Roberta Pinotti Ministro 140221212011
ANALISI 26 Aprile Apr 2016 1453 26 aprile 2016

Libia, Renzi cerca di frenare le spinte belliciste

Il premier vuole evitare la guerra in Libia. Perché ha paura di perdere consenso. Ma deve fare i conti coi generali e il duo Hollande-Cameron. Il punto di Panella.

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Roberta Pinotti, ministro della Difesa.

Matteo Renzi frena sull’intervento militare in Libia, come risulta chiaramente dall’inusuale comunicato con cui il 26 aprile è stato smentito formalmente l’ennesimo scoop del Corriere della Sera sull’imminente inizio delle operazioni: «In riferimento ad un articolo [...] che parla dell'invio di 900 militari in Libia, lo Stato Maggiore della Difesa comunica che la notizia è priva di qualsiasi fondamento».
È la prima volta che un’indiscrezione di stampa viene così seccamente e prontamente smentita. E il fatto è di rilievo.
LA FAIDA NEL MINISTERO. Innanzitutto perché conferma che il premier non intende imbarcarsi in una avventura militare in periodo elettorale.
E poi, e questo è il succo gustoso della vicenda, perché segnala che al ministero della Difesa continua una sorta di faida, dato che il Corriere non si sarebbe mai sognato di pubblicare una notizia del genere se non “imbeccato” da una autorevole fonte militare.
Ma - finalmente, vien da dire - questa (o queste) “autorevoli fonti” che da mesi intossicano i media e l’opinione pubblica italiana con notizie di sbarchi massicci sul suolo libico hanno trovato un forte antagonista dentro al ministero.
LA SPINTA DEI GENERALI. A quanto risulta a Lettera43.it, questo antagonista è lo stesso ministro Roberta Pinotti che nei mesi scorsi ha faticato non poco a domare le “cordate” di generali guerrafondai interne al suo dicastero, che ha ricevuto pressioni precise in questo senso da parte di Renzi (e più cortesi consigli da parte di Marco Minniti) e che ha chiesto con fermezza, e ovviamente ottenuto, che la più alta struttura tecnica (e non politico-amministrativa, questo è il punto sottile) delle Forze Armate smentisse il Corriere.
Da parte sua, il premier ha lasciato trapelare volutamente il fatto cruciale che Fayez Serraj, nel corso della telefonata che gli ha fatto subito dopo il comunicato con la richiesta di aiuti alla comunità internazionale, si è ben guardato dal chiedergli un intervento militare.

Renzi: «I pozzi sotto attacco non sono dell'Eni»

Matteo Renzi e Fayez Serraj.

Nel comunicato ufficiale del premier a conclusione del vertice di Hannover, poi, vi è un passo cruciale: «Tutte le iniziative che si vorranno prendere di sostegno e di supporto dovranno essere richieste dal governo Serraj medesimo».
Ma, qui è il punto, Serraj non ha affatto avanzato formalmente e specificamente questa richiesta. Non solo, Renzi ha fatto notare, non senza malizia, che i pozzi sotto attacco dell’Isis «non sono dell’Eni». Come dire: se ne occupino altri.
HOLLANDE E CAMERON SCALPITANO. Dunque, come direbbe il Manzoni, siamo all'«adelante, Pedro, con juicio», ordine sussurrato al suo cocchiere da Antonio Ferrer, gran Cancelliere dello Stato di Milano che si accingeva a fendere con la sua carrozza la folla in tumulto della rivolta per il pane.
Ma Renzi Cunctator, temporeggiatore, deve sempre fare i conti con le frenesie belliche non solo di alcuni suoi generali, ma anche di François Hollande e David Cameron, che da una parte fremono perché nei loro Paesi (all’opposto che in Italia) le spedizioni oltremare portano consenso elettorale (e ne hanno molto bisogno di questi tempi) e dall’altra intendono recuperare quei dividendi petroliferi che furono alla base del loro intervento del 2011 e che mai si sono concretizzati.
EQUILIBRIO PRECARIO. Questi dividendi petroliferi sono centrati essenzialmente sulla Cirenaica (l’Eni è invece egemone in Tripolitania), sulla quale insistono non a caso i reparti speciali di Parigi e Londra, mentre è sempre più evidente che il generale Khalifa Haftar (che impedisce materialmente che il parlamento di Tobruk voti la fiducia a Serraj) goda di più di una simpatia non solo presso il suo padrino al Sisi, ma anche nell’Eliseo e a Downing street.
Renzi si fa forte del comando militare riservato all’Italia (al generale Paolo Serra) per contenere al massimo le spinte belliche. In un quadro, però, talmente squilibrato e malmostoso che l’incidente, la provocazione, l’iniziativa unilaterale di un nostro “alleato” può far deflagrare il conflitto da un momento all’altro.

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