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INTERVISTA 23 Aprile Apr 2016 1200 23 aprile 2016

Birmania, Thant Myint: «La libertà non basta»

Militari e sanzioni hanno isolato il Paese. Che adesso è tra i più poveri al mondo. Lo storico Thant Myint U: «Con la crescita può aumentare la diseguaglianza».

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Dopo 50 anni di regime militare e di isolamento dal resto del mondo, la Birmania (o Myanmar) ha finalmente intrapreso la strada della democrazia. Il 30 marzo è entrato in carica il presidente Htin Kyaw, il primo civile eletto direttamente dal popolo dopo una lunga serie di generali e colonnelli. Membro della Lega nazionale per la democrazia, il presidente è un fedele seguace e assistente di Aung San Suu Kyi, la donna simbolo delle battaglie per la libertà e i diritti civili della Birmania.
IL GOVERNO DE FACTO DI SAN SUU KYI. Premio Nobel per la Pace nel 1991, è lei a governare nei fatti il Paese in questo momento, avendo assunto una carica simile a quella di primo ministro. La presidenza le era stata impedita dalla giunta militare con una norma contra personam, che è stata però aggirata grazie alla maggioranza favorevole in parlamento.
Il processo di trasformazione, reso possibile dalla fase di transizione iniziata dall’ex presidente Thein Sein, ha portato a un risultato che nessuno, fino a cinque anni prima, avrebbe mai immaginato.
«PROCESSO POLITICO INCERTO». Eppure, come spesso avviene in questi casi, è proprio la velocità del cambiamento a rendere difficile qualsiasi previsione per il futuro.
«Non è ancora chiaro se il processo democratico sarà irreversibile o se la giunta militare (che detiene ancora un quarto dei seggi in parlamento e molti ministeri chiave, ndr) avrà ancora l’ultima parola su qualsiasi cosa», ha spiegato a Lettera43.it lo storico birmano Thant Myint U. Nipote del segretario generale dell’Onu U Thant, membro del Myanmar peace center e inviato delle Nazioni unite in Cambogia, Jugoslavia e Bosnia negli Anni 90, Thant Myint U ha girato l’Italia in una serie di incontri per promuovere il suo ultimo libro: Myanmar. Dove la Cina incontra l’India (Add editore).
«DEMOCRAZIA INUTILE SENZA ECONOMIA». «La Birmania può velocemente uscire dall’isolamento internazionale, trasformandosi da buco nero dell’Asia a un crocevia che colleghi le culture e le economie delle principali zone di sviluppo del continente: India, Cina e Sud Est asiatico», ha spiegato Thant Myint U, «ma perché questo accada, serve che i militari consentano la creazione di istituzioni civili e soprattutto che alla politica segua l’economia. La democrazia è inutile senza sviluppo».
Secondo il Fondo monetario internazionale, la Birmania è al 149esimo posto al mondo per Pil pro capite (stimato 1.330 dollari). Quello della Thailandia, con cui confina a Est, è di circa 6.000 dollari. Circa un quarto della popolazione vive in povertà, la stessa percentuale che ha acceso alla corrente elettrica.


Lo storico birmano Thant Myint U.


