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EMERGENZA 20 Aprile Apr 2016 1836 20 aprile 2016

Migranti, i barconi tornano a fare rotta sull'Italia

Effetto collaterale dell'accordo Ue-Turchia. E con l'estate il flusso aumenterà ancora.

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Il pattugliamento del Mediterraneo da parte delle guardie costiere.

da Bruxelles

L'accordo Ue-Turchia siglato il 19 marzo per fermare il flusso migratorio verso l'Europa attraverso la rotta balcanica inizia a mostrare i suoi effetti collaterali. E a pagarne le conseguenze sarà prima di tutto l'Italia.
A dare la notizia, sinora negata dalle istituzioni europee, è Enrico Credendino, comandante dell'operazione navale Eunavfor Med Sophia per il controllo del Mediterraneo centrale.
«Nei primi mesi del 2016, l'88% dei migranti è passato attraverso la rotta orientale, ma nelle ultime tre settimane la situazione è cambiata: il 55% delle persone sono arrivate dal Sud e il 45% dalla rotta orientale», ha spiegato il comandante durante un'audizione alla Commissione europarlamentare per le Libertà civili il 20 aprile.
IL FLUSSO STA AUMENTANDO. La conferma di una «inversione» è chiara, dice, ma soprattutto logica: «I migranti che non potranno seguire la rotta terrestre saranno obbligati a prendere il mare», riflette Credendino, che per quanto cauto nell'attribuire il fenomeno direttamente all'accordo con il governo turco, non rinuncia a lanciare l'allarme: «È troppo presto per capire se la chiusura della rotta balcanica avrà un impatto, ma immagino ci sarà: il flusso sta aumentando e ci aspettiamo che sia maggiore nel corso dell'estate».
Una previsione fatta da chi lavora sul campo, proprio alla frontiera con i Paesi del Nord Africa, davanti alla quale anche la Commissione non ha potuto più negare l'evidenza: «Abbiamo i primi segnali che i trafficanti stanno cercando di cambiare le rotte dei flussi verso altre direzioni», è la timida ammissione fatta il 20 aprile dal commissario Ue all'Immigrazione Dimitris Avramopoulos.
LA CAUTELA DI BRUXELLES. A Bruxelles la parola d'ordine è cautela: «Non abbiamo indicazioni di spostamento dalla Turchia alla Libia», spiega Fabrice Leggeri, direttore dell'Agenzia Ue Frontex per la gestione delle frontiere esterne, «ciononostante c'è un aumento degli arrivi in Italia dalla Libia, e stiamo monitorando».
Secondo gli ultimi dati riferiti dall'esecutivo europeo, dai primi di marzo, in meno di un mese, erano già 15 mila i migranti giunti sulle coste italiane.
E ora a preoccupare è anche un altro fronte: la rotta via Albania. «Non siamo stati testimoni di questo fenomeno, a parte alcuni casi isolati di arrivi dalla costa occidentale greca direttamente all'Italia, ma comunque abbiamo avviato un accordo con l'Italia per un monitoraggio anche sul Mare Adriatico, in caso ci siano dei passaggi», riferisce Leggeri.

