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RISIKO 14 Aprile Apr 2016 0800 14 aprile 2016

Medio oriente, cosa c'è dietro la pace turco-israeliana

Israele si riavvicina alla Turchia. Dopo le tensioni degli ultimi anni. Obiettivo: rafforzare il blocco sunnita. Contro l'Iran. Un asse che può spostare gli equilibri.

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Vladimir Putin.

Israele si sta allineando formalmente alla “trincea sunnita” contrapposta al blocco sciita siro-libano-iraniano.
Un processo, naturalmente sottotraccia, che emerge in questi giorni nella trattativa che Ankara e Gerusalemme stanno portando a conclusione su un episodio apparentemente marginale: l’incidente della Mavi Marmara del 2010.
In realtà, gli emissari di Bibi Netanyahu e Tayyp Erdogan stanno affrontando un dossier immenso, ben più complesso, in cui i punti che riguardano quella scabrosa controversia sono solo minori.
Il fatto è che sia Erdogan, che l’ha detto pubblicamente nel dicembre scorso, sia Netanyahu hanno oggi chiarissimo che per difendere la propria sicurezza nazionale e i propri interessi di potenze regionali è indispensabile costruire una enorme “massa critica” politico-militare, che si erga a ostacolo e, forse, a contrasto del blocco sciita-iraniano.
LE TRAME DELLA RUSSIA. Un passaggio reso indispensabile dal recente e irruente ingresso della Russia a fianco dell’Iran e dei suoi alleati, con conseguente svolta mai vista prima.
Vladimir Putin, grazie agli errori di Barack Obama (imperniati sulla logica dell’accordo sul nucleare con Teheran), è infatti riuscito a contribuire in maniera determinante al coronamento di uno storico sogno di Mosca, mai sfiorato neanche negli anni di maggiore potenza sovietica: la costituzione di una immensa fascia di Medio oriente in cui la Russia esercita una influenza politico-militare diretta e decisiva.
Una fascia che inizia con la 'Crimea sul Mediterraneo' impiantata dalla flotta russa a Latakia e Tartous, che costeggia il mare, comprende il Libano, gran parte della Siria, l’Iraq e l’Iran, terminando a ridosso del confine con l’Afghanistan.

Israele affianca il blocco Ankara-Riad

Benjamin Netanyahu, premier israeliano.

Questo mastodontico mutamento dello scenario mediorientale, che ovviamente vede una speculare diminuzione dell’influenza americana, è stato oggetto per sei anni di colloqui preoccupati e intensi con Obama da parte di Netanyhau, Erdogan, del re saudita Abdullah e ora Salman, del re di Giordania Abdullah II, del presidente dell’Egitto al Sisi, del re del Marocco Mohammed VI e di tutti i sovrani del Golfo. Invano.
Non solo Obama si è sempre rifiutato di afferrare il pericolo destabilizzante di questa novità, ma ha trattato con tale sprezzo i suoi interlocutori mediorientali (basti guardare agli insulti che ha diretto nella sua intervista a New Atlantic ai regnanti sauditi) che questi affermano ormai di «non rispondere al telefono al presidente americano» (Erdogan), o sono apertamente in rotta di collisione con la Casa Bianca (Netanyahu).
NETANYAHU CAMBIA STRATEGIA. Valutata con attenzione questa evoluzione, Netanyahu ha deciso di modificare - silenziosamente - la posizione assunta nei confronti della crisi siriana dal 2011 in poi. Una politica attendista, di basso profilo, che mal celava la soddisfazione per l’implosione dell’unico esercito tradizionale che avrebbe potuto attaccare Israele dai confini.
Ma l’attendismo israeliano non ha più spazio da quando Assad è stato rimesso abbastanza saldamente sul trono.
Da qui la trasparente decisione di affiancare Israele al blocco Ankara-Riad, che peraltro, a partire dal dilagare della destabilizzazione iraniana nello Yemen, ha apprestato una sorta di Nato arabo-turco-sunnita (che comprende persino i lontani Marocco e Pakistan), la quale lentamente sta dando i suoi frutti sul piano politico anche in Siria e in Libia.
La necessità di fare fronte all’avversario iraniano ha infatti portato Ankara e Riad a sorpassare le loro divergenze sull’opposizione siriana (Erdogan appoggiava i Fratelli Musulmani, che Riad vede come il fumo negli occhi) e soprattutto, come vediamo oggi, sulla Libia.
I RAPPORTI CON L'ARABIA. Qui, Erdogan ha palesemente “mollato”, tramite il fedele emissario Beladjie, la difesa a oltranza del governo dei Fratelli Musulmani di Tripoli e ha permesso, dopo due anni di oltranzismo intransigente, che si inizi una pur fragile road map che li vede assolutamente emarginati.
Israele, intanto, tende da anni una fittissima rete di rapporti carsici con l’Arabia, che in una prima fase prevedevano addirittura il via libera nei cieli sauditi ai jet israeliani nel caso fosse stato necessario bombardare le centrali atomiche iraniane e che mano mano si sono estesi a una intensa collaborazione su più livelli.
Ma a questo processo mancava, e manca tuttora, il tassello più importante: la ricostituzione di quella alleanza militare e politica tra Israele e la Turchia che è stata uno dei baricentri della stabilità mediorientale dopo il 1980 e fino al 2010.

Mavi Marmara e non solo: il great game Mediterraneo

Il premier turco Recep Tayyip Erdogan.

Caduto lo scià dell’Iran, Israele ha infatti trovato nella Turchia un valido alleato.
L’integrazione delle forze armate dei due Paesi ha fatto passi da gigante, manovre militari congiunte israelo-turche si sono tenute ogni anno, Ankara ha acquistato da Gerusalemme carri armati e sofisticatissime apparecchiature per la cyber war e si è arrivati al punto che nel 2003, con Erdogan già regnante, la flotta turca si è disposta appena al di fuori delle acque territoriali di Israele per contrastare un eventuale attacco missilistico di Saddam Hussein (replica di quello del 1991), in risposta alla invasione americana dell’Iraq.
Ma nel 2010 l’incidente della Mavi Marmara ha esasperato le tensioni tra la direzione islamista di un Erdogan sempre più schierato - irresponsabilmente - a difesa di Hamas e il governo Netanyahu.
L'INCIDENTE DEL 2010. Clamorosi errori tecnico-militari dei fanti di marina di Israele nel condurre l’attacco alla Freedom Flotilla hanno suggellato la rottura tra i due Paesi.
Più volte, Netanyahu ha cercato di ricomporre i suoi rapporti con Ankara (in un caso, l’accordo già raggiunto fu boicottato da Avigdor Liebermann), ma oggi ha tutte le chance per riprovarci.
Alle sostanziose motivazioni geopolitiche e militari esposte finora se ne aggiunge infatti una decisiva: l’energia.
I due immensi giacimenti metaniferi che Israele (con la collaborazione anche dell’Eni) ha individuato e si accinge a sfruttare al largo di Cipro delineano infatti una ipotesi obbligata di integrazione tra le economie turca e israeliana di lungo periodo.
LA MEDIAZIONE DEL SULTANO. Erdogan, che inizialmente aveva mandato la flotta, ha preso rapidamente atto di non potere ottenere nulla in modo aggressivo e ha aperto un complesso tavolo a più piani di trattative. Addirittura ha favorito e sta favorendo la pacificazione tra le due Cipro.
In questo contesto complesso e articolato si colloca, in posizione di baricentro, l’accordo in fieri che chiuda l’affaire Mavi Marmara.
Un great game Mediterraneo di immenso rilievo.

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