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ISTRUZIONE 28 Aprile Apr 2016 1800 28 aprile 2016

Scuola, i docenti dell'infanzia: «Il governo ci privatizza»

Parte il concorsone e i sindacati proclamano lo sciopero. L'Associazione nazionale docenti: «L'ex materna rischia di diventare un servizio a pagamento». La responsabile scuola del Pd Puglisi: «Timori infondati».

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La scuola italiana dell'infanzia, pubblica e statale, accoglie bambini e bambine d'eta compresa tra i 3 e i 5 anni.

Nel giorno in cui debutta il concorsone per la scuola voluto dal governo, i sindacati Cgil, Cisl, Uil e Snals proclamano uno sciopero generale per il 23 maggio 2016.
Il ministro dell'Istruzione, Stefania Giannini, a caldo ha reagito così: «Trovo singolare proclamare uno sciopero contro un governo che assume con un concorso da 63.712 posti. Ricordo che stiamo investendo sull'istruzione 3 miliardi di euro in più all'anno».
Pino Turi, segretario generale della Uil scuola, ha replicato che «la dignità del lavoro non è negoziabile, le assunzioni non cambiano le condizioni di lavoro di chi si impegna ogni giorno a scuola. Quel che ancora non si è voluto capire è che la contrattazione, contrariamente a ciò che si vuole far credere, è il sistema più moderno e innovativo di relazioni sindacali».
SCUOLA DELL'INFANZIA, 7 MILA POSTI. Nel mare magnum della scuola italiana c'è una categoria che più delle altre teme per la propria professionalità e per la cornice normativa che potrebbe finire per inquadrarla.
È quella delle maestre della scuola dell'infanzia, l'ex scuola materna nata nel 1968, dal 1991 inserita a pieno titolo nel sistema educativo dello Stato e rivolta a bambini e bambine d'età compresa tra i 3 e i 6 anni.
Quasi tutte sono donne, nessuna di loro è stata assunta nel 2015 e nel concorsone appena partito i posti per loro sono i più limitati: 6.933. A fronte di una platea che comprende 23 mila docenti nelle Graduatorie a esaurimento (Gae) e altri 1.800 docenti nelle Graduatorie di merito 2012 (Gm).
I DOCENTI: «SIAMO PENALIZZATI». Marina Castelli, docente dell'infanzia in provincia di Latina e dirigente dell'Associazione nazionale docenti (And), spiega a Lettera43.it: «La Buona Scuola, cioè la legge 107 del 2015, ha penalizzato moltissimo la scuola dell'infanzia. Perché prevede, al comma 181 lettera e, l'istituzione di un sistema integrato d'istruzione dalla nascita fino a 6 anni, costituito da non meglio precisati servizi educativi per l'infanzia».

La denuncia dei docenti: «Rischio di rincari da 300-400 euro per ogni figlio»

L'entrata di alcuni partecipanti al 'concorsone' per la scuola al liceo Virgilio, a Roma, il 28 aprile 2016.

L'Associazione nazionale docenti ritiene che, tra le righe di questo comma, si nasconda una «de-statalizzazione della scuola dell'infanzia, perché si prevede che possa trasformarsi in un servizio erogato dai Comuni e dalle Regioni, che a loro volta potranno appaltarlo alle cooperative».
La scuola dell'infanzia oggi è gratuita, e secondo l'Istat è stata frequentata dal 95% dei bambini italiani che nel 2012 avevano tra i 6 e i 17 anni.
Ma se diventasse un servizio erogato dagli enti locali, dice l'And, «le famiglie pagherebbero dai 300 ai 400 euro per ogni figlio».
Il comma 181 della Buona Scuola prevede l'istituzione di una «quota capitaria» e il «cofinanziamento dei costi di gestione» da parte dello Stato e degli enti locali, «al netto delle entrate da compartecipazione delle famiglie utenti del servizio».
LA ''SCUSA'' DELL'OBBLIGO. La mancata assunzione, nel 2015, di nuovi docenti dell'infanzia è stata motivata così dalla responsabile scuola del Partito democratico, la senatrice Francesca Puglisi, nel corso di un incontro tenutosi a novembre 2015 alla presenza di membri dell'esecutivo e rappresentanti sindacali della Uil e della Cgil, cui ha partecipato anche Marina Castelli: «Ci hanno detto che la scuola dell'infanzia non è obbligatoria e che le poche risorse a disposizione andavano destinate al potenziamento del personale docente nelle scuole con obbligo scolastico».
La spiegazione, però, non ha convinto l'And: «Anche il triennio delle superiori non è obbligatorio. L'obbligo scolastico va dai 6 ai 14 anni. Ecco perché diciamo che il governo, con noi, si è arrampicato sugli specchi».

