LEGGE CONTESTATA 12 Aprile Apr 2016 1600 12 aprile 2016

Arriva il ''segreto commerciale'', bavaglio dell'Ue

Al voto una direttiva che protegge le aziende. E punisce cronisti e informatori. Fermando inchieste come quella di Panama. Le Ong: «A rischio libertà e salute».

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da Bruxelles

La sede del parlamento europeo.


I Panama papers potrebbero essere le ultime rivelazioni sulle malefatte di industrie, imprenditori e politici che i cittadini possono apprendere dalla stampa.
A Strasburgo, giovedì 14 aprile 2016, gli eurodeputati sono pronti infatti a votare una direttiva che rischia di segnare la fine di questo tipo di notizie.
Perché l'accesso e la pubblicazione di milioni di file che rivelano la creazione di migliaia di conti offshore per evadere le tasse potranno essere considerati violazione del segreto commerciale da parte delle aziende colpite dallo scandalo.
DENUNCIA DEGLI EURODEPUTATI. È questa la denuncia che alcuni europarlamentari e numerose associazioni hanno fatto davanti alla 'direttiva sulla protezione del know-how e di informazioni aziendali riservate contro l'acquisizione, l'utilizzo e la divulgazione illeciti', nota anche come 'direttiva sul segreto commerciale'.
Una «protezione indebita di segreti commerciali», la definiscono le Organizzazioni non governative (Ong).
Una direttiva proposta per la prima volta nel 2013 dalla Commissione europea, il cui contenuto ha fatto subito scattare l'allarme anche da parte dei Verdi e di alcuni partiti del gruppo della Sinistra europea Gue.
SI PARLA DI «BUONA FEDE». Nel mirino sono finite le eccessive «misure precauzionali» sulla fuoriuscita di documenti «se chi le rivela», si legge nelle indicazioni, «non ha agito in buona fede».
Un concetto considerato labile e soggetto a una interpretazione di largo spettro che ha causato numerose discussioni tra le istitutioni Ue.

Le misure provvisorie e di protezione: licenziamenti e censura preventiva

La notizia del dossier Panama Papers sul sito della Bbc.

Così il testo, dopo tre anni di lavoro e controversie tra la Commissione, il parlamento europeo e il Consiglio Ue, è stato modificato a fine gennaio 2016.
«Le misure contenute nella presente direttiva non dovrebbero limitare l'attività di coloro che esercitano l'informazione o dei whistleblower (ovvero gli informatori, coloro che denunciano, ndr)», è stato aggiunto.
«La protezione dei segreti commerciali non si estende alla divulgazione di segreti se servono all'interesse pubblico».
TUTTO È CENSURABILE. Nonostante questo concetto sia ripetuto più volte nel testo, per le associazioni rimane solo una dichiarazione che rischia di cadere nel vuoto nel momento in cui un'azienda può denunciare la diffusione di informazioni riservate.
La direttiva, si legge infatti, vuole cercare di proteggere «l'accesso e lo sfruttamento di conoscenze che sono preziose per l'impresa che le detiene e non sono diffuse. Questo patrimonio di know-how e di informazioni commerciali di carattere riservato si definisce segreto commerciale»
Una definizione talmente ampia che rischia di portare alla 'censura' di qualsiasi tipo di informazione perché considerabile un segreto commerciale.
«LIBERTÀ IN PERICOLO». Per questo l'associazione Corporate Europe Observatory ha definito la direttiva una «minaccia diretta per il lavoro dei giornalisti e delle loro fonti, gli informatori, così come dei dipendenti di una società e anche della libertà di espressione e dei diritti di accesso alle informazioni da parte del pubblico».
La direttiva prevede infatti «misure provvisorie e di protezione», che vanno dal licenziamento del lavoratore/informatore responsabile del passaggio dei documenti, nonché il divieto di diffondere, produrre o commercializzare le informazioni.
Ci sono poi altre sanzioni più severe in materia di diritto penale che ogni Stato potrebbe decidere di implementare.

