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CONSULTAZIONE 16 Aprile Apr 2016 1800 16 aprile 2016

Referendum sulle trivelle, la sfida tra sì e no in 5 punti

Quanto rischia l'ambiente? Cosa può succedere alle rinnovabili? E all'economia? Chi smantellerà gli impianti? Renzi subirà colpi? Gli scenari in caso di sì e di no.

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In Italia il 17 aprile 2016 si vota il referendum sulle trivelle.

Trivelle, si vota.
Domenica 17 aprile 2016 è il giorno del referendum.
E in molti non hanno ancora deciso se andare a fare una croce sul ''sì'', sul ''no'' o astenersi.
Urne aperte in tutta Italia dalle 7 alle 23: gli elettori devono esprimersi su una questione piuttosto tecnica, ma dietro alla quale si nasconde la battaglia sulle politiche energetiche del nostro Paese.
Il tema è quello dei permessi dati alle compagnie per estrarre gas e petrolio in mare, entro 12 miglia dalla costa (oltre rimane comunque possibile): questi devono durare fino all’esaurimento del giacimento, come avviene attualmente grazie a un emendamento del governo Renzi alla legge di Stabilità 2016, oppure fino al termine della concessione, come vogliono i promotori del referendum che puntano ad abrogare (cioè sopprimere) quell'emendamento?
DISMISSIONI O AVANTI TUTTA? Se si dovesse raggiungere il quorum (con la partecipazione cioè del 50%+1 degli aventi diritti al voto) e nel caso vincesse il ''sì'', le piattaforme sotto costa dovranno essere dismesse allo scadere del periodo delle concessioni, lasciando parzialmente inutilizzate le riserve dei giacimenti.
Al contrario (in caso di mancato quorum o di predominanza di ''no''), le compagnie potranno mantenere gli impianti in acqua per un tempo indeterminato.
Quali sono le ragioni dei due schieramenti? Lettera43.it lo ha chiesto a due esponenti delle fazioni 'rivali'.
«BONIFICA DEL NOSTRO MARE». Il responsabile scientifico di Legambiente, Giorgio Zampetti, spiega che «se passa il “sì”», come si augura, «potremmo finalmente assistere a una bonifica del mare italiano, dove le compagnie petrolifere inquinano l'ambiente in cambio di un ritorno minimo in termine di estrazione».
«SETTORE ECONOMICO CHIAVE». Chicco Testa, presidente di Assoelettrica e membro del comitato contrario al voto “Ottimisti e Razionali”, replica che «se passa il “no” o non viene superato il quorum, manterremo in vita un settore importante per l'economia e per l'energia, evitando di dover importare da altri quello che possediamo e dimostrando al resto del mondo che siamo un Paese affidabile per futuri investimenti».
CINQUE PUNTI PER CAPIRE. Ecco cinque questioni-chiave che orbitano intorno alla consultazione e gli senari diversi in caso di ''sì'' o di ''no'' (in cui è compresa l'eventualità di non raggiungimento del quorum dovuta all'astensione).



1) Le trivelle mettono davvero a rischio l'ambiente?

Se vince il ''sì'' «acque e fondali immediatamente più puliti»

«Se dovessimo riuscire a far passare il referendum», spiega Zampetti, «ci sarebbe un effetto immediato. Le compagnie hanno concessioni che scadono in un periodo che va dal 2018 al 2027, con un'eccezione che termina nel 2034. In 10-15 anni quelli che sono impianti inquinanti e poco produttivi dovranno essere dismessi a spese delle aziende, con benefici per il mare, i fondali e l'ambiente in generale».
Secondo i dati del ministero dell'Ambiente e di Ispra, intorno alle piattaforme sono stati evidenziati valori al di sopra della norma su sostanze oleose e scarti di idrocarburi.
DISMISSIONI IN TEMPI MOLTO LUNGHI. «Le compagnie sono obbligate a fare la bonifica una volta scaduta la concessione, ma con la formulazione attuale della legge, questo momento potrebbe arrivare tra moltissimo tempo», dice Zampetti.
«Se la scadenza coincide con l'esaurimento del giacimento, le società potrebbero anche decidere di estrarre molto poco e mantenerli in vita per altri 100 anni. Avremmo quindi impianti sempre più vecchi e sempre più inquinanti in mezzo al mare».

Se vince il ''no'' «piattaforme comunque vigilate e controllate»

«Le piattaforme non hanno conseguenze sull'ambiente, tanto che l'Emilia Romagna», sostiene Testa, «che è la regione con maggior numero di piattaforme al largo, è anche una di quelle con i flussi turistici più importanti, e questi impianti sono tra i soggetti più vigilati e controllati in assoluto».
CONCENTRARSI SU SCARICHI E DEPURATORI. Secondo il presidente di Assoelettrica i problemi veri per l'ambiente sono due: uno già esistente e uno che potrebbe presentarsi proprio con il ''sì'' al referendum.
«Gli ambientalisti seri si preoccupano degli scarichi in mare e dei depuratori. Alcune delle regioni che protestano per le trivelle, soprattutto nel Mezzogiorno, hanno i depuratori in condizioni assolutamente insufficienti. In Puglia, dove è governatore Michele Emiliano, (uno dei principali promotori del referendum, ndr), non c'è neanche una piattaforma sotto le 12 miglia, ma secondo i dati di Legambiente le acque presentano, in molti punti, ancora livelli di inquinanti molto elevati».
SI PUÒ INQUINARE ANCHE IMPORTANDO. Paradossalmente, dal punto di vista di Testa, si rischia di inquinare il mare ancora di più rinunciando alle estrazioni.
«Dovremmo importare dall'estero le quantità di gas e petrolio che non estraiamo in Italia e il traffico di navi petroliere e metaniere inquinerebbe ben più delle piattaforme».

