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NOMINE 11 Aprile Apr 2016 1710 11 aprile 2016

Farnesina, il difficile rapporto tra diplomatici e politici

Belloni alla direzione generale. Ma nel giro di poltrone manca ancora la spalla di Gentiloni. Proprio durante la "crisi Regeni". 

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Paolo Gentiloni.

Alla Farnesina arriva come direttore generale Elisabetta Belloni, ma le caselle del ministero degli Esteri, scosso da un difficile rapporto tra scelte politiche e professionisti della diplomazia, ancora non sono al completo.
Un cursus honorum tutto interno al dicastero, la Belloni è stata capace di farsi apprezzare sotto le diverse insegne politiche e ha dimostrato la sua capacità dal punto di vista operativo soprattutto negli anni in cui ha guidato l'unità di crisi della Farnesina – era il periodo dello tsunami asiatico e riuscì a guadagnarsi la stima unanime di politici e diplomatici sancita anche dall'assegnazione della Legion d'onore francese.
I giudizi si dividono sugli anni in cui guidò la direzione cooperazione: per alcuni non si piegò alle lobby, per altri mancò di flessibilità politica.
Se il suo curriculum ha un limite è l'assenza di esperienza sul campo all'estero.
CAPACE DAL PUNTO DI VISTA OPERATIVO. Ma la Belloni compensa con altri evidenti pregi. L'aggettivo che con un solo tratto la descrive, dice chi la conosce bene, è «determinata», una diplomatica in grado di decidere.
E lei stessa ha spiegato che la determinazione è la dote che rende le donne adatte alla diplomazia.
Il suo nome negli ultimi anni è circolato a ogni alta carica da assegnare, che fosse il vertice dell'Aise o lo stesso timone del ministero degli Esteri. In realtà, secondo fonti qualificate, lei stessa si sarebbe candidata al ruolo di ministro, consapevole anche della necessità nell'esecutivo di avere signore nei posti di comando. Ora è la prima donna a ricoprire il ruolo più alto dei funzionari del dicastero.
In compenso Gentiloni ha ritenuto di potersi privare dei suoi consigli come capo di gabinetto, lasciando per ora scoperta una poltrona più politica, in un momento delicato.

«Prima o poi dovremo rimandare l'ambasciatore in Egitto»

Elisabetta Belloni.

Chi ha attribuito alla Belloni il compito di occuparsi del dossier Regeni confonde i piani.
La direzione generale è una poltrona di peso, ma il suo è soprattutto un ruolo di coordinamento tra le diverse sezioni del ministero, la guida di una macchina complessa e delicata.
Su di lei scommettono oggi i diplomatici, ancora in stato d'agitazione per la nomina a rappresentante italiano presso l'Unione europea di Carlo Calenda, l'abilissimo organizzatore della diplomazia economica del premier Matteo Renzi, il primo a essere nominato in tale posizione senza provenire dai ranghi degli ambasciatori.
Il primo ministro ha esplicitato un principio difficile da digerire per i professionisti della diplomazia: le relazioni europee non sono affari esteri, ma interni, e con la politica vanno affrontati.
Un'accelerazione che peraltro, dice chi conosce bene gli ambienti della Farnesina, va di pari passo con una crescente presenza di Palazzo Chigi nelle questioni di competenza del ministero.
FELUCHE DELUSE DA VALENSISE. La delusione delle feluche ha portato alle dimissioni dell'ex segretario generale Michele Valensise. La morbidezza della sua reazione – non ha nemmeno richiamato gli ambasciatori a cui era stato proposto l'incarico a Bruxelles – gli ha fatto perdere il sostegno del corpo diplomatico di cui dovrebbe essere il primo rappresentante.
Tuttavia le sue dimissioni sembrano aver preso di sorpresa un po' tutti. E così è arrivata la scelta di promuovere la Belloni, da sempre in pole per un avanzamento di carriera, per placare le acque agitate della diplomazia.
Del resto la nuova direttrice generale era arrivata al ruolo di capo di gabinetto dopo che nel luglio del 2015, il prescelto di Gentiloni, ma soprattutto di Mogherini, Ettore Francesco Sequi, ha lasciato l'incarico perché nominato ambasciatore a Pechino.
Ancora non è chiaro chi andrà ad occupare la poltrona ora lasciata libera dalla Belloni, né quando il ministro sceglierà l'uomo o la donna destinato a sussurrargli all'orecchio. Nonostante la difficoltà del dossier Regeni – «gestito con attenzione alla comunicazione più che alle relazioni internazionali», dice una fonte diplomatica - per ora Gentiloni fa da sé.
E, nel confronto continuo tra politica e diplomazia, prevale l'incertezza. «La verità», dice la stessa fonte, «è che prima o poi l'ambasciatore in Egitto dovremo rimandarlo». E forse anche per questo il ministro degli Esteri e l'alto rappresentante Mogherini hanno deciso di europeizzare il caso: se retromarcia sarà, sia almeno più facile da digerire.

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