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INTERVISTA 6 Aprile Apr 2016 1144 06 aprile 2016

Primarie Usa, Jones: «Trump danneggerebbe l'Ue»

L'incertezza economica. La Fed non più indipendente. Ma anche gli aborti proibiti. E le minoranze emarginate. L'America (e il mondo) con il magnate alla presidenza, secondo l'ex membro dello staff di Obama. In Wisconsin vince Cruz.

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Sostenitori di Trump lasciano un comizio del magnate in Wisconsin.

Il più controverso politico americano, e probabile candidato repubblicano alla Casa Bianca, ha un'agenda per la politica estera fatta quasi unicamente di slogan.
Lo staff di consiglieri che ha nominato è composto essenzialmente di sconosciuti.
Parla poco di cose non americane, e quando si esprime è per tweet e battute: dal muro al confine con il Messico all'Isis da bombardare a morte. Intervistato dal New York Times, ha delinato una sola idea: prima l'America, poi gli altri.
LE RIPERCUSSIONI DI TRUMP SULLA UE. Sul fronte interno, si è espresso contro gli aborti. E anche sulle politiche economiche, le anticipazioni sono preoccupanti: non solo per gli americani ma anche per il resto dell’Occidente. In cima a tutte, l'idea di toccare l'indipendenza della Fed (Federal Reserve Bank), che Trump vorrebbe portare sotto controllo del Congresso.
«L'incertezza sulle politiche economiche e monetarie americane, che poggiano la loro autorevolezza sull'indipendenza della banca centrale, porterebbe un'instabilità diffusa, in Europa in primis», spiega a Lettera43.it Erik Jones, professore alla John Hopkins University e membro dello staff di Barack Obama nella campagna presidenziale del 2008.
Non è un caso, forse, se l'Economist intelligence unit - gruppo di lavoro del magazine britannico - ha inserito Trump tra le minacce globali, e la possibilità che The Donald (battuto in Wisconsin ma sempre favorito su Ted Cruz) diventi presidente è equiparata all'aumento del terrorismo globale e posizionata appena sotto alla frantumazione dell'Unione europea.
IMPOSSIBILE ANTICIPARNE LE MOSSE. D'altronde, «per Trump voi europei semplicemente non esistete», aggiunge Jones. «L'agenda internazionale non rientra nella narrativa dei candidati, men che meno in quella di Trump. Al limite potreste subirne le scelte economiche».
Prevedere cosa farebbe il magnate del mattone dallo Studio Ovale è insomma un compito arduo.
«Si possono fare delle ipotesi, ma nessuno ne ha veramente un'idea precisa», sintetizza Jones. «Il suo unico refrain è Make America Great Again (Rendere di nuovo grande l'America), ma nessuno ha capito ancora come».

Erik Jones, professore ordinario alla Johns Hopkins University.


DOMANDA. Proviamo con un esempio pratico. Siamo nel 2017 e Trump è alla Casa Bianca. Come si comporterebbe con l’Ucraina, per esempio?
RISPOSTA. L’Ucraina? Non penso che l’abbia mai nominata nei suoi comizi, come d’altronde raramente parla di questioni che non interessino direttamente i suoi elettori (nel settembre 2015, il magnate sosteneva di avere una «posizione molto, molto forte verso l’Ucraina», ndr). Ma questi vuoti nei discorsi dei candidati sono in realtà piuttosto comuni. La vera differenza è un’altra.
D. Quale?
R. Normalmente, per prevedere come si comporterà un presidente nelle relazioni internazionali, osserviamo la gente di cui si circonda, i suoi consiglieri. Il problema è che Trump a lungo non ha avuto nessun advisor, e solo per le pressioni degli avversari e della stampa ne ha nominato un piccolo gruppo. Nomi che comunque non fanno la differenza.
D. Perché?
R. Perché ha presentato una lista di sconosciuti: nessuno sa chi siano queste persone, nessuno li conosce. Quindi anche dopo le nomine sfortunatamente non sappiamo di più sulle sue reali intenzioni in politica estera.
 Sono così sconosciuti che ho dovuto cercare chi fossero su Google, e di alcuni non ho nemmeno trovato il curriculum. Figurarsi sapere cosa pensano sugli esteri.
D. Ma come mai nessuno dei classici advisor repubblicani vuole unirsi a lui?
R. Circa un mese fa i rappresentanti dell’establishment hanno scritto una lettera nella quale dicono chiaramente che Trump è un pericolo per il Paese. Nessuno vuole mettersi con lui perché il partito non vuole che diventi presidente. Non abbiamo nessuna idea delle figure che faranno la sua agenda estera, e quel poco che sappiamo da lui non è da prendere sul serio. Ma le cose potrebbero cambiare con l'avvicinarsi della convention...
D. In che modo?
R.
Quando e se sarà chiaro che divenerà il candidato alla presidenza molti potrebbero cambiare opinione su di lui. Ci sono abbastanza soggetti ambiziosi tra i Repubblicani, e qualcuno potrebbe salire a bordo.
D. È una rarità, a questo punto della campagna, non avere un'agenda estera?
R. Beh, persino lo stesso Ted Cruz, sfidante di Trump e a sua volta anti-establishment, ha un team di persone ben identificabili. Nei comizi, Trump non dice niente di coerente. Parla unicamente alla pancia della gente. Da una parte dice di voler tornare a una sorta di isolazionismo (il suo nuovo slogan è America Comes First, ndr), ha per esempio sostenuto che l’invasione di Bush è stata una catastrofe, e io non ho mai sentito un repubblicano dire la stessa cosa.
D. Quindi almeno in parte ha già rotto con la tradizionale dottrina interventista?
R. Probabilmente quello era solo un modo per attaccare un rivale. Dall’altra parte, infatti, sostiene di voler annientare i terroristi uccidendo anche le loro famiglie. Che, tra l’altro, è un crimine di guerra. I militari infatti hanno replicato dicendo che non eseguirebbero un ordine del genere. Sa cosa ha risposto Trump? 'Non vi preoccupate, se dico di farlo lo fanno'.
D. Ma è possibile guidare un Paese come gli Usa da soli?
R. Un amico che opera nell’ambito dell’intelligence e della politica estera a Washington la settimana scorsa mi ha detto che Trump immagina lo Stato come una grande e unica nave, e tutto quello che deve fare è dirigerla nella giusta direzione: lei risponderà docilmente ai suoi comandi.
D. Verosimile?
R. Chiunque conosca come funziona il vascello americano sa che il governo è fatto più che altro da una serie di relitti, alcuni che riescono a stare insieme in qualche modo, altri che si comportano in maniera più indipendente.
D. Quindi?
R. Controllare tutto questo richiede una gestione molto efficace, e lui non solo non ha un team di politica estera, ma non ha proprio un team. Cercare di prevedere cosa succederà se diventasse presidente è semplicemente un gioco impossibile.


