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DIPLOMATICAMENTE 7 Aprile Apr 2016 0830 07 aprile 2016

La disperazione dei migranti non si ferma coi divieti

In Grecia sono arrivati 340 profughi ad aprile. Più dei rimpatriati. Segno che l'umiliante accordo tra Turchia e Unione europea non serve a nulla.

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Migranti nel mar Egeo.

Aprile ha avuto un ben tristo inizio con la partenza dalla Grecia alla volta della Turchia dei primi carichi di migranti in applicazione dell’accordo tra l’Unione europea e Ankara del 18 marzo 2016.
Una deportazione bella e buona, tuonano esponenti di associazioni impegnati nella difesa dei diritti umani e dello stesso Alto commissariato delle Nazioni unite per i rifugiati (Unhcr) che ha bollato come privo delle salvaguardie legali lo stesso accordo.
Un ritorno forzato, lo si ammette, ma che si sta realizzando e si realizzerà nel rispetto della legalità internazionale.
Lo ha ribadito Margaritas Schinas, portavoce della Commissione europea, sorvolando sul fatto che la Turchia non ha ancora adeguato la sua normativa sull’asilo e sull’accoglienza in generale come ritenuto invece «necessario» dalla stessa Ue al momento in cui si stava negoziando l’accordo.
TRAGICA IRONIA DELLA SORTE. Un ritorno forzato per migliaia di persone che, in fuga da un incolpevole destino di sofferenza e di morte a casa loro, puntavano disperatamente a un nuovo futuro nell’Europa libera, democratica e benestante.
E che così sia è dimostrato ad abundantiam dal fatto che malgrado il blocco annunciato, per una tragica ironia della sorte, mentre si organizzavano i primi carichi di ritorni forzati veniva registrato l’arrivo sulle coste greche di circa 340 persone, un numero superiore a quello dei rimpatriati.
Segno che le ragioni della determinazione di queste persone e di quelle stanno loro dietro è più forte delle barriere e dei divieti.
E c’è solo da sperare che abbia ragione Thomas de Maiziere, il ministro dell’Interno tedesco, secondo il quale il picco della crisi migratoria ci sta dietro le spalle.
UNA DELLE PEGGIORI PAGINE DELL'UE. Questo ritorno forzato resterà scritto nella pagina delle sconfitte più umilianti della storia dell’Unione europea: che invece di prestare soccorso ha girato le spalle alla disperazione di tanti esseri umani invocando un eticamente obsoleto “non-diritto” dei migranti provenienti da Paesi non formalmente in guerra come Pakistan, Afghanistan e altri; che si è impaurita di fonte al montante consenso dei movimenti xenofobi e islamifobiche; che nell’ansia del respingimento in massa ha sì deciso di prevedere che ogni siriano “restituito” possa essere compensato da un siriano “inviato” dalla Turchia, ma solo entro il tetto delle 72 mila unità, soglia-simbolo di una linea rossa poco comprensibile se non nell’ottica di un possibile addebito alla Turchia della mancata osservanza dell’ impegno assunto di bloccare il deflusso e riprendersi gli irregolari già arrivati; di quell’Unione europea che priva di lungimirante autorevolezza e razionalità ha optato per un improbabile “male minore”, decidendo di pagare un altro Stato perché si facesse carico di quell’impegno, affidandogli di fatto il ruolo di garante della sua frontiera esterna.
Un po’ come è avvenuto con il trattato italo-libico del 2008.
ERDOGAN, UNA SCELTA INFELICE. E la scelta è caduta sulla Turchia di Erdogan.
Decisione sostanzialmente obbligata dalla geopolitica e dal blocco dei Paesi dell’ex Europa dell’Est per i quali sembra valere il detto per cui «non c’è peggior schiavista dello schiavo liberato»; ma scelta infelice, a dir poco, data la deriva islamista, dispotica, irrispettosa dei più elementari diritti umani del suo regime che sulla sua guerra contro Bashar al Assad ha innestato opachi collegamenti con lo Stato islamico e una perniciosa leva di bombardamenti sui curdi siriani.
Scelta anche sbagliata data l’inaffidabilità di un personaggio come Erdogan e del suo degno sodale Davutoglu alla cui richiesta di raddoppiare la fattura - da 3 a 6 miliardi - l’intera Unione europea ha finito per cedere pur conoscendo la disinvoltura con cui quel regime osserva la parola data.
Intendiamoci, che ci fossero le premesse per arrivare a questo sbocco era emerso da tempo; ricordiamo la sordità dell’Ue rispetto alle nostre (giuste) sollecitazioni a considerare e quindi a gestire “comunitariamente” la crescente pressione immigratoria sulle nostre coste dal 2011 in avanti.
ANELLI DELLA XENOFOBIA PIÙ SALDI. Ricordiamo l’opposta sollecitudine con la quale la stessa Unione europea ha di fatto avallato “comunitariamente” la politica dei respingimenti affermata dalle “civilissime” Francia e Gran Bretagna; ricordiamo poi l’affannoso balletto dei vertici la cui sequenza è servita solo a saldare assieme gli anelli della xenofobia degli Stati membri che hanno trovato paradossalmente in un’Austria preda di ritorno nostalgico dell’ex impero austro-ungarico il punto di raccordo.
La sospensione di Shengen di questi giorni ne è la più plastica delle rappresentazioni. E adesso?
Adesso la piccola e disastrata Grecia dovrà fare una parte davvero ingrata che l’assistenza di circa 4 mila assistenti/esperti inviati da Bruxelles allevierà solo in minima misura.
Adesso la Turchia cercherà di capitalizzare l’accordo in termini di facilitazione dei visti e di trattazione dei dossier di avvicinamento all’Unione europea, mentre forzerà in ogni modo il rimpatrio dei migranti trasferiti dalla Grecia e di tanto in tanto avrà modo di ricordarci che ha in mano il rubinetto dei flussi in uscita verso l’Europa.
SIAMO PERCEPITI COME UNA FORTEZZA. L’Europa consoliderà la sua fama di “continente fortezza” che non le propizierà sentimenti di apprezzamento, di solidarietà e di amicizia, certamente nei Paesi da cui provengono - dal Mediterraneo al Medio Oriente all’Asia centrale e oltre -, ma anche nella stessa Europa, tra la loro gente che vi risiede. E questo non è un buon investimento.
«È una macchia sull’Europa», ha giustamente dichiarato la presidente della Camera Laura Boldrini.
E l’Italia? Penso che dovrà giocare molto bene e tempestivamente le sue carte europee, come il premier Matteo Renzi ha lasciato intendere di aver già iniziato a fare nell’ultimo vertice, nella prospettiva tutt’altro che remota che l’Italia possa risultare come un utile punto di attrazione della pressione migratoria sia da Sud sia da Ovest.

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