2) Come cambierà l'approccio del governo sulle rinnovabili?

Se vince il ''sì'' «incentivo alle risorse green»

Per Zampetti il problema di dover importare dall'estero in realtà non si pone.
«Non dovremmo compensare acquistando altrove», sostiene, «perché in realtà noi abbiamo un calo di consumi di gas e petrolio che è andato via via aumentando negli anni. L'utilizzo di petrolio è sceso del 33% negli ultimi 10 anni, e quello di gas del 22%. Un trend che proseguirà. Non abbiamo il problema di trovare nuove fonti fossili. Già oggi importiamo molto più gas di quello che ci serve».
MANCA ANCORA UNA LEGGE. Una strada, quella della dismissione degli impianti, che dovrebbe spingere a una maggiore attenzione verso le energie rinnovabili, piuttosto, secondo l'idea di Legambiente.
«Partiamo dal gas e diamo due numeri», continua, «oggi estraiamo dalle piattaforme entro le 12 miglia 1,8 miliardi di metri cubi all'anno di gas, mentre abbiamo un potenziale di biometano prodotto dalla raffinazione del biogas e dagli scarti agricoli pari a 13 miliardi di metri cubi. Questa potrebbe essere subito un'alternativa. L'unico problema è che manca ancora una legge che permetta lo sfruttamento di queste risorse».

Se vince il ''no'' «avremo ancora bisogno del fossile»

Nella visione di Testa, il mondo in cui viviamo è ancora troppo legato agli idrocarburi per poterci rinunciare, e le rinnovabili non bastano ancora a mandare avanti la società in cui viviamo.
«Dire che le risorse a cui rinunceremmo nell'Adriatico sarebbero recuperabili in altri settori energetici è una bestialità», spiega, «non è che se noi smettiamo di estrarre gas, il giorno dopo ci mettiamo a fare l'eolico. Il giorno dopo aumentiamo le importazioni dall'estero, trasferendo posti di lavoro da qui alla Nigeria, piuttosto che al Kazakistan».
«LE AUTO ELETTRICHE? ANCORA PRESTO». Inoltre «le energie rinnovabili servono fondamentalmente a produrre elettricità, mentre qui stiamo parlando dei trasporti, dei riscaldamenti e della petrolchimica, per i quali servono ancora gas e petrolio».
E ancora: «Le auto elettriche arriveranno, ma per adesso abbiamo 30 milioni di automobili da far andare avanti e importiamo il 90% delle nostre risorse energetiche. Il gas, comunque, è considerato un combustibile pulito, e la maggior parte delle trivelle in Italia estrae proprio gas».

3) Quali danni potrebbe subire la nostra economia?

Se vince il ''sì'' «nessuna grossa differenza per le casse dello Stato»

Arriviamo a una delle questioni più delicate: i costi e i vantaggi dell'operazione.
Secondo Zampetti il problema va ridimensionato.
«Se parliamo delle piattaforme entro le 12 miglia», spiega il responsabile scientifico di Legambiente, «ci sono attualmente 25 concessioni che estraggono gas, ma di queste sono già 20 a non pagare le royalty (percentuali sui guadagni) allo Stato, perché estraggono meno gas rispetto alla franchigia minima. Se anche domani chiudessimo tutte queste attività, non ci sarebbe una grossa differenza di gettito nelle casse dello Stato».
UN SETTORE CHE È GIÀ IN CRISI. In termini di guadagni e perdite economiche insomma il Paese non ne risentirebbe.
E allo stesso tempo anche l'occupazione nel settore dovrebbe reggere bene il colpo.
«In effetti, con il ''sì'', quando arriveranno a scadenza le attività bisognerà provvedere alla riconversione dei posti di lavoro», dichiara Zampetti, sottolineando però che «questo è un settore già in crisi da tempo, in forte contrazione e che ha già visto parecchi licenziamenti. Per cui continuare a insistere su questi posti di lavoro e sul loro mantenimento vuol dire in realtà cercare di nascondere un problema che prima o poi si ripresenterebbe comunque. Inoltre il referendum di fatto ripristina la legge sulle estrazioni così come era prima della legge di Stabilità, per cui erano scadenze che il lavoratore e le compagnie già avevano previsto».

