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SPIRITO APRO 30 Aprile Apr 2016 0900 30 aprile 2016

Bertolaso ha la veltronite, ma l'Africa può attendere

L'ex candidato a Roma dice che si darà al volontariato, in mancanza di una poltrona. 

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Guido Bertolaso.

Senza offesa per Joseph Conrad, se fosse un romanzo, si intitolerebbe «Culo di tenebra». Ovvero, come usare i drammi di un continente, l'Africa, a mo' di uscita di sicurezza dopo una figuraccia nel teatro politico romano.
Uscita non in senso letterale, cioè di passaggio attraverso cui si esce, ma nel senso di «osservazione bizzarra, battuta inattesa», che però ti dà la sicurezza di essere citato dai giornali. Com'è puntualmente successo a Guido Bertolaso, che liquidato da Berlusconi come candidato alle elezioni romane, ha pronunciato l'immancabile «vado in Africa» davanti alle telecamere di CorriereTv.
IL PRECEDENTE DI VELTRONI. Una frase che dovrebbe essere tabù anche per il politico più sinceramente filo-africano, vista la fortuna che ha portato a Walter Veltroni. Che se potesse tornare a quell'8 gennaio 2006 quando, sulla poltrona di Che tempo che fa, in overdose di buonismo (quello suo naturale più quello residuo delle feste natalizie appena trascorse), annunciò l'intenzione di trasferirsi nel continente nero al termine del suo secondo quinquennio al Campidoglio, si cucirebbe la bocca, oppure prometterebbe qualcosa di meno suicida, tipo chiamare Pizzaballa il suo primo nipote.
Perché non sarà stata colpa sua, bensì dell'incalzare degli eventi, ma, uscito dal Campidoglio, Veltroni in Africa a costruire ospedali non c'è andato. Era più urgente costruire in Italia il nuovo partito della sinistra, il Pd, che effettivamente, a otto anni di distanza, ricorda un nosocomio. Non tanto quello di Lambarené fondato da Albert Schweitzer o il lebbrosario di Adzopé voluto da Raoul Follereau, quanto l'indimenticabile clinica Villa Celeste convenzionata con le mutue dell'omonimo film di Luciano Salce.
L'attuale primario non è il prof. dott. Guido Tersilli, ma un dottorino di Firenze che nei metodi gli assomiglia parecchio e viene accusato di favorire i pazienti ricchi a scapito di quelli meno danarosi.
MEGLIO PERSINO BRIATORE. A farne le spese, oltre a diversi milioni di italiani, è stata la reputazione del povero e tutto sommato incolpevole fondatore del Pd, il cui nome completo ormai da anni è Walter Ma-non-doveva-andare-in-Africa Veltroni. Che dell'Africa continua a interessarsi, nei suoi film, nei libri, nelle lettere scambiate con il comboniano padre Zanotelli, e qualche volta c'è perfino andato, anche se come permanenza lo battono alla grande sia Angelina Jolie che Flavio Briatore. Ma chi sperava di vederlo romanticamente seduto in camicione bianco davanti a una capanna, circondato da una nuova famiglia africana è rimasto crudelmente deluso.
Anche il Cavaliere ha avuto il suo momento «culo di tenebra», due anni fa: «Volevo costruire un ospedale in Africa, anzi due ospedali per i bambini, ma poi mi hanno richiamato in politica».
Anche per lui, come per Veltroni, le sofferenze degli elettori italiani meritavano soccorsi molto più urgenti che quelle dei bambini africani. Eppure a tutt'oggi si conta almeno un bambino africano battezzato col nome di Silvio Berlusconi, mentre di piccoli Veltroni dalla pelle scura, niente.
UNA POLTRONA CONTRO IL MAL D'AFRICA. Possiamo aspettarci una nidiata di baby-Bertolaso maliani o sudanesi? In fondo l'ex padreterno della Protezione civile a lavorare in Africa c'è stato e di ospedali ne ha aperti davvero. Ma attenzione: quando un politico è in modalità «culo di tenebra», il «vado in Africa» significa sostanzialmente «In questo momento ce l'ho a morte con i miei compagni di partito», e nel caso di Bertolaso il risentimento non sarebbe ingiustificato.
Eppure l'aficionado del centro massaggi del «Salaria Sport Village», con l'abnegazione che lo ha reso famoso, si dice disposto a tenersi il mal d'Africa se gli verrà offerto un ticket con Alfio Marchini o un assessorato con Virginia Raggi o perfino con il piddino Giachetti, della serie «basta che respiri e mi dia una poltrona».
Tanto l'Africa mica scappa. Chi scappa sono gli africani, a milioni, verso l'Italia, e finalmente si capisce perché: sono stufi di aspettare l'arrivo dei nostri politici e visto che la montagna non va da Maometto, ecc. ecc. A Ignazio Marino si può rimproverare tutto, ma anche nei momenti peggiori non ha mai ventilato l'exit strategy africana . Se cambierà di nuovo idea e deciderà di ricandidarsi al Campidoglio, avrebbe uno slogan perfetto: «Mai detto 'vado in Africa'». Scommettiamo che farebbe il pieno?

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