Le persone arrestate vengono portate in Italia: cercasi accordo con la Libia

Insomma, per quanto a Bruxelles ci si muova ancora nel campo delle probabilità, il cambiamento è nell'aria, «il fenomeno delle imbarcazioni arrivate dall'Egitto negli ultimi 15 giorni può essere collegato alla chiusura della rotta balcanica», osserva ancora Credendio, comandante della missione Ue, approvata dopo il più grande disastro nel Mar Mediterraneo: il maxi naufragio avvenuto nella notte tra il 17 e il 18 aprile 2015 che ha causato la morte di 800 migranti davanti a Tripoli.
Nel 2015 2 mila persone hanno perso la vita in mare e «la maggior parte nelle acque territoriali libiche», ricorda Credendio.
LA LOTTA AI TRAFFICANTI. Da luglio 2015 l'operazione Eunavfor Med Sophia, presente nelle acque internazionali libiche tra Derna e Tripoli, è impegnata nella lotta contro i trafficanti nel Mar Mediterraneo: «Finora abbiamo arrestato 68 trafficanti e neutralizzato 104 imbarcazioni», racconta, «oltre ad aver salvato 12 mila persone. E siamo fieri di questo visto che in mare c'è solo una legge: chi è in pericolo deve essere salvato, è il nostro obbligo morale».
L'obiettivo è lottare contro i trafficanti e aiutare i migranti, «non abbiamo niente a che fare con la protezione e il controllo della frontiera», sottolinea Credendio.
La prima forza navale dell'Ue al centro del Mare Mediterraneo opera con navi tedesche, spagnole e britanniche ma «sino a oggi tutte le persone arrestate vengono portate in Italia, è poi la giustizia italiana a dover identificare quali sono i trafficanti e i migranti».
FASE 2 IN STAND BY. La missione opera infatti in acque territoriali internazionali e fa riferimento allo Stato Ue più vicino. Per operare nelle acque territoriali libiche, «obiettivo della fase Bravo 2, serve un invito specifico dalle autorità nazionali libiche», ricorda Credendino. «E in Libia non abbiamo dei partner», ricorda anche il capo di Frontex.
E soprattutto in Libia non c'è legge, quindi servirebbe prima «sciogliere il nodo delle questioni giuridiche», sottolinea il comandante di Eunavfor Med Sophia.
Se infatti anche nella fase 2, i migranti salvati in mare verrebbero comunque portati in Italia, «i trafficanti no, perché saremmo in acque libiche, ma allo stesso tempo non potremmo consegnarli ai libici perchè non c'è alcun accordo di trasferimento Libia-Ue e in questo momento in Libia i prigionieri non sono trattati con gli standard umanitari che vogliamo».
Il risultato sarebbe che dopo tanta fatica impiegata nell'intercettare e catturare i trafficanti, «dovremmo rilasciare queste persone in libertà». Libere di continuare a organizzare la tratta dei migranti verso l'Italia.
«Ecco perché sino a quando non ci sarà un accordo interistituzionale con la Libia, la fase 2 della missione non potrà essere avviata», conclude Credendino.

La battaglia silenziosa sul Migration compact

Angela Merkel e Matteo Renzi a Berlino.

Così, in attesa che si arrivi a un accordo, il servizio Eas sta lavorando su un'altra possibile soluzione, il cosiddetto «modello Atlante, che permetterebbe di portare i prigionieri in un Paese terzo».
Ma è per fare questo che servono rapporti e soprattutto accordi proprio con quei Paesi terzi, che sono al centro della proposta 'Migration compact' presentata dall'Italia ai presidenti della Commissione e del Consiglio Ue, Jean-Claude Juncker e Donald Tusk il 15 aprile 2016.
L'OPPOSIZIONE DI BERLINO. Tema oggetto anche del Consiglio Ue giustizia e affari interni del 21 aprile a Lussemburgo.
Per ora Spagna, Francia e Germania ne hanno già apprezzato e condiviso i contenuti. Ma Berlino, come previsto, si è opposta alla parte riguardante il modo di finanziare gli accordi di riammissione e tutte le politiche migratorie, ovvero attraverso gli Ue-Africa bond.
Un ostacolo facilmente superabile secondo alcuni fonti Ue, che spiegano come gli eurobond per l'Italia «non siano l'obiettivo ma il mezzo».
Insomma, a Renzi, assicurano a Bruxelles, non interessa l'eurobond in sé, ma che venga analizzata «la struttura delle azioni proposte, e si decida se sono quelle corrette, come implementarle, quanto costano e quindi come questo costo vada coperto».
UNA SOLUZIONE STRUTTURALE. Gli eurobond sarebbero in pratica un esempio usato nel documento italiano «solo per fare passare un messaggio chiaro: tutto quello che riguarda la migrazione è un tema europeo, sono costi europei», spiegano alcune fonti, «non trust fund affidati alla cooperazione dei singoli Stati».
Insomma, «serve una linea finanziaria dedicata». Che poi si parli di bond o bilancio europeo o ristrutturazione di fondi europei non importa, «basta uscire dalla dimensione emergenziale e affrontare il problema in maniera strutturale».
Un problema che per ora è soprattutto economico, e che per l'Italia non può certo essere risolto, fanno sapere le fonti, seguendo il minisitro tedesco dell'Economia che a gennaio aveva proposto di istituire una tassa sulla benzina per coprire i costi legati ai migranti: «Non è certo questo lo strumento che sceglieremo avendo come idea quella di tenere conto della crisi dei consumi, e come obiettivo quello di avvicinare i cittadini al tema della migrazione», osservano a Bruxelles.

Twitter antodem

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