Il precedente in Francia: i giornalisti fecero ritirare la legge

Così è già successo nel gennaio 2015, quando il governo francese ha cercato di adottare in anticipo gli elementi chiave della direttiva e ha aggiunto misure penali fino a tre anni di carcere e una multa di 375 mila euro per la violazione dei segreti commerciali (fino al doppio quando il vago 'interesse nazionale' potrebbe essere messo in dubbio).
In quell'occasione i giornalisti francesi si sono mobilitati per proteggere la loro libertà di riportare i comportamenti scorretti delle aziende, e sono riusciti a convincere il governo a ritirare il progetto.
Ora il timore è che misure analoghe saranno prese in considerazione di nuovo in tutti gli Stati membri dell'Unione europea in caso di adozione della direttiva, «perché questa», denunciano le associazioni, «stabilisce solo uno standard minimo nella Ue».
PRESSING DELL'INDUSTRIA. Gli Stati membri saranno in grado quindi di andare oltre nel trasporre il testo nella legislazione nazionale, «e l'industria eserciterà la sua pressione affinchè venga fatto».
Questo «creerà una serie di legislazioni irregolari nell'Ue che le aziende saranno in grado di utilizzare, lanciando azioni legali dal Paese che ha le misure più aggressive per la protezione dei segreti commerciali».
Inoltre «l'interesse pubblico», che secondo le associazioni «viene alluso» in alcune parti del documento, e che riguarda appunto il lavoro svolto dai giornalisti e dagli informatori, sarà lecito solo in alcuni casi, per esempio nella «divulgazione di atti illeciti o attività illegali come per esempio davanti a un crimine».
DIRITTI D'AUTORE GIÀ PROTETTI. Secondo i critici così come è stata redatta la direttiva non avrebbe alcuna ragione di esistere visto che c'è già l'accordo internazionale sugli aspetti dei diritti di proprietà intellettuale (il Trips del 1994) che mira a difendere l'uso dei brevetti, i diritti su disegni e modelli o il diritto d'autore.
«Lo scopo dichiarato era di regolamentare la concorrenza leale tra le imprese, ma a causa delle lobby, la legislazione è diventata la regolazione di un diritto generale al segreto commerciale», ha denunciato l'eurodeputato spagnolo di Podemos Miguel Ur.

Diritto all'informazione o privacy delle aziende? Decide il giudice

Il presidente della Commissione Ue, Jean-Claude Juncker.

Così le aziende, criticano i Verdi europei, «potranno ora rivendicare il fatto che tutta una serie di informazioni rivelate dai giornalisti siano segreto commerciale, e il giudice dovrà trovare un equilibrio tra il diritto all'informazione e il diritto rivendicato dalle imprese».
I PICCOLI RISCHIANO. A preoccupare è anche l'inferiore capacità di difendersi «da parte delle piccole testate giornalistiche rispetto ai grandi colossi industriali, che hanno i capitali per poter affrontare un processo», ha osservato il Verde Pascal Durand.
La direttiva prevede inoltre misure precauzionali per vietare la divulgazione di documenti e prove durante le procedure legali, una sorta di bavaglio temporaneo che danneggerebbe ancora di più il lavoro svolto dai media.
Infine i giornalisti che rivelano alcune informazioni dovranno dimostrare al giudice di aver agito con «lo scopo di proteggere l'interesse pubblico, ma l'onere della prova grava tutta sui giornalisti».
MEGLIO NON PUBBLICARE. Il risultato prevedibile è quindi che per evitare di essere denunciati dalle aziende coinvolte nelle inchieste e correre il rischio di affrontare un processo e pagare multe salate, i media decidano direttamente di non pubblicare le notizie.
Un'ipotesi respinta sin dall'inizio dal Partito popolare europeo: la relatrice della direttiva Constance Legrip, eurodeputata Ppe vicina al presidente francese Nicolas Sarkozy, ha più volte spiegato che nella legge, dopo varie modifiche, sono riusciti a ottenere «le garanzie di libertà di stampa e la ricerca essenziale che la accompagna, come la protezione degli informatori».

Iniziativa di 40 organizzazioni per chiedere di votare 'No'

Bandiere europee davanti alla sede della Commissione a Bruxelles.

