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ANALISI 21 Aprile Apr 2016 0904 21 aprile 2016

L'Arabia ha rotto con gli Usa. E la colpa è tutta di Obama

Tra Riad e Washington la frattura è insanabile. Il sigillo del fallimento totale di Barack in Medio Oriente.

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Barack Obama stringe la mano al re Salman.

Il sigillo del fallimento totale dell'intera politica mediorientale americana: questo è il triste senso della del vertice a Riad tra Barack Obama e re Salman dell’Arabia Saudita.
È ovviamente inutile pensare di trovare traccia di questo naufragio nelle dichiarazioni ufficiali o nei documenti prodotti dagli sherpa.
Ma la fine della special relationship tra Washington e Riad, siglata sui Laghi Salati da F.D. Roosevelt col padre di re Salman, Abdulaziz ibn Saud, al ritorno dalla Conferenza di Yalta del 1945, è indiscutibile.
OBAMA SENZA CREDIBILITÀ. Purtroppo Obama, che non a caso e volutamente si è fatto precedere in questa visita da una intervista a New Atlantic, in cui ha definito il re dell’Arabia Saudita uno «scroccone», si rifiuta di prendere atto della realtà.
Caparbiamente il presidente americano continua a “pretendere” un accordo tra Riad e Teheran, continua a puntare sulla “moderazione” di una dirigenza iraniana che invece, nei fatti e sui campi di battaglia, si dimostra sempre più oltranzista e pare non prendere atto di un dato macroscopico: la sua credibilità tra i leader mediorientali (esclusi gli ayatollah) è pari a zero.
La lista dei capi di Stato mediorientali ipercritici e sull’orlo della rottura con questa amministrazione Usa è impressionante: re Salman e tutti gli emiri del Golfo, Tayyp Erdogan, Bibi Netanyhau, Abdel Fattah al Sisi e il re del Marocco Mohammed VI solo per citare i più importanti.
UN FALLIMENTO DOPO L'ALTRO. E non è una lista dei malcontenti: è invece il corpo centrale di una grande alleanza sunnito-araba (apertamente appoggiata ormai di Israele, fatto straordinario e indicativo) che si muove su linee di contrasto aperto dell’espansionismo iraniano e di dissociazione totale - e polemica - dalla strategia obamiana, incentrata sulla coesistenza pacifica tra Teheran e Riad.
Sigillo formale del fallimento di Barack, di immenso rilievo in ambito islamico, è la contemporaneità tra questo vertice e l'insuccesso delle trattative tra Iran e Arabia per l’organizzazione dell’Haji, il pellegrinaggio alla Mecca. Insuccesso provocato dallo strascico del disastro dell’anno scorso in cui, sui 1.000 pellegrini uccisi dalla calca, Teheran contò più di 400 suoi cittadini.
Insuccesso che segue quello della mediazione sul petrolio tentata a Doha, che torna peraltro utile solo ai sauditi che continuano a tenere basso il prezzo del barile, danneggiando mortalmente sia l’economia iraniana sia quella dei suoi alleati, in primis la Russia.

Lo scontro sull'11 settembre è solo la punta dell'iceberg

La sequenza dei due attacchi terroristici alle Torri Gemelle: negli attentati dell'11 settembre 2001 morirono 2.977 persone, oltre ai 19 dirottatori.

Sul piano geopolitico e della lotta all’Isis, sigillo sostanziale del dilettantismo e della superficialità di questo disastro epocale provocato dalla strategia di Obama, le cui conseguenze si protrarranno per anni, è quanto sta avvenendo in questi giorni a Baghdad, in parlamento.
IL PUTSCH PARLAMENTARE IN IRAQ. Ovviamente, il caposaldo politico, la conditio sine qua non dell’intervento militare della coalizione anti-Isis lanciata nel 2014 erano l’inclusione dei sunniti nel governo iracheno e l’immediata fine del settarismo degli sciiti che aveva letteralmente spinto nelle braccia del Califfato il consenso di milioni di sunniti, nonostante l’orrore. Caposaldo esplicitamente definito, proclamato, richiesto. Ma mai concretizzato.
Passati ormai due anni, non solo il governo di Abadi non ha compiuto un passo in questa direzione, non solo il contrasto militare all'Isis in Iraq è affidato alla “Forza di mobilitazione popolare”, Hashd al Shaabi, le terribili milizie sciite di Moqtada al Sadr, che «si comportano come Daesh», secondo la stessa leadership curda, ma è addirittura in atto un putsch parlamentare guidato dall’Iran per eliminare Abadi e restituire il comando all’oltranzista filo-iraniano Nuri al Maliki.
UNA FRATTURA INSANABILE. Anche di questo parleranno Obama e re Salman, come delle immediate conseguenze della concessione di credito all’Iran (il dilagare della Russia in Siria, il restaurato potere di Assad, la continuazione della aggressione iraniana in Yemen, eccetera), ma è fuori discussione che, al di là delle frasi diplomatiche di circostanza, le posizioni rimarranno immutate. E divergenti.
Nel vertice, in cui Obama sicuramente tenterà di addolcire gli spigoli sauditi con contratti militari, si affronta anche lo scabroso tema delle iniziative legali e congressuali in atto negli Usa per riversare su alcuni esponenti della casa reale di Riad processi e richieste di risarcimenti miliardari per le vittime dell’11 settembre.
Questo perché è agli atti, ma sinora è stato secretato, il contributo di alcune waqf, fondazioni religiose, al nucleo terrorista di Mohammed Atta.
Ma su questo, solo su questo, non è improbabile che venga trovata una mediazione. Forse.

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