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DIPLOMATICAMENTE 27 Aprile Apr 2016 0900 27 aprile 2016

Il calvario dello Yemen: un negoziato, mille dubbi

Per la terza volta si cerca una mediazione. Ma gli ostacoli legittimano il pessimismo. E intanto la guerra continua a mietere vittime.

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Sanaa, Yemen. Un bambino davanti a un murales raffigurante un drone Usa, con la domanda: Perché avete ucciso la mia famiglia?.

Difficile dire se questa sia la volta buona, se questo terzo tentativo di negoziato intra-yemenita, apertosi formalmente in Kuwait sotto le ali benedicenti delle Nazioni Unite, avrà sorte migliore dei due precedenti e segnerà un primo, concreto, passo in avanti verso l'orizzonte della fine della guerra civile.
UNA MEDIAZIONE DIFFICILE. Il dubbio è d'obbligo, non solo alla luce dei precedenti tentativi falliti; non solo per la precarietà che continua a caratterizzare la tenuta del cessate il fuoco annunciato il 10 aprile scorso, ma anche e soprattutto per gli ostacoli che si frappongono al perseguimento dell'obiettivo finale: che è sì la riconciliazione, che è sì la pace, ma a condizioni che appaiono lontane dall'essere soddisfatte, dall'una e l'altra parte, anche se ciascuna accusa l'altra di mancanza di un'effettiva volontà di trovare una mediazione capace di garantire un do ut des degno di questo nome.
Ancora non si è riusciti a definire un ordine del giorno, che gli uni vorrebbero coerente con la Risoluzione 2216 varata dal Consiglio di sicurezza nel 2015 (gli esponenti del governo riconosciuto internazionalmente) mentre gli altri pretendono avere prima ben precise garanzie di ordine politico.
GLI HOUTHI CONTROLLANO SANAA. Gli Houthi hanno perso il controllo di importanti aree del Paese, ma la capitale Sanaa e parte del centro-nord sono ancora nelle loro mani, ed essi non appaiono disposti a discutere tempi e modi di consegna delle armi pesanti di cui dispongono e tanto meno di un loro ritiro dai territori occupati con l'azione militare portata avanti dal settembre 2014 come vorrebbe la Risoluzione.
Resistono a dare corso a quel processo che sarebbe il segnale della loro resa perchè vorrebbero, prima, capitalizzare questa loro posizione di potere ottenendo di far parte del governo transitorio del paese e dunque di avere un ruolo riconosciuto nella determinazione del suo assetto politico-istituzionale, in termini cioè federalistici oppure di ripristino dell'antica bipartizione, nonchè idonee garanzie di rispetto dei diversi interessi tribali in gioco, eccetera.

La claudicante autorevolezza del negoziatore delle Nazioni Unite

Un gruppo di miliziani Houthi.

