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SPIN DOCTOR 27 Aprile Apr 2016 1228 27 aprile 2016

Think tank 2.0: pensatoi in crisi di credibilità

Accuse di manipolazione e vicinanza alle lobby: i centri di ricerca ora si difendono.

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I report stilati dai think tank sono finiti nel mirino delle critiche negli Stati Uniti.

L’importanza dei think tank nella definizione del processo decisionale è ormai indubbia.
Un dato ci può aiutare a coglierne la rilevanza: un recente studio condotto negli Stati Uniti - dove queste strutture che si occupano di analisi delle politiche pubbliche sono una presenza consolidata - ci rivela che i rappresentanti delle istituzioni usano i report stilati dai think tank con maggiore frequenza rispetto alle ricerche del Centro studi ufficiale del Congresso.
Un'altra riflessione ci aiuta a coglierne la rilevanza: spesso sono gli stessi politici a dare vita a un think tank o a unirsi a uno già esistente per avere maggiore influenza sui processi decisionali rispetto a quanta ne avrebbero con la sola attività istituzionale.
CAPACITÀ DI INFLUENZARE. L’importanza dei think tank deriva dalla capacità di influenzare il dibattito politico in diversi modi, scrivendo editoriali per i quotidiani o partecipando a talk show televisivi, oppure intervenendo nelle audizioni parlamentari o ancora coltivando solide relazioni personali con i politici o i giornalisti, di cui diventano fonti.
Negli Stati Uniti erano gli anni della presidenza di George W. Bush e nel momento di forte costernazione seguito agli attacchi dell’11 settembre 2001 il ruolo dei cosiddetti pensatoi “neoconservatori” apparve fondamentale per l’elaborazione di politiche in risposta alla prima aggressione della storia su suolo americano.
IN ITALIANO COME SI TRADUCE? In Italia abbiamo iniziato a discutere di think tank all’inizio degli Anni 2000 e non esiste ancora nella nostra lingua una traduzione univoca del termine: pensatoi, fabbriche delle idee, fondazioni?
I think tank si distinguono oggi per varietà e tipologia delle attività: si va da quelli che tramandano l’eredità politica dei grandi leader del passato a strutture guidate da personalità politiche in attività, dalle entità esclusivamente dedite alla ricerca fino alle realtà attive anche nella formazione e nell’organizzazione di eventi divulgativi.
Al centro della missione di ogni think tank c’è comunque un elemento comune: l’elaborazione di proposte di policy da sottoporre ai decisori pubblici.

Crescita quantitativa che non si traduce in miglioramento qualitativo

Un buon pensatoio dovrebbe dunque fungere da struttura di connessione tra il mondo accademico e degli studiosi e l’arena politica, fornendo alle istituzioni dati e analisi con cui sostenere l’autorevolezza e l’efficacia delle proprie posizioni.
Ma alla crescita quantitativa dei think tank non corrisponde sempre una crescita qualitativa.
CRITICHE IN AMERICA. Almeno negli Stati Uniti dubitare dell’indipendenza dei think tank è diventata la norma per gli osservatori più critici, che hanno coniato il termine dispregiativo “stink tank” (gioco di parole, dall’inglese “stink”, maleodorante).
Secondo un report pubblicato a novembre 2013 da due gruppi progressisti statunitensi, il Center for Media and Democracy e ProgressNow, esisterebbe infatti una rete di pensatoi pronti a fornire ricerche le cui conclusioni sono state volutamente manipolate a favore di chi le ha finanziate.
Grandi gruppi industriali, denunciano le associazioni, “comprerebbero” in questo modo una giustificazione scientifica per plasmare la legislazione a proprio favore.
LABORATORI DEVIATI? A questo punto viene a cadere il presupposto fondamentale che giustifica l’esistenza dei think tank: non più cantieri in cui testare e costruire idee valide da tradurre in politiche concrete, ma laboratori in cui distillare i dati in modo soggettivo e sviare volutamente coloro che sono chiamati a scrivere le regole del gioco.

Poca distinzione tra centri di ricerca e agenzie di lobbying

Sempre più spesso viene messa in discussione anche la distinzione tra centri di ricerca e agenzie di lobbying.
Anche qui un elemento statistico è utile a definire i contorni del problema: uno studio condotto sui 25 think tank americani ha rivelato che in 20 di essi i membri senior avevano lavorato contemporaneamente come lobbisti.
Un altro dato è utile: alcune società di lobby americane avrebbero addirittura costituito dei “finti think tank” per promuovere gli interessi dei propri clienti attraverso i media, sostenendo studi e ricerche favorevoli ai loro interessi.
L’indipendenza diventa quindi un elemento chiave per distinguere i think tank autorevoli da quelli che non sono affidabili.
SERVE INDIPENDENZA. Qualche suggerimento per salvaguardare la propria autorevolezza.
Innanzitutto, garantire l’indipendenza finanziaria, registrando l’origine dei vari contributi in modo trasparente.
In secondo luogo, ritagliarsi una propria area di specializzazione, nella quale il think tank potrà muoversi in modo agevole e creare prodotti di alta qualità.
Infine, stabilire un legame saldo tra istituti di ricerca e decisori pubblici, coinvolgendo in modo strutturato le aziende.
La sponsorizzazione episodica o l’intervento improvvisato in occasione del varo di una singola norma non possono avere esiti di lungo periodo.
Solo una partnership prolungata e costruita su basi solide può permettere alla singola azienda di rafforzare le proprie proposte con dati e analisi autorevoli.
LA COMUNICAZIONE SIA EFFICACE. Ai think tank, infine, un’ulteriore sfida: comunicare in modo efficace i risultati della propria attività, anche ricorrendo alle più avanzate tecniche della digital e social communication, per non lasciare che idee attentamente elaborate vengano travolte dal ritmo mozzafiato della politica e dell’informazione.

*Professore di Strategie di Comunicazione, Luiss, Roma
Twitter @gcomin

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