Paura di tagli agli stipendi degli insegnanti

Il ministro dell'Istruzione Stefania Giannini.

I docenti dell'infanzia si sentono discriminati rispetto ai colleghi che insegnano negli altri gradi della scuola pubblica italiana.
E temono che l'intenzione del governo sia quella di «privatizzare e staccare la scuola dell'infanzia dal percorso in cui è inserita oggi, relegandola tra i servizi educativi per risparmiare sulle spese fisse, cioè sui nostri stipendi. Da docenti quali siamo, cosa diventeremmo? Come cambierebbe il nostro contratto?».
PERICOLO DI ABBANDONO. Si pone poi un ulteriore problema.
Da Roma in giù, la stragrande maggioranza delle scuole dell'infanzia è composta da istituti statali.
Che in quanto tali sono gratuiti, fatta eccezione per i costi della mensa (circa 50 euro al mese), che è un servizio fornito dai Comuni.
Se la scuola dell'infanzia tout court diventasse un servizio educativo decentrato, demandato agli enti locali, quali sarebbero le conseguenze per i piccoli alunni?
L'And è netta: «Le famiglie che già oggi hanno difficoltà a pagare la mensa scolastica non manderebbero più i bambini a scuola. Si verificherebbe un regresso nell'apprendimento e un danno culturale per il futuro del nostro Paese».
Le disposizioni della Buona Scuola, su questo punto, al momento rimangono inattuate.
Non solo i docenti dell'infanzia, anche i Comuni hanno espresso le loro perplessità nell'incontro avuto con l'esecutivo a novembre, l'unico di cui si abbia notizia.
Non così le cooperative, che in quell'occasione hanno affermato di essere pronte.

La replica della senatrice Puglisi: «Timori infondati»

La senatrice Francesca Puglisi, responsabile scuola del Pd.

All'Associazione nazionale docenti ha replicato per Lettera43.it la senatrice Francesca Puglisi, responsabile scuola del Partito democratico e promotrice del progetto del sistema integrato d'istruzione da zero a 6 anni. «I timori dell'And sono infondati. Né nei principi direttivi della legge delega sulla Buona Scuola, né nella volontà politica del governo Renzi, esiste un disegno di questo tipo. È una balla, un'ipotesi fantasiosa», afferma seccamente Puglisi.
Secondo la senatrice, «già oggi la scuola dell'infanzia configura un sistema misto. Il 60% degli istituti è statale, il restante 40% è comunale, paritario e privato».
PUGLISI: «PORTEREMO AL SUD GLI ASILI NIDO». L'obiettivo del sistema integrato, piuttosto, «è consentire una fruttuosa collaborazione tra le tre gambe su cui si regge la scuola dell'infanzia». Puglisi riconosce che gli istituti non statali sono diffusi quasi esclusivamente al centro-nord: «C'erano già, mentre nel Mezzogiorno è stato necessario l'intervento dello Stato». Ma aggiunge che nessuno «intende mettere a repentaglio le strutture già esistenti. Anzi, noi vogliamo portare al Sud anche gli asili nido, oggi totalmente assenti».
«NESSUN AGGRAVIO PER LE FAMIGLIE». L'implementazione del sistema integrato d'istruzione comporterà oppure no costi aggiuntivi per le famiglie? Cosa significa la previsione di quella «quota capitaria» contenuta nel testo di legge? La senatrice, anche su questo punto, è perentoria: «Nessun costo aggiuntivo per le famiglie. La quota capitaria serve piuttosto a finanziare in modo equo l'intero sistema. La partecipazione delle famiglie produrrà soltanto benefici, nessun aggravio».
DECRETI ATTUATIVI «IN FASE AVANZATA». Infine, una notizia. Il percorso legislativo che dovrebbe portare alla nascita del sistema integrato d'istruzione da zero a 6 anni «non è affatto fermo, sono appena stata al ministero dell'Istruzione. L'iter è in fase molto avanzata, perché questo provvedimento deriva da un percorso condiviso» tra le forze politiche di maggioranza.
Quando saranno emanati quindi i decreti attuativi? «Quando l'esecutivo deciderà di emanarli non lo so, ma tutti i provvedimenti attuativi del governo Renzi vengono realizzati a tempo di record». A buon intenditor...


Twitter @davidegangale

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