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POLITICA 27 Aprile Apr 2016 1653 27 aprile 2016

Picchi, Berardi e Varricchio: chi ha fatto incontrare Salvini e Trump

A portare il leader della Lega dal magnate Usa ex berlusconiani e una manina renziana.

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Dietro l'incontro di Matteo Salvini e Donald Trump ci sono gli zampini di un imprenditore cresciuto nel mito di Silvio Berlusconi, un ex esponente del Popolo della libertà toscano mai entrato nelle grazie di Denis Verdini e un ambasciatore da sempre in ottimi rapporti con il premier Matteo Renzi.
Sembra una barzelletta, ma invece è utile per capire come il leader della Lega Nord sia riuscito ad arrivare alla corte del magnate che potrebbe essere il candidato alla presidenza degli Stati Uniti per il Partito repubblicano.

Dopo incontro @matteosalvinimi e @realdonaldtrump una buona cena in ristorante abruzzese a Philadelfia

Una foto pubblicata da Guglielmo Picchi (@guglielmopicchi) in data: 26 Apr 2016 alle ore 08:12 PDT


L'ITALO AMERICANO CRESCIUTO NEL MITO DI SILVIO. A portare infatti Salvini da Trump a Philadelphia è stato soprattutto Amato Berardi, noto perché fu eletto nel 2008 con il Pdl all'estero, circoscrizione Nord America e perché tra i più ricchi parlamentari di quella legislatura, appena dopo il Cavaliere.
Berardi è uno che si muove molto: originario di Isernia, ha spesso avuto un occhio sul mondo a 360 gradi, con buoni investimenti nella politica, americana e italiana, ma soprattutto negli affari, dove è titolare Berardi & Associates Inc, settore previdenziale e assicurativo. È pure il cofondatore della Camera di commercio Italo-americana a Philadelphia.
L'INFORNATA DI PARLAMENTARI ESTERI DEL 2008. L'ex pidiellino entrò a Montecitorio nella celebre infornata di onorevoli all'estero del calibro dell'argentino Esteban Caselli, detto il Monaco nero e pure finito nell'intercettazioni dell'inchiesta Finmeccanica, o di Sergio De Gregorio, fin troppo noto alle cronache degli anni del berlusconismo, dalla caduta del governo Prodi alle peripezie di Walter Lavitola. Ora Berardi, a quanto pare, nonostante gli ottimi rapporti con Berlusconi, avrebbe annusato l'aria di cambiamento politico in Italia e punterebbe a ripresentarsi alle prossime elezioni magari sotto le insegne della Lega Nord di Salvini: con il colpo Trump potrà assicurarsi tutti i voti degli italiani-trumpisti del Nord America anche se l'imprenditore non dovesse essere alla fine candidato oppure dovesse perdere le presidenziali contro Hilary Clinton.

PICCHI MAI APPREZZATO DA VERDINI. Chi ha annusato l'aria prima di lui è stato di sicuro Guglielmo Picchi, da qualche mese passato alla Lega Nord, anche lui eletto nella circoscrizione estero del Pdl nel 2013, manager fiorentino che non ha mai convinto Denis Verdini che quanto pare l'ha sempre considerato «un narcisista e nulla di più».
Picchi ha cercato in questi mesi di accreditarsi presso Giancarlo Giorgetti, da poco nuovo responsabile esteri del Carroccio. E insieme, con il lasciapassare del nuovo ambasciatore di stanza a Washington Armando Varricchio, uno tra i consiglieri di politica internazionale più ascoltati da Renzi, hanno portato Salvini da Trump.
Ma se alla fine il presunto candidato della destra razzista americana non dovesse farcela? Il leader della Lega spenderà ancora il selfie di Philadelphia per giocarsi la leadership del centrodestra a livello nazionale?
Insomma, l'incontro con Trump alla fine per il leader del Carroccio potrebbe rivelarsi una fregatura più che un assist.

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