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TENSIONE 19 Aprile Apr 2016 0924 19 aprile 2016

Usa-Arabia Saudita, il dossier 11 settembre minaccia le relazioni

Obama potrebbe desecretatare il documento. Accusando Riad di finanziare gli attentati. A rischio 750 miliardi. Le cose da sapere.

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C'è un dossier che agita gli Stati Uniti. E rischia di alterare i già fragili rapporti con l'Arabia Saudita. Proprio alla vigilia del viaggio a Riad di Barack Obama.
Ventotto pagine che rivelerebbero venità inedite sui tragici attentati dell'11 settembre, chiamando in causa presunti finanziatori di origine saudita
L'intelligence americana starebbe valutando l'opportunittà di desecretare i documenti, per stessa ammissione del presidente Obama, che ne ha parlato in un'intervista concessa alla Cbs nell'imminenza del viaggio.
IL PRESSING DELLE FAMIGLIE. A premere per rendere pubblico il dossier sono stati diversi membri della Camera e del Senato, tra cui la leader della minoranza democratica Nancy Pelosi, e le famiglie della vittime.
«LAVORO QUASI FINITO». Il fascicolo fa parte di un più ampio report del governo sugli attacchi dell'11 settembre, dove si fanno congetture sul ruolo dell'Arabia Saudita.
«Ho un'idea di cosa ci sia scritto» - ha spiegato Obama - «ma la nostra intelligence, guidata da Jim Clapper, ha dovuto assicurarsi che le informazioni, una volta rilasciate, non compromettessero la sicurezza del Paese. Credo che Clapper abbia quasi finito questo lavoro».

Il rapporto secretato da George Bush

Il rapporto è stato stilato nel 2002 dalla Commissione d’inchiesta parlamentare congiunta sull'attività dei servizi segreti. A secretarlo fu l'allora presidente George W. Bush.
In quelle pagine sarebbero tracciati i rapporti finanziari intercorsi tra Arabia Saudita e al Qaeda, con particolare riferimento al supporto finanziario offerto ai 19 dirottatori (di cui 15 di nazionalità saudita) e al ruolo svolto da principe Turki bin Faisal, allora capo dell’intelligence, e dal principe Bandar bin Sultan, all’epoca ambasciatore saudita a Washington e amico dei Bush.
GRAHAM: «AL QAEDA CREATURA SAUDITA». L’ex senatore Bob Graham, che di quella Commissione era co-presidente, ha più volte in passato chiesto la declassificazione del capitolo. «La pubblicazione di quelle pagine non costituirebbe una minaccia alla sicurezza nazionale», ha detto, «mentre lo è il loro occultamento. I sauditi sanno cosa hanno fatto e sanno che il governo Usa lo sa e lo vuole tenere segreto: questo ovviamente li induce a continuare a fare lo stesso. Al Qaeda è stata una creatura saudita».

La copertura dei sospetti sauditi

Alcune informazioni contenute in quelle 28 pagine sono già trapelate. Si parla, per esempio, di una fitta rete di rete di telefonate intercorsa, appena prima dell'11 settembre, tra l'ambasciata saudita e un uomo considerato tra gli addestratori dei dirottatori.
DENARO DAL PRINCIPE BANDAR. Ma anche del trasferimento di 130 mila dollari dalla famiglia del suddetto principe Bandar, poi divenuto ambasciatore, al conto corrente di un altro uomo che avrebbe istruito gli attentatori.
Fonti vicine all'anti-terrorismo, riportate dal New York Post, riferiscono poi di come gli Stati Uniti si sarebbero adoperati per non aggravare la posizione dell''amico' saudita. Allo stesso Bandar sarebbe stato assegnato un servizio di sorveglianza che avrebbe agito da ausilio alle sue guardie del corpo. L'Fbi avrebbe, inolte, messo al sicuro diverse famiglie di ufficiali sauditi residenti negli Usa, alcune delle quale ritenute vicine a Osama Bin Laden.

L'immunità ai Paesi stranieri negli Usa

Al di là degli interessi economici e diplomatici, a bloccare qualsiasi azione da parte degli Stati Uniti c'è una postilla alla legge del 1976 che garantisce alcune immunità ai Paesi stranieri dalle cause intentate nelle corti americane.
BATTAGLIA SULLA PROPOSTA DI LEGGE. In America è in corso una battaglia bipartisan per far sì che venga approvata una proposta di legge (Justice against sponsors of terrorism act bill) secondo cui l’immunità non vale nel caso in cui un Paese straniero venga riconosciuto colpevole per attacchi terroristici che abbiano ucciso cittadini Usa sul suolo degli Stati Uniti.
Una svolta che consentirebbe ai familiari delle vittime di portare avanti azioni legali contro Paesi sospettati di aver sostenuto gli attacchi.
Obama , ancora una volta, si è opposto energicamente, sottolineando il rischio che si crei un precedente pericoloso e che altri Paesi tolgano possano rivalersi togliendo la stessa immunità agli Stati Uniti.

Le minacce saudite: a rischio 750 miliardi

Dal canto suo, l’Arabia Saudita ha annunciato che se il Congresso dovesse approvare una legge che consente di denunciare il governo arabo per gli attentati dell’11 settembre, gli sceicchi «si vedranno costretti» a vendere tutti i titoli del debito americano e gli asset a stelle e strisce di cui dispongono. Per un valore totale di 750 miliardi di dollari.
SECONDO FORNITORE DI PETROLIO. L’inquilino della Casa Bianca proverà a risolvere la controversia incontrando in privato a Riad il monarca 80enne Salman. Va ricordato, altresì, che i sauditi sono il secondo maggiore fornitore di petrolio tra quello che viene importato dagli Stati uniti, al ritmo di un milione di barili al giorno.

Le tensioni anche sul petrolio

La relazione tra le parti è complicata anche dal calo dei prezzi del greggio, pari a circa il 60% dai massimi del giugno 2014. Un accordo sul congelamento della produzione petrolifera tra Paesi membri e non dell'Opec non è stato raggiunto a Doha e il motivo deriva proprio dalle tensioni lungo l'asse Riad-Teheran.
SCONTRO PER LO STOP ALL'IRAN. L'Arabia Saudita, leader di fatto del cartello dei Paesi produttori, non vuole limitare la produzione ai livelli dello scorso gennaio se anche l'Iran non fa altrettanto. Ma Teheran vuole invece tornare a estrarre greggio a pieno regime sfruttando la rimozione delle sanzioni occidentali, avvenuta a gennaio con l'implementazione dell'intesa sul nucleare siglata in estate tra le principali potenze mondiali.

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