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DIPLOMATICAMENTE 19 Aprile Apr 2016 1553 19 aprile 2016

L'Arabia affila le armi: un monito per l'erede di Obama

Barack si prepara a incontrare re Salman. Che sarà tutt'altro che accondiscendente. Un avvertimento nemmeno troppo velato al prossimo presidente americano.

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Il presidente americano Barack Obama.

Alla vigilia o quasi della firma dell’accordo dei 5+1 (i membri del Consiglio di Sicurezza dell’Onu più la Germania) sul programma nucleare iraniano, Barack Obama chiamò a Camp David le monarchie del Golfo.
Voleva rassicurare questi partner storici, Arabia Saudita in primis, fortemente contrariati dall’apertura di credito fatta a Teheran con quell’accordo, circa l’inalterato impegno americano a garanzia della loro sicurezza.
Vi riuscì solo in parte nel merito e dovette comunque far buon viso al cattivo gioco del re saudita Salman che decise di declinare l’invito e di farsi rappresentare dal principe ereditario.
L'ULTIMA VOLTA DI OBAMA. A un anno di distanza le parti si invertono con Obama a Riad per incontrare prima, in bilaterale, il re Salman e poi il Consiglio di cooperazione del Golfo (Gcc) che riunisce le monarchie della penisola.
A otto mesi dalla fine del suo mandato, questa sarà con tutta probabilità – salvo eventi straordinari – l’ultima visita del presidente americano in quell’area e forse anche l’ultimo incontro con quei capi di Stato. Oltre a una visita di restituzione si tratterà pertanto di un incontro che avrà il senso di un momento-simbolo dell’eredità che Obama vorrà lasciare al suo successore.
Diamo per scontata la riaffermazione dei vincoli strategici che da decenni legano gli Usa a quelle monarchie e in special modo all’Arabia e che si sono ampliati e approfonditi ben al di là del binomio energia-sicurezza che pure è mutato nei termini sostanziali. Assai meno scontato è il tono e il modo con cui vorrà farlo.
ATTENZIONE AI TONI. Di certo non lo farà adombrando un aggiornamento dei fondamentali della sua strategia mediorientale che tanti dissapori e qualche crepa ha implicato in quei vincoli, perché portata avanti attraverso passaggi che sono suonati come dettati da incertezze e ripensamenti (sul futuro di Bashar al Assad, ad esempio) ovvero dalla visione di un’area governata da un equilibrio policentrico assicurato da tutti i suoi membri, incluso un Iran reso (ottimisticamente/ingenuamente) disponibile a svolgere un ruolo costruttivo grazie all’accordo sul nucleare sigillato nel luglio del 2015.
Non potrà farlo neppure con dichiarazioni tanto positive da poter suonare come smentita diretta o indiretta di quanto consegnato all’opinione pubblica mondiale, da ultimo attraverso la famosa intervista ad Atlantic, con le ben note accuse di opportunismo, di radicalismo e di incapacità di trovare una “pace fredda” con Teheran rivolte all’Arabia.
IL FRAGILE EQUILIBRIO CON RIAD. Dovrà anzi stare attento a misurare bene le espressioni di partenariato/alleanza/amicizia con Riad per non incoraggiare i membri del Congresso intenzionati a riaprire il dossier dell’11 settembre 2001 sulle possibili responsabilità di quell’eccidio a carico di esponenti sauditi, sia pure non governative.
Evento contro cui l'Arabia ha già minacciato di rispondere con pesanti ritorsioni finanziarie (disinvestimento di oltre 700 miliardi in dollari americani), mentre continua a sostenere l’azione intrapresa dal giudice di New York George Daniels avverso un asserito coinvolgimento dell’Iran nella preparazione della stessa strage.

Monarchie del Golfo sul piede di guerra

Salman Bin Abdulaziz Al Saud, re dell'Arabia Saudita.

Nello stesso tempo le monarchie del Golfo si attendono una sottolineatura di Obama circa le azioni “destabilizzanti” portate avanti da Teheran nei Paesi che ospitano minoranze o maggioranze sciite (come in Bahrein) e il suo massiccio intervento diretto e indiretto (attraverso Hezbollah) nelle crisi siriana e irachena.
Si attendono soprattutto una robusta presa di posizione da far valere nello stanco e frustrante negoziato di Ginevra.
YEMEN AL CENTRO DEI COLLOQUI. La tuttora problematica dinamica yemenita dove la traballante tregua rischia di far franare il terzo tentativo di composizione negoziata della guerra civile, dove l’Arabia è intervenuta militarmente a fianco del legittimo presidente Hadi assieme a un cospicuo numero di Paesi arabi (Egitto e Sudan in testa) e col sostegno logistico e di intelligence degli Usa, sarà al centro dei colloqui.
La Risoluzione che ha legittimato l’intervento saudita resta la piattaforma del negoziato che doveva aprirsi il 18 aprile, ma è sempre meno probabile che le sue stringenti disposizioni possano offrire lo sbocco realisticamente perseguibile nelle condizioni attuali, avvelenate dal dominante veleno “per procura” che contraddistingue questa guerra.
IL NODO DELL'ANTI-TERRORISMO. La valutazione che ne darà Obama sarà di grande interesse, così come sarà significativo quanto affermerà il presidente americano in materia di anti-terrorismo.
Non tanto e non solo in relazione al mutuo riconoscimento della priorità assegnata alla minaccia dell’Isis, implicita nella partecipazione del Golfo alla coalizione internazionale lanciata da Washington nel settembre 2014, quanto e soprattutto in relazione all’auspicata valorizzazione sia della coalizione di 34 Paesi sunniti anti-terrorismo varata dall’Arabia nel dicembre del 2015 sia dell’impegno assunto nella stessa direzione dal Vertice della Conferenza per la cooperazione islamica (che raccoglie ben 57 Paesi islamici) tenutasi a Istanbul il 14 e 15 aprile.
IMPROBABILE SILENZIO SU HEZBOLLAH. Difficile pensare che Obama si spinga al di là di una positiva presa d’atto di questa duplice operazione, che tra l’altro risente in maniera marcata della sua ispirazione anti-iraniana, ma di certo non potrà non allinearsi all’accusa di terrorismo rivolta a Hezbollah libanese e mostrare condivisione per il richiamo fatto dalla stessa Oic a Teheran perché ricerchi le vie di un concreto esercizio di buon vicinato, evitando interferenze indebite.
Forse qualche concessione in più vorrà farla in materia di armamenti, con particolare riferimento alle prove missilistiche che lo stesso Alto rappresentante Ue Mogherini ha garbatamente stigmatizzato nel corso della sua vista a Teheran del 16 aprile.
LA PARTITA SUL PETROLIO. Nell’agenda di questi giorni non mancheranno, infine, riferimenti al “non-esito” del vertice petrolifero di Doha e alle sue ripercussioni sul mercato dello shale americano oltre che su quello regionale (Iran e Iraq) e internazionale.
Insomma, si tratterà di una visita nella quale Obama troverà degli interlocutori ben decisi, Arabia Saudita in testa, a far valere il loro mutato posizionamento geopolitico rispetto all’anno scorso. Anche a uso e consumo, e monito, per gli attuali candidati alla sua successione.

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