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ELEZIONI 29 Aprile Apr 2016 0800 29 aprile 2016

Iran, al ballottaggio per spingere il cambiamento

Rohani punta ad ampliare il margine in parlamento: in gioco il 20% dei seggi. Caccia al bacino degli indipendenti. Ma i conservatori per ora reggono il colpo.

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Alle Legislative iraniane del 26 febbraio i conservatori erano arretrati, già una vittoria per il blocco di riformisti e moderati sotto l'ombrello del presidente Hassan Rohani.
Ma sul numero esatto di seggi dei due schieramenti non c'è ancora chiarezza, a esclusione dell'inconfondibile 100% (30 seggi su 30) andato a Teheran ai progressisti.
I giochi potranno dirsi chiusi solo dopo il ballottaggio di questo 29 aprile, che non è un voto nazionale ma interessa la quota di deputati non ancora assegnati in diversi collegi dove nessun candidato aveva raggiunto il quorum del 25%.
DISPUTA SUI RISULTATI. Si tratta di 69 parlamentari su un totale di 290 poltrone (oltre il 20% dei seggi), che in questi mesi di campagna elettorale mai decelerata sono stati molto corteggiati dai due schieramenti, specie se indipendenti.
Il conteggio diffuso dall'agenzia di Stato Irna indica infatti 103 poltrone ai conservatori contro le 95 del fronte per l'apertura all'Occidente, i think tank di diverso orientamento invertono invece il risicato vantaggio a 80 seggi dei riformisti contro i 64 dei conservatori. La differenza la fanno a questo punto gli eletti indipendenti, che nel Majlis (il parlamento iraniano) sono sempre un numero considerevole.
SCARTO MINIMO. Anche in questo caso, dai dispacci ufficiali sono 15, più altri otto tra le minoranze religiose e gli indipendenti puri, privi cioè di qualsiasi affiliazione politica, né in teoria disponibili ad alleanze future.
Per l'osservatorio sulla trasparenza del sistema legislativo iraniano Majlis Monitor, con sede in Canada, gli indipendenti, nella politica persiana classificazione assai mobile, sarebbero addirittura 73, più altri potenziali eletti nel ballottaggio. Da questo bacino il fronte Rohani da un lato e il fronte dello status quo dall'altro stanno tentando di attingere più alleati possibili, di modo da consolidare lo scarto per ora minimo l'uno sull'altro.

Riformisti e conservatori si litigano il peso degli indipendenti

Il presidente iraniano Hassan Rohani durante il 37esimo anniversario della Rivoluzione islamica, 11 febbraio 2016.

In generale si può dire che, rispetto alla legislatura uscente votata sotto la presidenza di Mahmoud Ahmadinejad, i conservatori hanno perso parecchio terreno.
Non dominano più il Majlis, dunque nell'ultimo anno e mezzo di mandato come capo di governo Rohani ha più margine di manovra e ci si aspetta meno ostruzionismo: da lì i festeggiamenti occidentali per l'esito del primo turno, con l'esaltazione dello storico trionfo dei progressisti nella capitale.
Ma poiché i conservatori restano prevalenti nell'entroterra e in città tradizionaliste come Isfahan, e poiché la teocrazia iraniana è sistema complesso di ingranaggi e norme costruite per l'autoconservazione, hanno comunque tenuto.
CACCIA ALLE ALLEANZE. La conseguenza è che, per veder licenziate le leggi sulle liberalizzazioni, sui tagli e sul via libera agli investimenti stranieri piuttosto che le vecchie politiche statali e assistenzialiste di Ahmadinejad, il gabinetto di Rohani dovrà accaparrarsi il voto degli indipendenti, i veri aghi della bilancia.
La caccia alle alleanze post Legislative del 2016 è partita dal primo turno, positivo anche se non decisivo per i riformisti.
D'altra parte, in una realtà come la Repubblica islamica dove un risultato può essere incanalato in diverse direzioni e assumere molteplici interpretazioni in corso d'opera, diversi candidati scendono in campo sotto l'insegna degli indipendenti, per poi calare la maschera per ragioni di opportunità politica.
IL PESO DEI CENTRISTI. Soprattutto i centristi possono passare dal fronte dei conservatori a quello dei riformisti: ne è l'esempio in primis Rohani, ex moderato conservatore, sul quale in pochi avrebbero scommesso fino a pochi mesi prima delle Presidenziali come figura del cambiamento.
Poi portato in alto dall'odierno, di fatto, kingmaker dell'affermazione dei progressisti ayatollah Hashemi Rafsanjani: nel 2013 il già due volte presidente iraniano ideò uno strategico cartello moderato-progressista che, sotto la benedizione della Guida suprema Ali Khamenei, spostò verso i riformisti i voti e le figure dell'establishment centrista.

L'Iran verso un'apertura contenuta all'Occidente

Fu una mossa alla fine gattopardesca per contenere, per un verso l'ala per così dire ultra-conservatrice di Ahmadinejad, che in realtà mostrava una crescente emancipazione dai dogmi khomeinisti, diventando eretica e pericolosa per la Guida suprema.
Per l'altro le pressioni al rinnovamento dell'opinione pubblica che, nelle manifestazioni del 2009, si riconosceva nell'ala dei khomeinisti diventati progressisti dell'Onda verde,e che nel 2016 è stata l'artefice del plebiscito di Teheran.
Lo spettro di altre proteste è stato risolto «all'iraniana», Rohani ha potuto procedere a passi graduali verso un'apertura limitata all'Occidente che ha suscitato tensioni e mal di pancia, ma non spaccature profonde.
VERSO IL CAMBIAMENTO. Lo stesso percorso avverrà anche nel nuovo Majlis, grazie alle geometrie variabili degli indipendenti.
L'accordo sul nucleare, provvisorio e poi definitivo, è stato approvato da un parlamento ancora a netta maggioranza conservatrice, che questa primavera ha cancellato con un colpo di spugna i sussidi per 24 milioni di persone, eredità del precedente esecutivo.
Al di là dei malumori per lo sblocco delle sanzioni bancarie, non ancora pienamente operativo, e per un'economia che tarda a rimettersi in moto, un'inversione a U degli iraniani verso il passato è inverosimile, per quanto da alcuni rumors Ahmadinejad avrebbe intenzione di ricandidarsi nel 2017.
I RIFORMISTI SI AFFERMANO. Gli umori vanno nella direzione opposta, c'è un (pur scettico) clima di attesa, i riformisti hanno guadagnato membri influenti anche al voto per l'Assemblea degli Esperti che elegge e controlla la Guida suprema.
Rafsanjani, Rohani e i suoi puntano ad altri 40 seggi dal secondo turno: un obiettivo probabilmente troppo ambizioso, tant'è che, dietro le quinte, si guarda prima di tutto a catturare gli indipendenti che i progressisti indicano più folto e più sbilanciato dalla loro parte.
A febbraio sono andati alle urna circa 34 milioni di elettori, il 62% della popolazione. Un'affluenza alta, come spesso alle consultazioni iraniane, anche se al secondo turno si attende una partecipazione minore.

Twitter @BarbaraCiolli

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