interno del Consiglio Ue, dove per approvare una delle due opzioni servirà la maggioranza qualificata.

Twitter @antodem

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