Libia Isis 160428115402
ANALISI 2 Maggio Mag 2016 1100 02 maggio 2016

Corsa al petrolio libico, mappe e grafici sulla crisi

Serraj chiede aiuto per difendere i pozzi petroliferi dall'Isis. L'Italia tentenna. Francia e Gran Bretagna si preparano. Il caos spiegato con le infografiche.

  • ...

L'arrivo del nuovo premier Fayez Mustafa al-Serraj era solo l'inizio.
L'insediamento del nuovo esecutivo a Tripoli ha probabilmente aperto una nuova fase nel complicato scacchiere libico.
APPELLO PER SALVARE I POZZI. Il 25 aprile 2016 Serraj ha fatto appello alla comunità internazionale per salvare i pozzi petroliferi del Paese dalla minaccia dell'Isis.
Il G5 (Stati Uniti, Italia, Germania, Francia e Gran Bretagna) ha riposto positivamente e non poteva essere altrimenti, soprattutto quando in ballo c'è l'oro nero.
E poco importa se la produzione è lontana dai ritmi pre-rivoluzione.


PRODUZIONE RIDOTTA AL MINIMO. La capacità estrattiva del Paese nel 2016 è di 370 mila barili al giorno, molto lontana dal milione e mezzo che si estraeva prima della caduta di Mu'ammar Gheddafi nel 2011.
Il dato fa riflettere soprattutto se si considera la capacità produttiva del Paese.
Secondo i dati dell'U.S. Energy Information Administration (Eia), agenzia federale americana che si occupa dell'analisi energetica, le potenzialità estrattive nel 2015 sarebbero state di 48 miliardi di barili.
Una cifra che fa della Libia lo Stato africano con le potenzilità petrolifere più grandi di tutto il continente, al nono posto nel mondo.


L'ENI RESISTE E CONTINUA A ESTRARRE. Nel 2015 l'Eni è diventata l'unica multinazionale straniera ancora presente nel Paese.
Tutte le altre grandi compagnie internazionli hanno semesso di sfruttare i giacimenti, una dopo l'altra.
Le prime a cedere sono state la francese Total, che ha riunciato a 755 milioni di dollari, e la britannica BP, che ha perso 600 milioni di dollari di investimenti.
Dopo è stata la volta della spagnola Repsol e dell'azienda americana Marathon Oil.
Oltre all'impresa italiana, in territorio libico continuano le estrazioni delle compagnie locali sotto il cappello della Libya's National Oil Corporation (Noc) anche se non mancano gli scontri interni.
Il 23 aprile la stessa Noc ha accusato il governo di Tobruk di esportare illegalmente circa 650 mila barili di greggio.
Ma con l'avvento di Serraj la situazione potrebbe cambiare.
FRANCIA E GRAN BRETAGNA PRONTE A COLPIRE. La richiesta del nuovo esecutivo tripolino ha aperto la corsa all'intervento.
Dopo i raid del 2011 che di fatto hanno accelerato la caduta dell'ex-rais Gheddafi, Parigi e Londra sarebbero pronte a nuovi interventi.
La Francia sarebbe propensa a garantire la «sicurezza dei mari» del nuovo governo, mentre la Gran Bretagna potrebbe inviare anche un contingente.
Il segretario di Stato per gli affari esteri britannico, Philip Hammond, intervistato dal quotidiano Sunday Telegraph ha detto che Londra non eslcude un futuro intervento con truppe di terra in Libia, chiarendo però che ogni azione di questo tipo dovrà passare dalla Camera dei Comuni.
In realtà, almeno per i prissimi mesi, le forze straniere rimarranno limitate sul campo, come spiega a Lettera43.it Claudia Gazzini dell'International Crisis Group: «Nei prossimi mesi vedremo un intervento massiccio, ma comunque più forze in campo. Al momento ci sono forze speciali low profile, ma è probabile che nei prossimi mesi questa situazione cambi».

  • Mappa con oleodotti, gasdotti e impianti estrattivi in Libia: a Est gli impianti dell'Eni (cliccare sugli oggetti per leggere la località)

L'ISIS MINACCIA LA MEZZALUNA PETROLIFERA. L'appello di Serraj e dell'inviato Onu, Martin Kobler, per salvere i pozzi petroliferi è arrivato per il timore che l'Isis si estenda da Sirte a Est, verso i pozzi della cosiddetta 'mezzaluna petrolifera' conquistando tutte le località della regione.
«La zona della mezzaluna è controllata da Ibrahim Jadran e delle sue milizie», continua Gozzini, «ma la situazione può cambiare sia per l'intervento di Haftar sia per i movimenti delle milizie di Misurata a Est».
Intanto nel Paese permane l'insicurezza, non solo per gli attacchi degli uomini del Califfato, ma anche per la debolezza dell'esecutivo Serraj.
Su questo punto insiste anche Gozzini: «La situazione politica è ancora molto confusa e potrebbe permettere al governo di Tobruk e alle fazioni alleate come Haftar di continuare a ritenersi legittimi attori politici. In più Italia, Gran Bretagna e Stati Uniti ritengono il governo di Serraj legittimo mentre la Russia e Egitto dicono che per ritenerlo tale si deve passare da un voto che lo riconosca».

  • Tutti gli attacchi delle milizie che operano nel Paese, dall'Isis alle tribù del Sud, compiuti tra ottobre 2015 e febbraio 2016 (fonte: Armed Conflict Location & Event Data Project)

UN PAESE DIVISO TRA EST E OVEST. Se il vecchio governo di Tripoli ha ormai ceduto il passo a quello nuovo, non può dirsi lo stesso per Tobruk e il generale Khalifa Haftar che sarebbe pronto a una pesante offensiva contro l'Isis per arrivare fino a Sirte.
La nuova campagna dovrebbe prendere il via anche grazie a mezzi consegnati dagli Emirati arabi.
Stando a quanto riporta il sito Libya Herald oltre mille uomini di Haftar avrebbero lasciato Marj per avanzare contro l'Isis e rinforzare la zona di Brega sotto attacco per i suoi terminal petroliferi.
Operazione che ha scatenato le ire di Serraj che ha chiamato a un cessate il fuoco: «Le forze di Misurata e di Haftar fermino l'offensiva finché non verrà nominato un comando congiunto».
In tutto questo resta da capire il ruolo dell'Italia.
Rigettata l'ipotesi dell'invio di 900 militari, rimane quella dei consiglieri.
Rispondendo a un'interrogazione parlamentare a proposito del decreto di rifinanziamento delle missioni internazionali, il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni ha detto che «il governo non ha nessuna intenzione di inviare forze militari in Libia al di fuori del contesto di cui abbiamo parlato in queste settimane che è un contesto che non si è realizzato» e ha aggiunto che per ora non ci sono state richieste ufficiali di intervento da parte dell'esecutivo Serraj.

  • Le zone in cui è divisa la Libia: a Ovest il governo di Serraj e a Est quello di Tobruk. Al centro l'Isis che minaccia gli impianti petroliferi.

Twitter @albertobellotto

Articoli Correlati

Potresti esserti perso