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EUROPA 28 Aprile Apr 2016 0800 28 aprile 2016

Crisi Grecia, se Tsakalotos ora è il nuovo Varoufakis

Scontro su Atene. Il Fmi chiede altre misure di austerity pari al 2% del Pil. Tsakalotos si oppone: la Bild parla di dimissioni, lo Spiegel di nuove elezioni.

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Dicevano che il problema era Yanis Varoufakis, il ministro centauro tanto criticato per i suoi modi informali e le intemperanze così in contrasto con l'assise in grisaglie dell'Eurogruppo. Assicuravano che Euclid Tsakalotos, con le sue maniere flemmatiche, il pedigree britannico e la laurea nel tempio di Oxford, era un greco con cui ci si poteva capire. E che, insomma, con lui le trattative sarebbero filate lisce.
PER LA BILD TSAKALOTOS IN BILICO. E invece a nemmeno un anno di distanza da quel luglio del 2015, in cui Alexis Tsipras decideva la sostituzione di Varoufakis alla guida del ministero delle Finanze, la crisi sui negoziati con la Grecia si è riaperta, nuove onerose richieste di austerity arrivano dal Fondo monetario internazionale, i leader Ue hanno negato a Tsipras un vertice straordinario con cui il premier ellenico voleva confermare l'accordo siglato obtorto collo nel 2015 e portare sul tavolo il nodo del debito. E il quotidiano più diffuso di Germania e d'Europa, la Bild, il 25 aprile dava Tsakalotos verso le dimissioni e lo Spiegel il 27 ventilava l'ipotesi di ennesime elezioni.

Il ministro si oppone alle nuove richieste del Fondo monetario

Il ministro delle Finanze greco Euclid Tsakalotos tra il presidente dell'Eurogruppo Jeroen Dijsselbloem (a sinistra) e il ministro delle Finanze francese Michel Sapin (destra).

Insomma, ci risiamo. La partita greca si è riaperta e con essa il braccio di ferro con il governo di Atene. L'esecutivo di Tsipras ha reagito ai retroscena in arrivo dalla Germania smentendo categoricamente l'eventualità delle dimissioni.
«Vogliono di nuovo una crisi politica», dice a Lettera43.it Diomitris Yannoupolos, l'ex portavoce del ministro delle Finanze Varoufakis, «si ripete lo stesso schema».
DUBBI SULL'AVANZO PRIMARIO. Tsakalotos, questo è certo, è contrario alle nuove richieste avanzate dal Fondo monetario - misure che porterebbero a un risparmio pari al 2% del Pil - si oppone a una nuova sforbiciata sulle pensioni, già decurtate del 40%, e si rifiuta di abbassare da 9.100 a 8.180 la fascia di reddito esentata dal pagamento delle imposte. A lui, poi, fa riferimento la frangia più critica dei membri di Syriza, circa 53 dirigenti del partito e 12 parlamentari. Ma sui negoziati in realtà c'è uno scontro a livelli ben più alti.
Il Fondo monetario chiede una ristrutturazione del debito e contesta gli obiettivi di bilancio concordati con le istituzioni Ue. L'organizzazione di Christine Lagarde non crede che la Grecia possa raggiungere il 3,5 % di avanzo primario nel 2018 ventilato dalla Commissione, una posizione peraltro condivisa da numerosissimi osservatori internazionali e forse anche nelle stanze dell'esecutivo greco. I numeri infatti sono considerati semplicemente irrealistici.
RITORNO AL 2012. Il sito Makropolis, un portale economico indipendente, una sorta di Lavoce ellenica, ha confrontato il target di bilancio dell'ultimo memorandum con quello pattuito nel 2012 con il governo di Antonis Samaras: allora era al 4,5% del Pil. «Si ignorano gli errori del passato», ha spiegato l'economista Yiannis Mouzakis, quell'obbiettivo infatti fu mancato di ben 2 miliardi di euro. Quell'anno, ricorda Makropolis, la percentuale di tasse non pagate è aumentata rispetto all'anno precedente. Una tendenza che si può rilevare anche oggi. E da lì la crisi greca è precipitata, anche se Samaras era in rapporti ben più distesi con le istituzioni Ue dell'esecutivo di Syriza.
Ma poco importa, la linea di Bce, Ue e Fondo Salva Stati non cambia.

I patti cambiano. Il rischio? Nessun intervento sul debito e ancora più austerity

Christine Lagarde, direttrice del Fmi, con Euclid Tsakalotos.