DOMANDA. È ottimista per il futuro del Paese?
RISPOSTA. Sì e no. Sono abbastanza sicuro che la Birmania raggiungerà un buon livello di libertà politica dopo tanto tempo. Ma sono meno confidente che la gente vedrà un vero miglioramento nei prossimi anni.
D. Perché?
R. Perché abbiamo istituzioni debolissime, e per questo, con la tanto desiderata crescita economica, potrebbero aumentare anche le diseguaglianze.
D. Qual è il primo problema da lasciarsi alle spalle?
R. Il lunghissimo periodo di isolamento dal resto del mondo, che ha portato a istituzioni estremamente deboli. Non è possibile creare la democrazia sopra di esse, bisogna prima ricostruire l’intero sistema di governo continuando sulla strada recentemente intrapresa. La Birmania vuole aprirsi al mondo, ma dobbiamo ricordare che negli ultimi anni si è aperta solo alla Cina.
D.Come mai?
R. Uno dei problemi principali, in termini di connessione con il resto del mondo, sono state le sanzioni occidentali. Il Paese si trova oggi al punto in cui sarebbe potuto essere 20 anni fa.
D.In che modo?
R.Le sanzioni hanno isolato la Birmania, rallentando il processo di democratizzazione. E non hanno comunque ottenuto il loro scopo di danneggiare la giunta militare. Si sono invece ripercosse sulla popolazione, sulla quale si rifacevano i generali arricchendosi comunque.
D. Ma ora che le sanzioni sono state rimosse quasi del tutto, da cosa bisogna partire?
R. Lo sviluppo arriverà seguendo la stessa strada di molti altri Paesi asiatici che sono passati sotto l’Inghilterra, poi sotto il Giappone, e infine sotto l’influenza cinese: deve fondamentalmente dotarsi di un sistema industriale e infrastrutturale.
D. In che modo si può innescare il processo?
R. Non è difficile, ci manca tutto: ci serve elettricità, ci serve crescita, investimenti nella sanità e nell’educazione. Con queste cose l’economia crescerebbe del 10% ogni anno per i prossimi 15-20 anni. Il difficile è che dietro ognuna di queste cose ci sono scelte politiche: trovare la soluzione giusta in questo senso sarà la vera sfida.
D. Cosa significherebbe per l’Asia una Birmania democratica e sviluppata?
R. La Birmania è stata a lungo, per tutti i suoi vicini, come un buco nero. Le frontiere sono spesso terre di nessuno, o zone senza controllo dello Stato dove si sono creati sistemi indipendenti di attività illegali e criminali. Un Paese con confini così non può che essere isolato, mentre per la sua posizione dovrebbe essere un crocevia.
D. Come si risolve il problema?
R. Penso che se la Birmania riuscirà nel suo progresso, tutt’a un tratto la geografia di questi luoghi cambierà. Per il Sud Ovest della Cina, per il Nord Est dell’India, per la Thailandia, zone di insurrezione e di mercato nero potrebbero cambiare radicalmente con una Birmania aperta e con un governo moderno.
D. E il cambiamento cosa comporterebbe?
R.Innanzitutto queste zone dell’Asia sarebbero maggiormente connesse, o forse è meglio dire finalmente connesse. Basta pensare alla Guerra Fredda in Europa, dove nazioni confinanti non avevano alcun tipo di scambio, e con la fine dell’Urss si sono riunite. Non è facile da prevedere in che forme si trasformeranno queste aree, ma sicuramente si trasformeranno.
D. Ma questa apertura, con due giganti come l’India e la Cina come vicini, non rischia di sottoporre il Paese a sfruttamento e speculazioni?
R. Certo, è un Paese relativamente piccolo e attualmente debole che si apre a vicini molto più forti. Ma nel lungo termine, con istituzioni rafforzate e un sistema più solido, il problema potrebbe essere contenuto. Le criticità sono nel breve periodo.
D. Ovvero?
R. È adesso che il Paese è più debole, ed è adesso che il livello devastante di corruzione può rovinare tutto. E poi non ci sono solo India e Cina. Ci sono anche il Giappone, l’Europa e gli Usa che potrebbero buttarsi nella mischia. Paradossalmente, il fatto che questo accada contemporaneamente al processo di democratizzazione aumenta il rischio di una reazione nazionalistica.
D. Perché?
R. Credo che una delle poche cose che uniscono il Paese (diviso dalla religione, dalla lingua, dalla storia) sia il fatto che nessuno si senta altro che birmano. È un’identità nata dal rigetto di quello che c’è fuori: prima gli inglesi e gli occidentali, adesso i cinesi. Il birmano ha sempre la sensazione che qualcuno venga dall’esterno per sfruttarlo. E ora che il Paese si sta aprendo, questi vecchi sentimenti sono ancora lì.

Twitter @apradabianchi

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