Si tratta di un punto nodale che si pensava fosse stato oggetto dei colloqui svoltisi tra Houthi e Casa reale saudita nel corso del mese di marzo, una sorta di pre-negoziato al quale non aveva partecipato il presidente Mansour Hadi di cui quel gruppo ribelle poco si fida e considera in ogni caso inadeguato alla bisogna.
Lo si pensava anche perchè proprio in tal contesto gli Houthi avevano risposto picche a una profferta iraniana di sostegno militare alla stregua di quella assicurata a Bashar al Assad.
Con ciò legittimando un'aspettativa che adesso appare revocata in dubbio anche per la claudicante autorevolezza del negoziatore delle Nazioni Unite Ismail Ould Cheikh.
IL MALCONTENTO DI RIAD. Chi sembra indispettita per la piega incerta assunta da questa trattativa è certamente Riad, che dopo i precitati incontri bilaterali con gli Houthi - che hanno permesso di portare a un'intesa di non belligeranza sul confine fra i due Paesi - appariva valutarla in termini di fiduciosa aspettativa.
Nello stesso senso si era del resto espresso anche Mohammed Abdulsalam, il portavoce degli Houthi.
E invece altri ostacoli, altra frustrazione alla quale tuttavia non sembra intenzionata a cedere nell'evidente convincimento di doversi prodigare in ogni accettabile modo per tirarsi fuori da quelle sabbie mobili rivelatesi ben più profonde e insidiose di quanto non fosse stato calcolato nel marzo del 2015, allorchè decise di intervenire militarmente in quella guerra per procura yemenita che sembrava alla portata, grazie alla coalizione militare messa in piedi, all'appoggio logistico e di intelligence americano e all'avallo politico dello stesso Consiglio di sicurezza.
MONITO A TEHERAN. Di certo sperava che l'intervento della coalizione a sua guida avrebbe potuto costituire un ruvido ed esemplare monito a Teheran, il grande sponsor degli Houthi, e offrire utili dividendi a suo vantaggio rispetto agli altri scenari di scontro sciiti-sunnita in Medio Oriente.
In questa logica, del resto, Riad aveva colto l'occasione della visita di Obama per tracciare uno scenario regionale in cui lo Yemen figurava come una tessera che stava andando a posto nel complesso mosaico mediorientale proprio grazie alla sintonia che si era realizzata con Washington e ancora tanto necessaria per contrastare le iniezioni di instabilità di cui l'Iran si sta rendendo responsabile nell'area malgrado le ben diverse aspettative nutrite da parte della sua amministrazione sulla scia dell'accordo sul programma nucleare siglato nel luglio del 2015.

La fine dell’operazione saudita “Tempesta decisiva” non è dietro l'angolo

Barack Obama stringe la mano al re Salman.

Su quello sfondo sperava di consegnare a Obama una dichiarazione congiunta di governo Hadi e Houthi nella quale si facesse stato di un convergente impegno militare contro al Qaeda che ha ampiamente beneficiato del vuoto creato dalla guerra civile per rafforzarsi soprattutto nei governatorati del sud di Abyan and Hadhramaut.
Sperava, e certo ancora spera, che la minaccia di quella formazione terroristica - e del sopraggiunto Isis resosi subito responsabile di diversi, sanguinosi attacchi suicidi - potesse, e possa, costituire una ragione in più per indurre governo e insorgenti a superare la spaccatura creatasi fra loro; con rischi di destabilizzazione che dall'Oman all'imbocco del Mar Rosso e quindi a nord possano riflettersi nell'intera regione.
SEIMILA MORTI NEL CONFLITTO. Per non parlare della tragedia umana che questa guerra sta provocando con i suoi oltre 6 mila morti, i 2,5 milioni di sfollati e un'impressionante popolazione stremata dalla fame e dalle malattie.
E il silenzio del mondo tristemente documentato dalla esiguità degli aiuti concessi finora per soccorrerla.
Debbo ritenere che l'Arabia Saudita sia decisa a forzare la mano fino in fondo, anche nei riguardi del negoziatore delle Nazioni Unite e dello stesso Mansour Hadi, per tenere in piedi la trattativa, per quanto costosa, politicamente e militarmente, possa risultare.
Gli Houthi dal canto loro, qualche ragione da far valere c'è l'hanno, soprattutto sul versante degli equilibri tribali, estremamente importanti in un Paese come lo Yemen.
GLI INTRECCI CON VISIONE 2030. Resta da vedere se e in quale misura Riad riuscirà a scoprire le carte di Abdullah Saleh, l'autocrate defenestrato nel 2011 proprio con la mediazione saudita, che dal 2014 in avanti si è affiancato agli Houthi (che peraltro aveva combattuto a lungo in passato) e che più che condividere gli obiettivi ribelli sembra puntare a farsi ago della bilancia della guerra e del negoziato grazie al consistente potere potere politico e militare del suo clan.
La fine dell’operazione saudita “Tempesta decisiva” non sembra in ogni caso dietro l'angolo e resta un'ombra fastidiosa nello scenario della rivoluzionaria Visione 2030 annunciata ufficialmente dal re Salman il 25 aprile.

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