Rassicurazioni che non hanno convinto 40 organizzazioni tra le quali Terre Solitarie, EcoNexus, Buko pharma-kampagne, Lobby controll, Ligue de droits de l’homme, Health and trade network, Genewatch.
Tutte insieme hanno scritto un documento nel quale spiegano le ragioni del 'No' e chiedono ai deputati di non votare la legge, perché sotto la definizione 'segreti commerciali' le aziende «possono comprendere qualsiasi cosa: una ricetta segreta o un processo di fabbricazione, i piani di un nuovo prodotto, un elenco di clienti, prototipi».
E se il furto di segreti commerciali può essere un vero problema per le aziende, questo «è già punito in tutti gli Stati membri dell'Ue».
«LEGGE SCRITTA DALLE LOBBY». Finora non c'era però una legislazione uniforme in materia a livello europeo, così «un piccolo gruppo di lobbisti che lavorano per le grandi imprese multinazionali (DuPont, General Electric, Intel, Nestlé, Michelin, Safran, Alstom...)», accusano le organizzazioni, «ha convinto la Commissione europea a elaborare una tale legislazione, influenzando tutto il processo legislativo».
Il risultato è stato che «hanno trasformato una direttiva che avrebbe dovuto regolare la concorrenza leale tra le imprese in qualcosa di simile a una copertura totale sui segreti commerciali, che minaccia chiunque abbia bisogno di accedere a una serie di notizie interne delle imprese senza il loro consenso: consumatori, dipendenti, giornalisti, scienziati».
NEI GUAI GLI INFORMATORI. E i primi a essere messi a rischio sono gli informatori: quasi sempre dipendenti disposti a rivelare le azioni scorrette dei loro datori di lavoro.
La definizione di segreto commerciale utilizzata dalla direttiva è infatti così vaga che molte informazioni apprese dai dipendenti potrebbero qualificarsi come tali.
«Solo quelle acquisite grazie alla propria esperienza e competenza» non corrispondono alla definizione di segreti commerciali e sono esplicitamente escluse.
Questo, oltre a provocare un'autocensura, significa che se un domani questi dipendenti vogliono cambiare lavoro, il loro ex capo potrebbe citarli in giudizio «fino a sei anni dopo che hanno lasciato l'azienda», denunciando l'uso di segreti commerciali.
INCERTEZZE GIURIDICHE. Insomma le eccezioni previste nel testo della direttiva «non li protegge in modo corretto, e le enormi incertezze giuridiche create da questo testo avranno un effetto raggelante che impedirà ogni segnalazione da parte delle persone in possesso di informazioni sulla cattiva condotta aziendale o atti illeciti».

Protetti pure gli studi scientifici delle aziende: e la salute dei cittadini?

I laboratori Biotrial a Rennes.

A rischio non è però solo l'informazione, ma la salute pubblica dei cittadini, avvertono le associazioni: «Quanto sono sicuri per esempio i prodotti utilizzati quotidianamente dai consumatori europei?»
Solo un controllo scientifico indipendente può dirlo.
Ma gli studi scientifici che valutano i rischi della maggior parte dei prodotti in Europa sono fatti dai loro produttori, che poi li inviano ai regolatori pubblici, i quali decidono se concedere o meno l'autorizzazione di mercato.
Il problema è che già oggi «i produttori si oppongono sistematicamente alla pubblicazione di questi studi», denunciano le associazioni, «perché li ritengono segreti commerciali. Ed essendo inoltre costoso farli, dicono che non dovrebbero essere visti e usati dai concorrenti».
Una teoria che con la nuova direttiva avrebbe una ragione legale in più per essere sostenuta dalle aziende a scapito dei consumatori.
BAVAGLIO DI BIOTRIAL E MONSANTO. Così è già avvenuto a Rennes, in Francia, dove un uomo è morto nel corso di una sperimentazione clinica.
Gli scienziati indipendenti hanno chiesto di accedere ai dati di questo studio clinico per scoprire cos'era successo, ma la società, Biotrial, si è rifiutata di fornire le informazioni per proteggere i suoi segreti commerciali.
Stessa scusa è stata usata nel caso del glifosato, il principio attivo di erbicida Roundup ad ampio spettro della Monsanto: gli studi scientifici sponsorizzati dall'industria, che sono alla base della valutazione Ue, sostengono sia «improbabile» che la sostanza possa causare il cancro per l'uomo (l'Oms ha sostenuto l'opposto nel 2015, ndr).
Gli studi però non possono essere pubblicati e analizzati da altri scienziati indipendenti perché la Monsanto considera che queste informazioni contengano segreti commerciali.
«STRUMENTO DI MINACCIA». Segreti che con la nuova direttiva rischiano di essere ancora più tutelati, a scapito spesso dell'interesse dei cittadini. «Le sanzioni pecuniarie elevate previste dal nuovo testo in caso di divulgazione senza il consenso dei proprietari daranno infatti alle aziende un ulteriore strumento legale per minacciare le autorità pubbliche in caso queste volessero pubblicare questi studi», mettono in guardia le 40 organizzazioni.

Twitter @antodem

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