Renzi Sfiducia 160419184423
PARLAMENTO 19 Aprile Apr 2016 2309 19 aprile 2016

Senato, respinte le due mozioni di sfiducia al governo

Il governo supera due voti. Con i no che doppiano i sì. Renzi: «Basta barbarie giustizialista».

  • ...

Il presidente del Consiglio Matteo Renzi durante la discussione delle due mozioni di sfiducia contro il suo governo al Senato, 19 aprile 2016.

Due mozioni di sfiducia, un solo esito. Il governo Renzi resta in piedi, saldo, realizzando il nuovo record di voti favorevoli in Senato dopo i 181 con cui era stato varato il ddl Boschi sulle riforme costituzionali. La proposta del Movimento 5 stelle, legata al Petrolgate emerso dall'inchiesta della procura di Potenza e costato le dimissioni all'ex ministro dello Sviluppo Federica Guidi, ha raccolto 96 voti favorevoli e 183 contrari. Quella di Forza Italia, Lega Nord, Conservatori e riformisti, 93 sì e 180 no. Il Partito democratico ha votato compatto per il suo premier, ma decisivi sono stati i voti di Area popolare e Ala. Tra le polemiche di M5s e Fi.
LE OPPOSIZIONI: «SALVATI DA ALA». «Gli italiani devono sapere - con chiarezza - che la mozione di sfiducia sarà bocciata da quest'Aula per un motivo molto semplice», ha attaccato Nunzia Catalfo, capogruppo M5s e prima firmataria della mozione numero 551, «ancora una volta il gruppo del senatore Verdini, proprio quello che ieri è stato rinviato a giudizio per la sesta volta in due anni, e proprio quello condannato per concorso in corruzione, voterà con la maggioranza».
Una posizione condivisa da Stefano Candiani, Lega Nord: «Oggi avremo la certificazione da chi è composta la maggioranza di governo. Il governo Renzi non lo reggete voi, ma lo regge Ala, Verdini, non lo reggete voi, non dovreste piegarvi a questi interessi, dovreste votare la sfiducia», aveva detto il rappresentante del Carroccio intervenendo in Aula durante le dichiarazioni di voto. «Siete degli intrallazzoni e noi non vogliamo un governo di intrallazzoni».
RENZI: «ACCETTO LA SFIDA SULLA MORALITÀ». Il premier Renzi ha replicato alle accuse piovute sul suo governo, annunciando di voler accettare la sfida sulla moralità, «tema sempre scivoloso», e invocando uno spirito garantista: «L'Italia ha conosciuto figure di giudici eroi ma questo Paese ha conosciuto negli ultimi 25 anni pagine di autentica barbarie legate al giustizialismo» in cui «l'avviso di garanzia è stata una sentenza mediatica definitiva».
Nessuna volontà di delegittimare i tribunali: «La vicenda non è chiusa, i giudici devono parlare con le sentenze e fare presto», ha spronato Renzi.
Il premier ha sfruttato l'occasione per difendere le sue riforme: «Abbiamo realizzato il programma», e ha difeso le forze che lo sostengono, «Ncd e Ala sono rimaste nel patto del 2011, è Forza Italia che ha cambiato idea».
Quindi, la correttezza dell'operato dell'esecutivo: sul quale dall'inchiesta lucana non pende «alcuna ipotesi di corruzione».
NESSUNA PAROLA SU GUIDI. Renzi non ha citato la vicenda del ministro Guidi, dimessasi per le intercettazioni con il compagno per le autorizzazioni su Tempa Rossa, né ha accennato a chi sarà il successore. Ma ha respinto l'accusa di un governo vicino alle lobby.
«Se è un peccato cercare di sbloccare l'Italia accusateci di questo peccato», ha rivendicato nel suo intervento, «se è reato, controllate il codice penale perché non c'è. Noi ascoltiamo tutti e poi facciamo noi. Questo significa avere la spina dorsale dritta e noi rispondiamo a viso aperto di quello che facciamo».
«SI ARRIVI PRESTO A SENTENZA». È proprio per fare chiarezza, «per individuare il colpevole» e riavviare un progetto fermo a causa delle indagini con «400 dipendenti di Viggiano da domani in cig» che il presidente del Consiglio è tornato a incalzare i magistrati di Potenza di arrivare a sentenza. «Io sono per la giustizia», è stato il distinguo del capo del governo, «e non per i giustizialisti». Per questo, ha polemizzato col Movimento 5 stelle, lui non ha chiesto «le dimissioni per l'assessore M5s indagato a Livorno».
Una presa di posizione che ha trovato completamente d'accordo l'ex capo dello Stato Giorgio Napolitano che anche il 19 aprile è intervenuto contro la pubblicazione di «intercettazioni manipolate»: «In passato ci sono stati casi gravi di montature giornalistiche contro persone che hanno ricevuto avvisi di garanzia e poi sono state scagionate, ma hanno pagato un prezzo altissimo dal punto di vista della vita privata», ha affermato ricordando il suo consigliere Loris D'Ambrosio.
IL PREMIER PARTITO PER IL MESSICO. Le opposizioni hanno rumoreggiato, Beppe Grillo ha cavalcato lo scandalo petrolio chiedendo dal blog la sfiducia «per occuparci dei cittadini e non delle lobby», la sinistra ha accusato «il conflitto di interessi e la contiguità delle lobby».
Ma il premier, dopo l'intervento, ha immediatamente lasciato Palazzo Madama per partire per il Messico. Non senza aver prima rivendicato la politica energetica del governo: «Abbiamo bloccato cinque centrali a carbone», e aver dato l'arrivederci al referendum sulle riforme. «Ero venuto qui molto motivato», ha ironizzato, «Di Maio e Salvini avevano spiegato che la mozione contro il governo sarebbe passata. Poi qui avete ammesso che la mozione non passerà, che sarà per la prossima. Ma ormai siamo abituati a sentirci dire che sarà la prossima. Aspettiamo pazientemente».

Correlati

Potresti esserti perso