  • La classifica dei rischi globali stilata dall'Economist Intelligence Unit.


D. Come ha fatto ad arrivare così lontano, con tutte queste carenze?
R. Il successo di Trump è il frutto di anni di politica di ostruzionismo e di odio verso Obama, è il frutto dei Tea Party, è il frutto di una politica perennemente in negativo del Gop (il partito repubblicano, ndr). Lui ha solo avuto il merito di capire che questi sentimenti di violenza erano entrati in profondità nell’elettorato.
D. Basta davvero questo per spiegare la sua presa?
R. No, infatti, bisogna aggiungere la situazione economica di molti americani. Il populismo in America è in realtà simile a quella europea. Se a livello economico siamo usciti dalla crisi prima di voi, e in assoluto il mercato del lavoro è più attivo, bisogna chiedersi di che qualità sia questo lavoro. Molti settori della classe media hanno passato anni durissimi da cui faticano a riprendersi, e soprattutto è aumentata la diseguaglianza a livelli enormi.
D. Qual è l'effetto delle disuguaglianze?
R. Negli Usa “diseguaglianza” equivale alla fine del sogno americano. Trump gioca molto su questo sentimento di sconforto e sfiducia, oltre che su quello di paura dell’altro e di essere messi da parte.
D. Non sembra molto lontano da certe realtà europee…
R. È così in tutto l’Occidente: le dinamiche di opposizione al diverso sono uguali dappertutto, e dappertutto sono un’arma micidiale dei politici.
D. Da dove viene tutta questa violenza nella politica Usa?
R. L’America è un Paese violento. Si guardino tutti gli indicatori sulla criminalità, le armi, gli omicidi. È un posto abbastanza brutale, no?
D. Sì, ma non si tratta di una novità.
R. Certo, infatti il problema riguarda anche la minaccia demografica e sociale percepita da molti americani nei confronti del diverso, che non riescono ad accettare. Vogliono reimpossessarsi dell’America. E non vogliono più la multiculturalità, né la narrazione politically correct che la difende. Per questo votano Trump. Bisogna andare indietro agli Anni 50 o 60 per ritrovare una violenza politica simile.
D. Quanto è importante la componente razzista nella campagna di Trump?
R. Non si vedono molte minoranze partecipare ai suoi comizi, no? Le dinamiche razziali, nonostante siano un tabù, sono fondamentali in questa campagna.
D. Ma è possibile diventare presidente senza le minoranze in America?
R. La risposta secondo gli standard tradizionali sarebbe no, ma il problema è che Trump sta portando alle urne moltissime persone che non hanno mai votato prima, e questo cambia tutti i calcoli elettorali.
D. Cioè?
R. Nelle ultime elezioni si è calcolato che il 59% dei voti veniva dai bianchi. Ma con queste primarie sta diventando evidente che i repubblicani ne stanno portando milioni in più al voto. E se la percentuale degli elettori bianchi dovesse aumentare di molto, non sarebbe impossibile che Trump possa fare del tutto a meno del voto delle minoranze. Uno scenario terribile, che porterebbe conseguenze devastanti.

Twitter @apradabianchi

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