La Commissione europea sembra convinta che Atene possa raggiungere gli obiettivi a forza di riforme e tagli. E della ristrutturazione del debito (ormai arrivato al 177% del Pil), che Tsipras aveva venduto come il grande risultato delle tesissime contrattazioni della notte del 13 luglio, i tedeschi non vorebbero sentire parlare almeno per i prossimi sette anni.
TSIPRAS PRONTO ALL'ACCORDO. Ad Atene, spiegano fonti vicine all'esecutivo, hanno tratto le loro conclusioni: con l'opposizione tedesca nessuno è convinto che si possa arrivare a un vero haircut. E allora meglio proseguire con la sicurezza del salvataggio e le ambiziose richieste dell'Ue, magari da non portare a termine, piuttosto che ritrovarsi in condizioni anche peggiori. A marzo, infatti, le intercettazioni di Wikileaks avevano rivelato come il responsabile europeo dell'Fmi, Paul Thomsen, fosse pronto a tutto per arrivare a imporre la sua linea su debito e riforme - «Bisogna portare la Grecia sull'orlo del baratro allungando i negoziati fino a luglio», spiegava il dirigente.
CONFLITTO AI MASSIMI LIVELLI. Ora Washington in cambio del suo coinvolgimento nel salvataggio ha chiesto nuove misure pari al 2% del Pil che scattino in maniera automatica nel caso non si centri l'avanzo primario al 3,5%. E Bruxelles, impaurita da una sua possibile ritirata, le ha accolte senza peraltro dare aperture chiare sul debito. Da parte sua, Tsakalotos ripete che secondo la legge greca non si possono inserire tali clausole di salvaguardia e ha accettato di concordare meccanismi di compensazione con i creditori cercando di non passare per il parlamento. Ma intanto il 27 aprile il conflitto è deflagrato.
Il premier greco, appoggiato dai socialisti di Strasburgo, ha chiesto un vertice straordinario per confermare gli accordi di lugli e rialzare la posta sul debito. Insomma per politicizzare il dossier. Ma il presidente dei 19, Jeroen Dijsselbloem, ha risposto che «ci vuole più tempo» e il presidente del Consiglio Ue, Donald Tusk, ha dichiarato a sua volta che serve una consultazione tra i ministri delle Finanze e l'acquisizione di nuove informazioni sul debito. E anche Schaeuble ha pronunciato il suo nein. Quindi, nulla da fare.
DA JUNCKER AL GOVERNO USA. A questo punto è intervenuto anche il presidente della Commissione Jean-Claude Juncker, che un po' a sopresa ha difeso l'argomentazione greca contro l'Fmi - le misure automatiche violerebbero la legge ellenica. Ma dall'altra parte dell'Atlantico gli ha replicato il vice segretario del Tesoro Usa Nathan Sheets: le condizioni per un intervento del Fondo monetario sono «riforme e alleggerimento del debito». E alla fine, in questa guerra di posizione, il portavoce dell'esecutivo di Atene ha potuto solo annunciare la ripresa dei negoziati «a livello tecnico» e accusare la Lagarde di «minare gli sforzi» del governo, sperando che i creditori non vogliano allungare i tempi delle trattative.

L'Economist: 60% di possibilità di Grexit

Angela Merkel e Jean-Claude Juncker.

L'unità di analisi dell'Economist calcola che c'è ancora il 60% di probabilità di un'uscita della Grecia dall'euro entro il 2020.
E il 21 aprile il ministero della Sanità di Atene ha chiesto agli ospedali di girare le loro riserve di capitali alla Banca centrale di Atene.
L'esecutivo ha negato di avere problemi di liquidità, ma il richiamo alle norme imposte alle pubbliche amministrazioni durante l'emergenza bancaria del 2015 ha innescato diffuse preoccupazioni.
A LUGLIO SERVONO 3,5 MILIARDI. A luglio scadono altri rimborsi, comprese le obbligazioni acquistate dalla Bce: al governo greco servono 3,5 miliardi di euro. Le trattative sono bloccate, come 'ipotizzava' l'Fmi una nuova crisi è all'orizzonte e i negoziatori sono comodamente arroccati nelle loro posizioni.
Anzi, la situazione è ancora più complessa. Il nuovo muro contro muro rallenta tutta la macchina delle riforme: il 27 aprile infatti la revisione da parte delle quattro istituzioni dei programmi greci è stata rinviata. E se andasse male, c'è già chi tenta di cucire addosso a Tsakalotos il ruolo di signor no.

Twitter @GioFaggionato

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