Se vince il ''no'' «benefici per gli investimenti futuri»

Secondo Testa «più che un colpo alle casse, il ''sì'' sarebbe un danno all'immagine dell'Italia. È chiaro che tutto il mondo considererebbe il nostro Paese un posto da evitare per futuri investimenti nel campo energetico», sostiene Testa.
«Ed è un rischio da evitare assolutamente. Abbiamo, per esempio, un importantissimo giacimento di gas in Basilicata che potrebbe risvegliare l'economia della regione e riportare investimenti, cosa di cui ha bisogno come il pane».
IDROCARBURI STRATEGICI. E tra l'altro «considerare l'industria del gas e del petrolio un'industria del passato è un errore. Abbiamo una leadership tecnologica fondamentale, il distretto di Ravenna, le piattaforme Eni e Saipem in giro per il mondo che sono considerate dei gioielli tecnologici. Stiamo piano piano smantellando l'industria italiana».

4) Cosa comporta la dismissione degli impianti?

Se vince il ''sì'' «niente sanzioni dall'Europa»

Uno dei punti su cui più si dibatte è l'eventuale spesa per dismissione delle piattaforme in caso di vittoria del sì.
Un possibile scenario vedrebbe l'Eni costretta a una spesa di circa 5-10 milioni di euro per ogni impianto smantellato.
«La dismissione è a carico delle compagnie», spiega Zampetti, «che sono obbligate, nel momento in cui cade la concessione, a riportare i luoghi nello stato in cui li hanno trovati. Molte di queste concessioni vanno avanti da decenni, e con l'emendamento che vogliamo abrogare si dà alle compagnie la possibilità di rimandare questo momento praticamente all'infinito».
TORNANO I TERMINI PRE-STABILITÀ. Il rischio che le aziende aprano contenziosi con lo Stato nel caso siano costrette a rinunciare ai loro progetti, secondo il responsabile scientifico di Legambiente non ci sarebbe.
Perché con il sì al referendum si ripristinerebbe di fatto la scadenza che era prevista prima della legge di Stabilità, cioè quando gli accordi con lo Stato sono stati fatti.
«Anzi», aggiunge Zampetti, «c'è piuttosto la possibilità che sia l'Europa ad aprire una procedura di infrazione contro il nostro Paese, perché è contro le direttive europee rilasciare concessioni senza una scadenza precisa. Nel caso passasse il ''no'', potrebbero arrivare sanzioni».

Se vince il ''no'' «scongiuriamo il rischio di conteziosi con lo Stato»

Le compagnie petrolifere sono obbligate ad accantonare risorse in misura sufficiente per pagare a fine ciclo lo smantellamento delle piattaforme.
«È chiaro che chi ha ottenuto le concessioni ha fatto i suoi conti», dice Testa.
«Questi sono investimenti che dal momento in cui si pensano a quando iniziano a rendere passa molto tempo, perché c'è tutta una fase di ricerca, poi si devono realizzare le piattaforme, le infrastruture... Sono tutti investimenti con costi molti alti. Naturalmente uno cerca di ammortizzarli nell'arco della vita utile dell'impianto».
«IN ITALIA OPERANO PURE STRANIERI...». «Ma se io Stato modifico le regole», continua il presidente di Assoelettrica, «mi troverò di fronte a dei contenziosi nazionali e internazionali (in Italia operano anche compagnie straniere, ndr), in cui le aziende chiederanno soddisfazione di un danno provocato. Rischieremmo di pagarla anche da quel punto di vista».

5) Il referendum ha conseguenze politiche per Renzi?

Se vince il ''sì'' «duro colpo al governo»

Sul voto di domenica 17 il governo si è schierato in maniera decisa contro il fronte del ''sì'', con il premier Matteo Renzi che ha invitato i cittadini all'astensione e ha addirittura definito il referendum una «buffonata».
STRATEGIA BOCCIATA. «Se vincesse il “sì”», conclude Zampetti, «si darebbe un duro colpo al governo, e sarebbe un segnale forte contro quella che è stata una politica molto favorevole alle attività estrattive intrapresa dal governo Renzi. Ma soprattutto sarebbe un modo per ridare slancio allo sviluppo dello sfruttamento delle rinnovabili, su cui l'Italia deve puntare di più».

Se vince il ''no'' «la sconfitta è delle Regioni anti-premier»

Il referendum di domenica è il primo nella storia d’Italia a essere stato ottenuto dalle Regioni.
Sono nove per l'esattezza i consigli regionali che hanno depositato le firme per la consultazione.
I governatori fautori della proposta sono in buona parte iscritti al Partito democratico, al cui interno le divisioni si fanno sempre più forti.
«È chiaro che Renzi può uscirne rafforzato o indebolito», sostiene Testa, «ma a me piace in ogni caso che il premier si sia esposto in prima persona e che abbia introdotto, rispetto al solito politically correct, degli elementi di discontinuità importanti».
«BATTAGLIA TRA IDEALISTI E REALISTI». «Questa battaglia non è tra ambientalisti e non ambientalisti», conclude, «qui c'è una divisione tra una concezione realistica delle cose e una romantica e inutilmente costosa».


Twitter @apradabianchi

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