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NUCLEARE 13 Aprile Apr 2016 1300 13 aprile 2016

G7 a Hiroshima, l'occasione persa degli Stati Uniti

Ci speravamo: se non le scuse, almeno una riflessione sulle colpe americane. Invece da Kerry solo parole vuote. Ci penserà Obama? L'analisi di Lia Celi.

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Il segretario di Stato americano John Kerry al G7 di Hiroshima.

Un po' ci avevamo sperato, dài.
In fondo alla Casa bianca c'è ancora Barack Obama, che finalmente avrebbe avuto una buona occasione per dimostrare che quel Nobel per la pace non gli era stato dato solo perché è un gran figo e sua moglie coltiva un orto biologico.
E quella roba lì, il fungo, anche se dietro c'erano, almeno all'inizio, Einstein, Fermi e un sacco di altri geni, fa paura a tutti, compresi quelli, tanti, troppi, che la bomba la possiedono.
Perché la sua vera forza strategica, dopo quei giorni di agosto del 1945, non viene dalla divisione dell'atomo, ma dall'elevamento a potenza della paura.
Mai nella storia dell'uomo un'arma vincente è stata impiegata solo una volta e poi basta.
È successo unicamente con gli ordigni atomici, dopo che gli americani li fecero esplodere a Hiroshima e Nagasaki, importanti città di un Giappone ormai allo stremo.
QUEL MALEDETTO FUOCO. Fu tale l'orrore universale per l'immensa strage, a breve e a lungo termine, in cui i più fortunati furono le decine di migliaia di giapponesi disintegrati sul colpo, non quanti morirono arsi e avvelenati lentamente dal maledetto e inestinguibile fuoco evocato dalle invisibili viscere della materia, che nessuna potenza osò più usare le bombe nucleari di cui peraltro continuava a riempirsi gli arsenali.
E il primo sospiro di sollievo dell'umanità alla fine della Seconda guerra mondiale fu subito troncato dallo spettro dell'apocalisse nucleare.
SCUSE NON PERVENUTE. Un po' ci avevamo sperato, sì, che il segretario di Stato americano John Kerry, in visita a Hiroshima, esprimesse a nome degli Stati Uniti, se non delle scuse, almeno qualcosa di simile a una riflessione sulle responsabilità americane per un atto di guerra che in pochi secondi ha spento innumerevoli vite e ha inflitto all'intero genere umano un trauma da cui non si riprenderà più.
Come dopo Auschwitz, dopo Hiroshima hanno perso senso concetti come Dio, giustizia, misericordia.
Da allora l'uomo pensa se stesso in una maniera diversa da prima, sa di poter spazzare via la vita da tutta la terra e pensa che prima o poi qualcuno lo farà, un fantasma raccontato ossessivamente in centinaia di film e libri.

La sproporzione fra l'arma e il danno fece saltare il buonsenso collettivo

La cerimonia a favore della pace nucleare dei ministri degli Esteri riuniti al G7 di Hiroshima.

Anche i bombardamenti ''tradizionali'' spazzarono via popolazioni e città: Dresda, Kobe, Tokyo.
Atti di mega-terrorismo, vanamente condannati dalle convenzioni internazionali e a quel pizzico di ingenuità o di ipocrisia che ancora ora vuole mantenere nella guerra un pizzico di cavalleria - bombardare solo obiettivi militari! Dare agli eventuali civili il tempo di mettersi in salvo! - quando da cent'anni chi fa la guerra sa benissimo che le tempeste di bombe non servono a distruggere l'esercito del nemico, ma a punire il suo Paese per averlo generato.
BASTÒ UN SOLO MINUTO. Ma a Hiroshima e Nagasaki bastò un solo aereo, una sola bomba, un solo minuto.
La sproporzione fra l'arma e l'entità del danno ha fatto saltare violentemente logica e buonsenso collettivo, procurando all'umanità una sindrome da stress post-traumatico che dura da 70 anni e cui ci siamo tanto abituati da considerarla un normale habitus dell'uomo contemporaneo.
Di questo si doveva parlare l'11 aprile 2016 al Parco della Pace di Hiroshima, dove i rappresentanti delle potenze nucleari del G7, Usa, Inghilterra e Francia hanno reso omaggio eccetera, eccetera, e John Kerry ha auspicato la fine della minaccia atomica, anzi - «mi voglio rovinare!» - lo sforzo per scongiurare «la guerra in sé».
Più che in sé, la guerra gli Usa l'hanno fatta e la fanno in altri Paesi, con scarsi risultati negli ultimi 50 anni.
ZITTI, TRUMP CI SENTE. Ma è meglio non insistere su questo punto proprio ora, alla vigilia della corsa alla Casa bianca.
Altrimenti Donald Trump potrebbe promettere di aprire la famosa valigetta fine-di-mondo per risolvere definitivamente i conflitti in Medio Oriente, a meno che non voglia usarla prima per stroncare alla radice il problema dell'immigrazione clandestina dal Messico.
È un po' vicino agli Stati Uniti, è vero, ma nel caso The Donald proteggerebbe la frontiera elevando uno speciale muro anti-radiazioni. Anche se probabilmente pensa che, essendo radiazioni americane, non attaccherebbero mai i propri compatrioti.


Twitter @LiaCeli

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